Lividi che non vorrei nascondere

Nella società bigotta in cui viviamo, quella delle pubblicità eteronormative e sessiste, del soft hard strabusato e del porno censurato, di un moralismo che ti discrimina solo se vendi prestazioni sessuali mentre tutto il resto è “dignitoso”, in cui le elezioni si fanno anche con foto che si spacciano per scelte/usi autodeterminat@ del corpo mentre ricalcano, sempre e solo, quell@ solit@, prestabilit@ da altr@, in questo mondo dalla doppia morale mi ritrovo a dover coprire quei segni di cui non ho proprio intenzione di vergognarmi.

Mi guardo allo specchio e osservo il mio corpo, mappa di quasi dieci ore di gioco. Non mi era mai successo di esser travolta da una persona e di non riuscire a staccarmici. Tutto è iniziato con un “legami, ma non sospendermi” per poi ritrovarsi, poco dopo, a testa in giù e a trascorrere le ore successive a sperimentare posizioni sempre più complesse.
Guardo il livido che ho sul culo, lo osservo e, anche se non amo tale estetica, lo accarezzo e ripenso al momento in cui, mentre ero legata, il rigger mi ha sculacciata e io ho emesso un piccolo urlo di piacere.

Sposto lo sguardo sull’interno della coscia destra dove presento delle piccole escoriazioni dovute alle corde e al fatto che, per un po’ di minuti, sono stata sospesa sostenendomi solo su quel lato del corpo. Ricordo di aver volteggiato nell’aria e che, per tutto il tempo, il mondo attorno a me era come scomparso. C’eravamo solo io, lui e le corde, lo strumento di mediazione che ci ha messo in contatto. L’unica cosa che continuavo a desiderare era di restare lì, a mezz’aria, a godermela finché durava o meglio finché il mio corpo resisteva.

Anche le gambe sono piene di piccoli ematomi ma, non essendo abituata alla pressione delle corde, credo sia normale. Mi volto davanti allo specchio e osservo i graffi che mi ha lasciato durante la notte passata insieme. Li ho anche sulle gambe ma non sono così evidenti. La cosa che mi stupisce è che assomigliano ai segni lasciati dalle corde, i miei preferiti, e che è quindi difficile distinguerli.

Infine osservo il livido che ho sul collo, che è quello che mi crea più problemi. Non posso mostrarlo se voglio evitare domande come “cosa è successo'”, “come te lo sei procurata?”.
Vorrei poter rispondere che non è un livido da pestaggio, da caduta, da sbadataggine, ma bensì il segno di un incontro che mi ha assorbita un’intera notte e per il quale vorrei non esser giudicata. Non è il simbolo di una violenza ma di una coccola, di un modo di vivere il sesso che, comprendo non sia capito da tutt@ e che, per giunta, non è mia intenzione imporre a nessun@, ma che è quello che ho scelto per me e che dovrebbe esser rispettato. Come poter spiegare che quei segni, che ad ogni strofinio mi dolgono, sono per me piacevoli ricordi? Lo so, sembra folle per chi non apprezza o comprende queste pratiche ma, per chi le vive, è così o almeno lo è per me.

Ma, nel guardare questi lividi, questi graffi, ripenso anche a quelli che hanno marcato il mio corpo per ragioni diverse dal piacere, conseguenze di abusi compiuti da chi pensava fossi un suo oggetto. Personalmente percepisco benissimo la differenza tra gli uni e gli altri, tra il piacere che mi provoca guardare i primi e la rabbia che provavo sfiorando i secondi. Sì, rabbia verso chi mi aveva violata solo perché avevo detto la mia, avevo disobbedito ad un ordine, non avevo rispettato un’autorità. Anche di questi segni dovevo vergognarmi perché, come mi veniva insegnato, se avessi seguito ciò che mi veniva detto, non li avrei avuti sul corpo.

Ed ecco che ti obbligano a munirti di magliette a collo alto, foulard, occhiali, gonne lunghe e quant’altro per coprire segni che la società non vuole vedere, gli uni, per colpa di un moralismo che ti addita come pervertita se ti ecciti nel farti legare, sculacciare, mordere, graffiare ed etc e, gli altri, perché parlano di una violenza di genere di cui la cultura non vuole farsi carico, ridimensionandola come una questione da circoscrivere tra le mura domestiche, una questione privata le cui responsabilità sono solo individuali, per non affrontare il nocciolo della questione ovvero che, quella in cui viviamo, è una società che discrimina e alimenta la violenza contro tutti i soggetti che non siano quello dominante (uomo-bianco-etero-occidentale-ricco) tra cui, in primis, c’è la donna.

