“Aborto libero e gratuito per tutte” non è solo uno slogan

“Aborto libero e gratuito per tutte” non è solo uno slogan.

Questa frase parla di tutte le donne che lottarono e lottano per ribadire un concetto fondamentale: il corpo delle donne non è uno spazio pubblico su cui Stato, Chiesta e Istituzioni possono rivendicare alcun diritto di veto.

Parla delle donne e del timore di esser incinte quando non si vuole avere un figli@ per i più svariati motivi.

Parla di stanze attrezzate alla meno peggio, di scarsa igiene, della speranza di risvegliarsi al termine di quella che era l’unica soluzione: abortire clandestinamente.

Parla della ricerca di soldi per poter permettersi un aborto, di viaggi in treno verso mete lontane, della paura di mettere la propria vita in mano a persone che sembravano più macellai che medici.

Parla delle storie di donne che ho incontrato, letto, sentito: centinaia di sopravvissute che portano dentro cicatrici indelebili.

Parla dell’abbraccio di una donna che aveva avuto tre aborti clandestini e che era felice per il nostro flash mob in difesa della 194 pur sapendo che andrebbe modificata.

Parla delle centinaia di donne vittima di aborti clandestini, uccise da una cultura misogina e cattofascista che ci riduce a utero e ci condanna quando rifiutiamo questo ruolo.

Parla degli scontri, delle resistenze, degli incontri, workshop, assemblee fatte su questo tema perché continuiamo ad essere ostaggi di istituzioni autoritarie.

Parla della richiesta delle lotte femministe per la depenalizzazione del reato di aborto, affinché nessun padre-padrone (Stato, Chiesa e Istituzioni) potessero legiferare sul nostro corpo e della legge 194, voluta da altr@, che per essere approvata presenta al suo interno il meccanismo per renderla inapplicabile.

Parla dell’obiezione di coscienza, ovvero del modo “pulito/legale” di legiferare sulla vita e il corpo delle donne. Siamo passate quindi dal “non puoi abortire” al “puoi farlo ma io non ti opero, fregati”.

Parla dei viaggi fatti per trovare un medico non obiettore, delle liste di attesa, della paura di superare il termine massimo per abortire.

Parla di negazione di educazione sessuale, perché, per prevenire l’aborto, l’unico rimedio è usare i contraccettivi.

Parla di una società moralista che da una parte ci espone ad un’erotizzazione eteronormativa in qualunque salsa e dall’altra si rivela sessuofobica e nega agli/alle adolescenti le informazione di base per fare sesso sicuro.

Parla di coito interrotto, calcolo dei giorni del ciclo, misurazione della temperatura, e poi di ritardi e gravidanze indesiderate.

Parla della negazione di una sessualità libera e serena dato che alle donne viene insegnato che il sesso lo si fa solo per amore o per procreare, mentre agli uomini viene chiesto di farlo spesso, con tante donne (con uomini MAI) e sempre con prestazioni mirabolanti.

Parla di un piacere femminile censurato da secoli e tutt’oggi ancora subordinato a quello maschile.

Parla della pillola del giorno dopo o dei cinque giorni dopo che Non sono abortive ma su cui si continua a fare obiezione di coscienza.

Parla del ritardo di 20 anni della RU406 in Italia e dell’ostracismo che è conseguito al suo ingresso.

Parla dei centri IVG privi di non obiettori o in cui, in seguito alla morte dell’unico non obiettore, è impossibile praticare aborti.

Parla dei prolife e del loro ingresso nei consultori e reparti IVG.

Parla della violenza che quest’ultimi agiscono nei confronti delle donne che deciso di abortire, insultandole e aggredendole a volte fin dentro la sala operatoria.

Parla del fanatismo, sessismo e autoritarismo di alcune ideologie che legano la donna al ruolo di madre.

Parla dei ricatti economici che si nascondo dietro quegli “aiuti” messi a disposizione da alcuni comuni per le donne che decidono di non abortire.

Parla dell’orrore dei cimiteri dei feti, dell’obbligo di riconoscere come vita qualcosa che per te non potrebbe esserlo e che comunque non è nato, mentre della tua vita, del tuo corpo che è lì e pulsa, che vive e soffre a nessuno frega un cavolo.

Parla del desiderio di maternità di alcune donne e dell’impossibilità di realizzarlo per motivi diversissimi che vanno da un’assenza o precarietà di reddito a problemi di salute.

Parla delle preghiere per i feti morti, litanie che ti ricordano che per questa cultura sei e resti un’assassina e che la tua vita non vale niente, rispetto a quella di chi non è neanche nato.

Parla dei tantissim@ bambin@ na@ e poi lasciat@ a loro stess@ perchè la tutela, i pro life, te la garantiscono solo in fase prenatale.

Parla delle donne migranti e dei mix di medicinali per provocarsi un aborto, a rischio della propria vita, dato che se, in un paese razzista come l’Italia, se sei senza permesso di soggiorno e vai all’ospedale rischi di esser denunciata e portata in un CIE in attesa di espulsione.

Parla delle donne incinta o dei/lle bambin@/ragazz@ mort@ nel Mediterraneo o rinchius@ nei CIE perché qualcun@ ha deciso che esistono concetti come confine, terra mia e terra tua, reato di immigrazione, permesso di circolazione. Sulla morte e sofferenza di quelle persone questi paladini dei non nati non hanno mai proferito parola.

Ed infine parla della nuova natura dell’aborto negli ospedali pubblici che da millantato “libero e gratuito” diventa un pizzo da 100 euro per poter “accelerare i temi di attesa”.

E proprio su quest’ultima notizia riporto l’inizio del post pubblicato da quella meraviglia di Serbilla su Intersezioni che condivido in pieno e che vi invito a leggere con l’auspicio che si ritorni a lottare non solo per ribadire un diritto sacrosanto come quello dell’aborto libero e gratuito ma che si impedisca, finalmente, a chiunque, di sentirsi legittimat@ a sovradeterminaci. Intanto Buona lettura:

Voglio dire grazie a tutte quelle persone che “difendono la vita”.
Grazie agli obiettori e ai non obiettori che ‘hanno capito tutto’, farmacisti/e, medici/he, infermieri/e, grazie alle sentinelle in piedi, sedute e stese, grazie a chi prega per i “non nati”, grazie a chi gestisce centri per “il dono della vita”,  i quali diffondono volantini con immagini (false) di feti abortiti o che si succhiano il dito e depliant sulla “sindrome post aborto”. Grazie per i monumenti cimiteriali e no, dedicati all’essere “madre di un figlio morto”. Grazie ai preti e alle suore, laiche e consacrate. Grazie ai politici e alle politiche che usano i “temi etici” come moneta di scambio. Grazie a tutti quelli che nel web non mancano mai di esprimere il loro parere contrario all’aborto delle altre – chiunque sia quell’altra – anche se non hanno un utero… semplicemente rispondendo con un “contrario”, in un sondaggio su facebook. E se gli fai notare che opinione per sé è diverso da giudizio o imposizione sull’altr@, ti danno della fascista.
Grazie, perché abbiamo bisogno della vostra caparbietà e costanza. Senza di voi rischieremmo di dimenticare che, in quanto donne, la dobbiamo pagare cara e amara sempre, e non contiamo niente, siamo solo merce di scambio, animale umano da fatica o compagnia – fino a quando culo e zizza restano sodi – e da riproduzione: martiri della maternità da ricordare con cinque minuti di silenzio, poi si va al mare a vivere la propria vita.
Grazie. Senza di voi certi risultati non riusciremmo nemmeno a immaginarli.

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