Tanto erano povere e straniere, e sicuramente ladre

Leggo questo racconto di Odette, che ringrazio ancora per avermi dato il permesso di pubblicarlo, e tremo. So, come tant@ altr@, cosa si prova in quei momenti e quanta rabbia si può accumulare insieme al senso di frustrazione e di paura, perchè ne hai visti troppi di poliziotti scattare per un non nulla, chiederti documenti solo perchè respiri e se poi non riesci a mantenere la calma è la fine, ed io, di certo, non sono brava in questo. Ma oltre a ciò so anche che, se fossimo di più a ribellarci ad ogni soppruso, se invece di due o tre fossimo decine, questa gente non ci farebbe poi così paura, o forse sì, ma ci sentiremmo comunque più forti. Il problema sta proprio in questa educazione al rispetto dell’autorità che può fare tutto, che fa tutto e a cui nessun@ chiede il conto di nulla. L’autorità prima di tutto, come ci insegna la vicenda di Davide. Con tanta rabbia nel cuore vi lascio alla lettura di questo racconto.

“Largo di Torre Argentina. Non vogliamo osservare la scena come due curiosi qualsiasi, ma andarcene ci fa un po’ schifo: potremmo sembrare uguali a quelli che se ne fregano – e sono troppi, ormai, in questa città immensa.

Vediamo due donne straniere ferme davanti alla Feltrinelli tenute d’occhio a vista da due vigilanti dell’ATAC, di quelli anziani ripescati dalla solitudine della loro pensione. Quella che sembra rom tiene un bambino al collo, l’altra, dai tratti orientali, non ha figli che le evitino troppi strattoni da parte delle due guardie attempate. A turno cercano invano di darsela a gambe, allora uno dei due chiama col cellulare la polizia e dice che sì, tentano di scappare, ma se ci riprovano lui le sbatte al muro.

– Ma cosa volete, saranno due borseggiatrici! – ci dice una signora bassa spuntata dal nulla, guardando stupita i nostri sguardi preoccupati. Osserva la scena un po’ divertita mentre le due guardie alzano il tono di voce contro le due accusate.

Ci allontaniamo di un centinaio di metri, e dopo pochi minuti ritroviamo le due donne circondate da quello che prova ad essere un capannello di gente, ma che non riesce a mantenere la sua consistenza.

Due guardie in borghese col casco appeso al braccio si sono aggiunte alla scenetta.

Sento che tutto ciò fa troppo schifo, e per questo schifo pazzesco non riesco a distogliere lo sguardo da quello che sta succedendo: due persone insultate, umiliate e accusate di un reato di fronte allo sguardo alienato dei turisti e a quello divertito o indifferente dei passanti italofoni; soltanto qualcuno si ferma, come noi, forse più incuriosito che preoccupato.

Mi prometto di stare zitta perché lo so che sono due guardie in borghese, e conveniamo anche che questi ci si portano in questura come niente, se diciamo qualcosa, ma: – Io sono una donna! – sento dire da quella dai tratti orientali, replicando a chissà cosa che nessuno dei due è riuscito a sentire.

– Tu una donna? Tu sei un cesso otturato ambulante, altro che una donna. – Sento queste esatte parole pronunciate con noncuranza da una delle due guardie, dette da chi sa che può fare qualunque cosa senza correre nessun pericolo.

– Ma lei chi è per parlarle così?

Dico qualcosa del genere (o meglio: sento la mia voce dirlo) alla guardia più bassa che ha insultato la donna. No, non sono riuscita a starmi zitta perché mi sale qualcosa alla testa, una rabbia che non so da dove viene. E’ forse rabbia per secoli di silenzio assordante e di rivolte inascoltate? Due occhi azzurri si piantano ad un millimetro dai miei e mi urlano: – Lei chi è per dire a me cosa devo fare? Lei chi è? Lei chi è? –

Non so quante volte mi chiede chi sono io; mi scruta dall’alto in basso e sento i suoi occhi appiccicati ai miei. Sono gli occhi di una guardia che sembrano volerti tirar fuori il nome e il cognome direttamente dagli occhi. Cerco di replicare a vuoto affermando che il problema non è chi sono io, ma il fatto che loro parlano in questo modo alla signora.

Continua: – E poi avete il coraggio di lamentarvi! Le auguro che le rubino tutto! – mi dice indicando la borsa che porto appesa alla spalla. E ricomincia: – Lei chi è? Che cosa vuole? –

Il suo paio di occhi è a due millimetri dal mio, mi fissa sprezzante, ed è lo sguardo di chi è abituato a farlo tutti i giorni da anni. All’improvviso sento che tutta la rabbia che mi aveva animato si trasforma in vergogna, vergogna per aver provato un po’ di rabbia e voglia di riscatto.

Tra i miei occhi e i suoi si sovrappone un addetto alla sicurezza della Feltrinelli che mi invita gentilmente ad entrare e a lasciar perdere. Entriamo in libreria; tremo tutta dalla rabbia e dal senso di fallimento.

Cerchi di rassicurarmi e di spazzar via quel senso di idiozia che mi invade, ma io proprio non ci riesco a non sentirmi un’illusa. So di essere dalla parte della ragione, ma quello sguardo è riuscito a spazzar via ogni mia convinzione, a farmi dimenticare le ragioni della mia rabbia, ad annientarmi. Provo a spiegarti cosa ho provato, ma non ci riesco come vorrei.

Un’ora dopo (il tempo di calmarmi) usciamo dalla libreria e, naturalmente, le due donne non ci sono più e nemmeno i poliziotti, il capannello è sparito e il giovane addetto alla sicurezza si guarda intorno come se niente fosse successo.

Succedeva ieri, più o meno a quest’ora; chissà se qualcuno dei passanti si ricorda ancora cos’ha sentito e visto, oppure ha archiviato tutto nel giro di qualche minuto da qualche parte dentro di sé dove si annidano cumuli di soprusi che avvengono in questa città.

Tanto erano povere e straniere, e sicuramente ladre.”

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