Il rispetto, l’autorità e il terrore: riflessioni sulla storia di Vincenzo

“Fammi pazziare vuol dire non mi escludere, fammi partecipare. Pazziare, come mi ricordava spesso una maestra di strada con cui ho condiviso un po’ del mio percorso di operatrice, si oppone in maniera radicale a paria’ ‘nguoll, a sfottere. Perché se pareo addosso a qualcuno lo escludo, lo rendo vittima, gli impedisco di partecipare al gioco. Si individua il più debole (più debole perché solo e isolato), il diverso, lo si emargina e lo si attacca in maniera brutale, in gruppo con violenza sia verbale che fisica. E’ così triste. Questa violenza non ha più margini. Può esplodere in modo incontrollato nelle periferie, ma anche nelle grandi città, in quei quartieri abbandonati da tutti, in primis dallo Stato che se c’è si manifesta solo attraverso la repressione.” (tratto da “La periferia e la violenza subita dai bambini, la storia di Vincenzo” delle Linguacciute)

La storia di Vincenzo mi porta a riflettere su molti argomenti che vorrei pian piano, con un certo ordine, affrontare con voi.

Innanzitutto mi porta a pensare all’autorità, a quell’educazione al rispetto basata sulla paura. Diciamocelo chiaramente, le forze armate, le forze “dell’ordine” sono rispettate perchè semplicemente temute, perchè tutt@ siamo coscienti del potere che hanno e delle conseguenze che comporta il provare a contrapporvisi. Il concetto di rispetto è legato indissolubilmente a quello della ricompensa o pena: se sarai brav@, il che vuol dire che non opporrai resistenza al servilismo impostoti, sarai ricompensat@ in vari modi, se invece cercherai di sovvertire lo status quo pagherai l’affronto. L’autorità non perdona nessun atto che la metta a repentaglio, non può permetterselo dato che, la sua esistenza, dipende dalla paura che incute.

Questo meccanismo ci viene insegnato fin da piccol@, partendo dalla famiglia, quella tradizionale/patriarcale, basata su una scala gerarchica che prevede l’autorità, quindi potere, dei genitori sui/lle figl@. Il rispetto, in questo caso, sarebbe dettato dall’averti mess@ al mondo e dalla maggiore età, segno, in questa società, di maturità acquisita. Ai/alle bambin@, quindi, viene insegnato a rispettare la decisione dell’adulto perchè, altrimenti, ne pagherà le conseguenze con pene che spesso prevedono la limitazione di spazi o di oggetti. Il bambin@ teme i genitori perchè possono negargli il permesso di fare qualunque cosa, come teme la maestra perchè può sgridarl@ pubblicamente o metterl@ in castigo, umiliandol@ davanti ai/alle suo@ coetanei, e  l’istruttore di un qualunque sport perchè può metterl@ a disagio e farl@ sentire inadeguat@, teme, in fin dei conti, chiunque sa avere il potere di fargli/le qualcosa che è una violenza.

Ma se il concetto di rispetto è legato a “quanta violenza posso esercitare sugli/lle altr@” si può comprendere come, in tutti i luoghi d’Italia, dalle periferie alle città, ai ragazzi sia insegnato che la mascolinità, ovvero l’essere “vero uomo”, e quindi il rispetto che ne consegue, debba passare per una serie di soprusi verso i soggetti considerati “più deboli”. Il ragazzo offende, schernisce, picchia, umilia il/la debole di turno per dimostrare la sua forza e conquistare una sedia tra “i machi”, quelli che tutt@ temono, quindi rispettano. “Se non sai farti rispettare che uomo sei?” è una di quelle frasi che credo ciascun@ di noi abbia sentito almeno una volta nella vita, ma sono sicura molto più di una volta.

Ma chi sono questi soggetti deboli? Tutti quelli che non rientrano nello stereotipo dell’uomo bianco-etero-ricco-bello. Vincenzo è stato ritenuto debole perchè grasso, un aggettivo non neutro e che presuppone altre lettere scarlatte come “poco veloce”, “goffo”, “stupido”, “debole”, “non piacente”, “impotente” ed etc ed è per questo che è stato violentato. Quello che alcuni media persistono a definire uno scherzo in realtà è uno stupro. Vincenzo è stato trattato con modalità simili a quelle di una aggressione omofoba: non è un caso che il compressore sia stato conficcato nel suo ano. Questo gesto, che può sembrare secondario, in realtà racconta molto di questa cultura machista che ci circonda.

