L’uso autodeterminato dei nostri corpi non è una minaccia per la sicurezza pubblica

Lunedì sera, a Bologna, secondo quanto riportato, una trentina di persone sono state identificate e sedici donne, di nazionalità romena e ungherese, portate in questura per accertamenti. Tra quest’ultime, “una cittadina romena è stata deferita in stato di libertà in quanto inottemperante alla misura di prevenzione del Divieto di ritorno nel Comune di Modena e ad altre sei è stato notificato un provvedimento di allontanamento dal territorio nazionale per motivi di sicurezza pubblica”. Per giunta, a tre automobilisti, che si erano fermati per contrattare con le sex workers, è stata contestata la violazione del regolamento comunale per turbamento della viabilità.

Personalmente reputo che, quanto stia accadendo, sia assurdo dato che la prostituzione non è illegale e oltretutto non minaccia in alcun modo la sicurezza pubblica. L’uso dei fogli di via, che sarebbe meglio definire come delle vere e proprie espulsioni, non solo è palesemente sessista ma anche razzista. Queste donne vengono punite in quanto donne-straniere-che si prostituiscono. Espellere una persona è già di per sé un’assurdità, un atto fascista che ci ricorda che il luogo dove si nasce non è neutro e che esiste il concetto di confine che limita la mobilità di ciascun@ di noi. A ciò aggiungete il motivo dell’espulsione, la “sicurezza pubblica”, espressione che mi ha sempre fatto incazzare perché di pubblico non c’è mai stato nulla.

Quello che si è sempre preservato è il potere, la sua sicurezza, il suo controllo su tutt@ noi, in questo caso sulle donne e il loro corpo. Una donna non può decidere di vendere il proprio corpo, perché come ci dice bene Beatriz Preciado, in un articolo tradotto dal CollettivaXXX“la maggior parte dei nostri organi è gestita da diverse istituzioni governative ed economiche. Di tutti gli organi del nostro corpo, l’utero è stato senza dubbio quello che nella storia è stato oggetto della maggiore espropriazione politica e economica. Cavità gestazionale in potenza, l’utero non è un organo privato, ma spazio biopolitico per eccellenza, al quale non si applicano le norme che regolano il resto delle nostre cavità anatomiche. Come spazio d’eccezione, l’utero è paragonabile più ai campi per rifugiati o alle prigioni, che al fegato o ai polmoni. Il corpo delle donne contiene dentro di sé uno spazio pubblico, per aggiudicarsi la sua giurisdizione lottano non soltanto il potere religioso e quello politico, ma anche le industrie mediche, farmaceutiche e agroalimentari. Ne consegue che, come ha giustamente detto la storica Joan Scott, le donne sono state a lungo in una condizione di “cittadinanza paradossale”: se come corpi umani appartengono alla comunità democratica dei cittadini liberi, come corpi con utero potenzialmente gravido perdono la propria autonomia e diventano oggetto di un’intensa vigilanza e tutela politica. Ogni donna ha dentro di sé un laboratorio dello Stato-nazione dalla cui gestione dipende la purezza dell’etnia nazionale. Negli ultimi quarant’anni il femminismo ha intrapreso in occidente un processo di decolonizzazione dell’utero.”

Quanto afferma la Preciado, in riferimento alla legge sull’aborto spagnola, a mio avviso, può benissimo valere anche per la prostituzione, dato che anche in questo caso lo Stato-nazione pianta o tenta di piantare la sua bandiera sui nostri corpi e sulla libertà di farne ciò che si crede opportuno. La prostituzione mette in discussione troppe cose per non risultare temibile: parla di autodeterminazione, di una scelta che troppe volte alle donne è stata imposta sotto mentite spoglie, vedete i matrimoni combinati, senza che quelle donne potessero avere voce in capitolo su nulla. Si trattava di contratti tra uomini per uomini. Ora che sono le donne a decidere cosa, quanto e come mettere in vendita sé stesse non va più bene a nessun@. La prostituzione, inoltre, mostra come qualunque altro lavoro sia tale ma che, nonostante ciò, solo lo scambio tra sesso e soldi provochi pruriti tra i/le bigott@, perchè è tanto bello e rende tanto felici l’illusione di non vendersi, quando lo si è completamente. Ed infine parla anche di una sessualità repressa, in quanto perennemente declinata all’eteronormatismo a scopo riproduttivo, di una sessualità maschile che ancora non è stata messa in discussione, di quella femminile ancora troppo censurata e di un’omosessualità ancora vissuta nell’ombra e nella vergogna. La prostituzione parla di troppe cose che dovrebbero farci riflettere, ma che si preferisce censurare, e per questo viene perseguita.

La prostituzione non è libertà, questo è ovvio, perché è pur sempre un lavoro inserito in un mondo capitalistico e a questo è soggetta, ma di certo la persecuzione che subisce palesa un bel pò di questioni. Come ho più volte detto, a me piacerebbe che il concetto di lavoro uscisse dal concetto di scambio prestazione-soldi perché, finché ciò non avverrà, per me sarà sempre sfruttamento, ma per ora l’abbattimento del sistema capitalistico è assai lontano dall’essere raggiungibile e quindi, mentre si attende di uscire da un sistema fallito come quello in cui viviamo, come si lotta per i diritti di tutt@ gli/le altr@ lavoratori/trici, mi sembra giusto che si lotti anche per quelli dei/lle sex workers, che altro non sono che lavoratori/trici sessuali*. Lo ammetto, mi risulta insopportabile questa criminalizzazione nei confronti del lavoro sessuale ed è per questo che vi ricordo che il 27 febbraio, il Parlamento Europeo, è chiamato a votare in favore o contro una direttiva che ha come principale obbiettivo la criminalizzazione di chi compra servizi sessuali anche da lavoratrici/lavoratori adulti e autonomi. Per contrastare tale manovra è stata creata questa petizione che spero diffondiate e firmiate affinché le norme repressive contro la prostituzione abbiano fine e questa venga, di diritto, riconosciuta come lavoro.

Note

* “La prostituta (migrante, precaria, le cui risorse affettive, linguistiche e somatiche sono gli unici mezzi di produzione) è la figura paradigmatica del/la lavorator* biopolitico del ventunesimo secolo. La questione marxista della proprietà dei mezzi di produzione trova, nella figura della sex worker, una modalità esemplare di sfruttamento. La prima ragione d’alienazione nella prostituta non è l’estrazione di plusvalore del lavoro individuale, ma dipende principalmente dal mancato riconoscimento della sua soggettività e del suo corpo come fonte di verità e di valore: e si afferma nel dire che le puttane non sanno, non possono, non sono soggetti economici o politici a pieno titolo.” (Beatriz Preciado)

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