Ma, mentre io non posso mostrare i segni di un piacevole incontro, in quanto donna, lui, la persona a cui ho lasciato un livido sul collo, graffiato il corpo e morso a sangue il labbro, può permetterselo perché nessun@ troverà strano quei segni, spiegandoseli con le congetture più strane (notte di sesso infuocata?) che non contempleranno mai la vergogna. In qualunque situazione una donna si ritrovi è sempre costretta a coprirne le tracce che, da una parte, la condannerebbero alla patologizzazione della propria sfera sessuale e dall’altra la porterebbero ad esser additata come “quella che se l’è cercata”. Perché i lividi sono segni evidenti, difficili da non notare, da coprire, sono tracce del nostro vissuto che bisognerebbe smettere di nascondere solo per compiacere la morale comune. Una donna non dovrebbe mai vergognarsi né dei propri gusti sessuali né di aver subito violenza. L’unic@ a doversi vergognare deve essere chi la agisce, la violenza, ed il primo, come sapete, è lo Stato che continua a controllare ogni parte della nostra vita, a delimitare confini entro i quali ci è permesso muoverci, a circoscrivere il dissenso in spazi lontani dai palazzi del potere, a decidere sui nostri corpi in mille modi che, a volte, assuefatt@, non percepiamo neanche più come atti violenti.

Miro il mio corpo e penso che quei segni, che altr@ giudicheranno in mal modo, stanno tracciando un percorso che ho iniziato da poco ma che voglio continuare a percorrere: mi stanno dicendo che ci sono tante altre cose da provare, come la cera colata addosso, di cui avevo timore e che invece, alla fine, tra le sue braccia, ho sperimentato con piacere. Guardavo la cera colargli sul palmo delle dita e la sua espressione serena. Ho pensato che anche se faceva male doveva comunque esser sopportabile, quindi potevo provare e sì, un po’ brucia, ma passa in fretta e quello che rimane è una sensazione strana, di terrore che poi pian piano diventa piacere e che mi ha fatta bagnare.

Ecco, infondo quello che vorrei è solo non dover nascondere i miei gusti sessuali e i segni che comportano, non dover mentire a chi amo perché non capirebbe e non vivere col timore che, prima o poi, lo scoprano e su di me cadrà il loro giudizio frutto di secoli di cultura moralista. Come dissi un tempo, il mio piacere non può nuocere nessun@

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6 risposte a Lividi che non vorrei nascondere

  1. Salamandra Punk ha detto:

    Ciao, non conoscevo il tuo blog. L’ho scoperto oggi e ho iniziato a leggerlo. Di questo post mi ha colpito tantissimo una delle ultime frasi: “non vivere col timore che, prima o poi, lo scoprano e su di me cadrà il loro giudizio frutto di secoli di cultura moralista”. Ho avuto un sussulto nel leggere queste parole. Mi sono chiesta: “ma quanto conta, davvero, il giudizio altrui (intendo, a parte le conseguenza che tale giudizio può comportare, se sei in una relazione o in un posto di lavoro)?”

    • vaviriot ha detto:

      Sfortunatamente, a mio avviso, conta molto perché esiste il pregiudizio, lo stigma, le lettere scarlatte che, una volta che ti vengono affibbiate, hanno il potere di marginalizzarti. Ci sono persone che restano vittime di pregiudizi per anni e altre che vengono uccise per questo (vedi le sex worker o le persone lgbtiq). Il giudizio in sé non ha una valenza negativa ma la serie di significati di cui lo carichiamo sì, tanto da poter innescare una serie di parole, atteggiamenti discriminatori verso una persona. Di questo ne parla molto bene la Butler in “Parole che provocano” su cui, appena riuscirò a trovare un respiro nella mia vita, vorrei scrivere due righe =)

  2. Salamandra Punk ha detto:

    Certo che la discriminazione esiste. Qualsiasi persona l’ha vissuta sulla propria pelle perché per la società in cui viviamo NON andiamo MAI bene, qualsiasi sia la nostra condotta o il nostro modo di essere. Io la discriminazione l’ho vissuta sia in prima persona e fin dalla più tenera età e anche in terza persona, “a causa” delle mie frequentazioni, con vite “troppo” fuori dall’ordinario. Quello che intendevo, e che i faceva venire in mente il tuo post, erano le parole della Audre Lorde quando parlava dell’oppressore che vediamo fuori ma che in realtà ci portiamo anche dentro perché è radicato in noi. Ho pensato che a volte anche io ho timore di venire giudicata, ma in realtà il giudizio che temo è il mio. E che a volte siamo noi stess* ad avere pregiudizi sulle persone che ci circondano, perché pensiamo che non possano capire. Ma è un nostro giudizio nei loro confronti. E magari ci sbagliamo. Tutto qui.

    • vaviriot ha detto:

      come per tutte le cose anche per i pregiudizi, non solo li subiamo, ma li introiettiamo e replichiamo dato che è la cultura che ci circonda a generarli, la stessa in cui veniamo educat@ ma, per me, ciò che fa la differenza è rendersene conto e rimediare =)

  3. lala ha detto:

    Dovremmo farci le foto e liberare i nostri lividi 🙂
    Sarebbero interessanti le reazioni…
    ( tipo: “Anarcosadomasoinsurrezionaliste inneggiano al femminicidio”)

    • vaviriot ha detto:

      sì, mi sa che la reazione sarebbe più o meno simile XXD Comunque in alcuni social BDSM ci sono molt@ sub che mostrano i loro lividi, rivendicandoseli.. personalmente preferisco i segni lasciati dalle corde durante una sessione di kinbaku *__*

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