Riflessioni sull’autosfruttamento e i rigurgiti moralisti

Questo post l’ho scritto giorni fa ma solo ora riesco a pubblicarlo.

Ho appena finito di litigare con il mio capo. Sono stanca, il lavoro è una violenza continua. Cerco di trattenere le lacrime perché, infondo, mancano poco più di due mesi alla fine dell’anno e poi spero di trovare, per settembre, un altro impiego.

Respiro e mi chiedo cosa penserebbero quelle femministe che spendono il loro tempo a dirci che l’unico lavoro indegno è quello di chi vende prestazioni sessuali, perché alimenterebbe l’autosfruttamento del proprio capitale umano.

Eh già, in effetti il problema, il mio/nostro problema, è di chi lavora con il proprio corpo e non questo sistema che mi ha costretta ad accettare un lavoro a nero. Infondo, lo so, loro mi direbbero che non è la stessa cosa, che io qui mica vendo la fica? No, non la vendo ancora, ma tutto il resto del mio corpo sì, è completamente in vendita ed è stanco di esserlo.

Non so che lavoro facciano queste donne, se sanno che esiste una cosa che si chiama “classe”, se hanno mai provato tanta frustrazione come ne provo io ora, se hanno mai desiderato abolire il concetto di lavoro nel sistema capitalistico o per loro, infondo, va bene così purché non ci sia la fica.

Per loro non è prostituzione obbligare il proprio corpo a lavorare in condizioni di stress allucinanti, obbligarlo a ripetere all’infinito medesime azioni, a restare inchiodato su una sedia per ore a fissare un monitor e pigiare tasti. Non è prostituzione lavare, stirare, cucinare, chiamare il dottore, fare la spesa, pagare le bollette, rassettare ed ect… senza percepire un euro e neanche un grazie, dato che è scontato che lo faccia la “donna di casa”. Non è prostituzione arrivare a metà giornata e sentirsi in gabbia, guardare dalla finestra, oltre questi odiati mostri architettonici, il colore azzurrino del cielo e desiderare di sentire il sole sulla propria pelle perché fuori è una bellissima giornata e tu vorresti solo avere il tempo di goderne.

No, tutto questo non è prostituzione perché il corpo è in vendita solo quando c’è di mezzo il sesso, solo quando è erotizzato, penetrato, mostrato. Poco importa che chi lo fa possa esercitarlo in modo consapevole, che abbia scelto quel lavoro dopo averne praticato altri, forse anche peggio dei miei. Quello è un crimine, chissà poi per chi.

Ah già, alimentiamo l’autosfruttamento. Posso ridervi in faccia? Ma perché non lo dite a me che alimento lo sfruttamento accettando un lavoro di merda come questo? Perché non lo dice alla casalinga? All’operaria? Alla bidella? Alla ragazza del bar? Ma queste non lavorano con il loro corpo? O sono corpi diversi?

Lo sappiamo tutt@ che c’è una specificità per i nostri organi genitali, che tutto si può mercificare tranne la fica, quella proprio non si può.

Ed io vi guardo e non so se ridere o piangere mentre penso alle segretarie o assistenti dell’ufficio accanto in tacchi e pantaloni attillati. Sì, quella non è prostituzione.

Quando si tratta questo argomento un’altra tesi riportata per avvallare la tesi della lotta contro la prostituzione è che quest’ultima alimenterebbe la competizione tra donne, come se questo sistema non fosse improntato su questo. A scuola, i voti, secondo voi a che servono? E gli esami di selezione per le facoltà di medicina o architettura? Pensate che alimentino la solidarietà? Oppure l’esistenza delle classi sociali, cosa pensate che ci insegnino?

Questo mondo è così pregno, schifosamente pregno, di individualismo e competizione che il problema non è la donna che usa il suo corpo per accedere a dei servizi. Ma perché gli uomini non fanno lo stesso usando altro? Quello che vi interessa è combattere la cultura della guerra tra simili oppure solo additare chi usa il proprio corpo? Perché a quel punto è davvero insopportabile il vostro moralismo.

A me il lavoro fa schifo, mi fa schifo in tutte le sue forme, perché ci rende una paga a fine mese, un numero di ore di sfruttamento, è alienazione e frustrazione, è stare su una sedia e cercare di calmarsi i nervi perché non sei nella posizione di andartene. Eppure, in questo schifo, comprendo che per ora è impossibile realizzare un tipo di lavoro non capitalistico, lo si può immaginare e provare a crearlo con qualche esperimento, ma a livello generale il cambiamento richiede tempo. Quindi, mentre si lotta per cambiare il sistema in cui viviamo, per sopravviverci la cosa più importante è permettere, a chi lavora, di avere più tutele e diritti, per diminuire la violenza che comunque subirebbe. Lo si fa con tutti i lavori tranne che con la prostituzione, solo perché siamo un paese così profondamente moralista che non riusciamo proprio ad accettare il fatto che siamo tutte puttane.

Io sono una puttana, tu sei una puttana, loro sono delle puttane. Ma non lo siamo tutte allo stesso modo. C’è chi se ne vergogna, chi si nasconde, chi lo è ma non lo riconosce, chi dice “no! io non lo sono, non mi vendo” e chi prova pena per quelle che lo sono. Eppure la verità è proprio che siamo tutt@ in vendita perché è questo quello che fa il capitalismo e in questo mercato dell’orrore vendere un braccio non è più dignitoso che vendere la figa. La dignità è oltre questo lavoro di merda, pagato una miseria a ore o a progetto, a contratto o quando gli pare. La dignità è poter scegliere di non lavorare o di farlo secondo schemi anche non siano questi.

Ma dato che dobbiamo viverci in questo schifo allora sarebbe il caso di esser onest@ e dare a tutt@ certi diritti perché nessun@ debba esser marginalizzat@, messo in pericolo perché altr@ pensano che non sia corretto farlo. La sovradeterminazione è una cosa che odio ma sfortunatamente il femminismo non ne è immune. Personalmente credo che quando si tratta il tema della mercificazione del corpo bisognerebbe essere un tantino corrett@ e iniziare a parlare di tutti i lavori e non solo di uno, quello che vi fa prurito. Se mai qualcun@ associasse la prostituzione a lavori come la casalinga, l’infermiera, l’operaia e la maestra, allora sì che avrebbe più senso quel discorso e non risulterebbe un rigurgito moralista.

Di censor@ ne ho davvero piene le ovaie e anche di donne borghesi che mi vengono a fare la morale quando non sanno un bel niente di cosa vuol dire guadagnare una miseria e non poterla rifiutare. E poi dicono che il reddito minimo garantito è una stronzata! No, non lo è se mi permette di uscire da una situazione di ricatto. Non lo è se impedisce alle persone di non suicidarsi, anche a quelle che combattevano, come Maria, contro i suicidi dei/lle collegh@ e che poi, a loro volta, lo hanno compiuto. Non lo è se lo si vede come un momento di transizione da un sistema classista ad uno in cui vi è una ridistribuzione delle ricchezze, perché è questo il vero obiettivo di chi lotta per il reddito di esistenza e non l’elemosina che quest’ultimo è, e tutt@ ne siamo coscient@.

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2 risposte a Riflessioni sull’autosfruttamento e i rigurgiti moralisti

  1. Judith Pinnock ha detto:

    Un’analisi perfetta, brava!

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