Di violenze sessuali che prevedono uso di oggetti nei genitali o ani ne sono piene le cronache, e ogni volta ci sono reazioni differenti. Tutto dipende dal soggetto che subisce tali torture: se si tratta di una donna si può arrivare, come nel caso dello stupro di Pizzoli, a parlare di “gioco erotico spinto”. Per le donne, si sa, le scuse per giustificare uno stupro sono infinite, i “se”, “ma”, “però” cadono a frotte addosso alla vittima per impartirle un’ulteriore violenza, affinchè essa non dimentichi che, in questo mondo di merda, è ancora un oggetto.

Se ad essere vittima di questa violenza è invece un uomo-etero allora la reazione cambia, si cerca di minimizzare l’accaduto, come in questo caso, senza però nè mai dare la colpa alla vittima nè mai pronunciare una parola disonorevole per la sua maschilità, ovvero stupro. La si usa solo nei casi di omosessuali o trans, ma in quel caso ci sono anche i tanti “ma” e “se” a fare da contorno. Donne, gay, trans e lesbiche, qualora vittime di uno stupro, sono tutt@ soggetti a una serie infinita di interrogatori e investigazioni sulla propria condotta morale, atta a trovare qualunque appiglio che possa giustificare l’atto del violento. All’uomo bianco etero, invece, questo viene risparmiato ma in compenso non vedrà mai, la propria violenza, definita per quello che è. Uno stupro è uno stupro ed è connotato in un modo evidente, chiamarla violenza, in modo generico, seppur definendola efferata, brutale, assurda, non è giusto, soprattutto per la vittima.

Perchè quando le luci su queste violenze si chiudono, quando gli/le sciacalli dei programmi che si cibano della sofferenza altru@ avranno spolpato ciò che si poteva e cambieranno preda, quello che resta sono le vite di chi dovrà fare i conti con un’etichetta di “stuprato/a”che la società non ti permetterà di toglierti facilmente. Proveranno pietà per te, compassione, ti saranno vicin@ ma alcun@ non ti permetteranno di superare questa fase, di andare oltre a ciò che hai subito e a cui hai il diritto di reagire. Essere una donna stuprata in questa società è allucinante dato che tutt@ sembrano sapere cosa pensi, cosa provi, cosa dovresti fare, ma soprattutto chi ti deve aiutare e come… perchè la vittima non può restare senza tutori. Quella violenza ti resta addosso anche se tu stai combattendo per superarla perchè gli/le altr@ continuano a buttartela addosso, a indicarti come la vittima che deve essere protetta e che, diciamolo, un po’ se la sarà sempre cercata. Agli uomini stuprati, invece, non è concesso pronunciare questa parola: nonostante tutt@ gli daranno la propria solidarietà, nessun@ oserà pronunciare la parola stupro. E’ disonorevole per un uomo ammettere di essere vittima di uno stupro, ne va della sua mascolinità, quindi meglio non menzionarlo. La tutela della mascolinità viene prima del diritto a riconoscere la violenza subita per ciò che è.

Ed è così che non nominando una violenza non la si affronta, per non dover mettere in discussione un concetto di mascolinità che stritola questi ragazzi in ruoli violenti, che li rilega in compartimenti stagni in cui o sei chi le dà o chi le riceve, o sei rispettato o rispetti/subisci. Ma è mai possibile che non si riesca ad immaginare un concetto di rispetto che vada oltre la violenza ed il terrore? E’ mai possibile che le gerarchie che ci hanno imposto abbiano così tanto plasmato le nostre menti che non riusciamo a vedere che il problema è proprio l’educazione che imponiamo ai/alle ragazz@ e che noi stess@ abbiamo subito? E’ ancora possibile scegliere un’educazione che non sia basata sulla paura?

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2 risposte a Il rispetto, l’autorità e il terrore: riflessioni sulla storia di Vincenzo

  1. agatagrop ha detto:

    Bella e lucida riflessione. Condivido.

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