La leggenda è reale: sono una puttana (e il motivo per cui non lo dirò mai alla mia famiglia)

Oggi ho letto una traduzione bellissima che voglio condividere con voi, qualora non l’aveste già letta sul sito Intersezioni (che vi invito a seguire), non solo perché parla di prostituzione, puttanofobia, violenza domestica, discriminazioni, stigma sociale e di famiglia, tutti temi che ricorrono spesso nei mie discorsi ma anche perché è scritto in un modo che mi tocca molto, direi di pancia.

Alla fine della lettura di questo post, tradotto da feminoska, avrei voluto abbracciare questa donna e dirle che la battaglia contro la puttanofobia la si vincerà insieme, anche se viviamo in stati diversi. Perchè la puttanofobia è qualcosa che tocca tutte, sex worker e non, perchè si basa su un concetto che limita e pone a giudizio qualcosa che dovrebbe esser libero, per sua stessa definizione: la libertà di scelta delle donne.

Proprio ieri, con una cara amica, Odette, sedute sugli scalini dell’università parlavamo di precarietà, lavoro a nero, contratti cocopro e tanto altro. Abbiamo parlato della nostra condizione di sfruttate o future tali, io che lavoro a nero a 1 euro ad ora e lei che per ora non lavora. Le ho parlato della mia volontà di lasciare l’Italia, almeno per un pò, della mia voglia di indipendenza che però non mi posso ancora permettere: la libertà ha un costo ed io dovrò lavorare ancora qualche anno per potermela concedere. Le ho detto che all’estero potrei prostituirmi, almeno all’inizio, perché i soldi per mantenermi e, forse, proseguire gli studi non ce li ho e i miei genitori mi hanno detto che non possono aiutarmi. Non so se l’avevo mai scritto qui, ai/alle miei amici/che non puttanofobici/che lo dico da un pò e sono felice che nessun@ di loro mi abbia mai discriminata o fatto la paternale. Ma so che, come questa donna, qualora lo facessi non potrò dirlo a tutt@ (in primis la mia famiglia) e che lo stigma si ritorcerà contro di me in modi molto dolorosi. Ecco, forse è anche per questo che tale testo mi ha colpito. Con la richiesta di diffonderlo ovunque possa interessare (citando la fonte della traduzione, please), dato che di sentir parlare terzi sulla prostituzione ne ho piene le scatole… lasciate che sia chi questo mestiere lo fa a parlarne, ringraziando ancora feminoska per la traduzione, vi auguro buona lettura.

La leggenda è reale: sono una puttana (e il motivo per cui non lo dirò mai alla mia famiglia)

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La mia famiglia sospetta da tempo che io sia una puttana.

Tutto è cominciato con il mio ex. Da abusante manipolatore quale è, ha divulgato questa informazione ad amici comuni (che l’hanno usata poi contro di me quando ci siamo lasciati), alla mia famiglia e, probabilmente, alla sua. Mia madre mi ha preso da parte, più volte, chiedendomi: “E’ vero? Sai che puoi dirmelo, puoi dirmi tutto e io ti vorrò sempre bene”.

La verità è che mi piacerebbe parlarne con la mia famiglia. Attualmente mi sto dedicando alla scrittura utilizzando uno pseudonimo, perché non voglio che la mia famiglia scopra il mio lavoro… Il che è un vero peccato, perché sono davvero molto orgogliosa di quello che ho realizzato finora e spero di avere un certo successo attraverso il self-publishing. Allora perché non ho ancora fatto outing? Perché non lo facciamo tutte?

In una parola: puttanofobia.

La puttanofobia è la forma specifica di discriminazione che i/le sex worker sperimentano. E’ fortemente intrisa di misoginia e disprezzo (slut shaming), spesso mischiata a transmisoginia, razzismo, classismo e altre forme di emarginazione. Quella del/la sex worker è in sé un’identità marginalizzata e, come nella maggior parte dei casi, modulabile lungo uno spettro. Nel nostro settore la chiamiamo la ‘gerarchia’, però di solito questa parola si riferisce alle idee interiorizzate su quale sia possibile considerare un comportamento legittimo, e dunque lavoro, e ciò che non lo è. Tuttavia, definire una persona ‘ballerina di burlesque’ (se lo si considera lavoro sessuale, alcun* non lo fanno, ed esiste una grande varietà di tipi di burlesque artistico) è molto diverso rispetto a confidare che sei una prostituta di strada. La maggior parte delle forme di lavoro sessuale portano con sé uno stigma fortissimo, che ha un impatto duraturo sulle nostre eventuali altre carriere professionali non sessuali e sulle relazioni interpersonali, e il lavoro sessuale completo (cioè avere rapporti sessuali con i clienti) è il punto più basso ed estremo dello spettro. Questo è il tipo di lavoro sessuale al quale mi sono dedicata.

Distante dagli standard normativi, non avrei avuto molte altre opzioni; mentre le prostitute esistono in ogni forma e dimensione, le spogliarelliste sono – in generale – più rispondenti a determinati standard di bellezza. Questo in parte spiega, a mio avviso, la ragione per la quale la prostituzione in strada è considerata il gradino più basso; è vista da alcun* come l”ultima risorsa’, dentro e fuori l’industria del sesso. Anche se tutti i tipi di lavoro sessuale sono considerati indissolubilmente legati al consumo di droga e ad altri problemi sociali, sul lavoro sessuale completo anche questa volta ricade il fardello più pesante. Esiste un preconcetto, sia nelle persone in generale che nei professionisti medico-sanitari, psicologi, assistenti sociali, forze dell’ordine e protezione dell’infanzia che la prostituzione sia inevitabilmente legata al disagio. Preconcetto opinabile.

In procinto di lasciare il mio ex-partner abusante, confidai alla mia assistente sociale (dopo averle chiesto a lungo rassicurazioni in merito alla propria politica di riservatezza, che lei mi assicurava essere totale) che avevo precedentemente lavorato come sex worker in un bordello. Accettò di lasciare questa informazione fuori dal mio dossier, ma mi informò che, se fossi stata ancora in attività in quel momento, avrebbe allertato i servizi di protezione dei minori. Quando le chiesi perché, dal momento che praticavo la mia attività lontano da casa e i miei figli erano seguiti dalla mia famiglia mentre ero al lavoro, rispose che “la prostituzione è di solito indicativa di altre problematiche”. Più tardi, un’amica e collega con la quale ne parlai al bordello, mi raccontava di come suo figlio fosse stato allontanato da lei, perché il suo ex compagno, nel corso di un’udienza per la custodia, aveva menzionato la cosa agli assistenti sociali. Non c’era stato bisogno di sollevare ‘altri problemi’; la presunzione di ‘altri problemi’ e l’ignoranza in merito alla realtà del sex work, erano bastate per perdere la custodia del proprio figlio.

Un’altra mia amica, dello stesso bordello, venne minacciata (da quello che sarebbe presto diventato il suo ex-marito) di essere denunciata – in quanto sex worker – se avesse richiesto supporto legale nel corso della separazione. Piuttosto che correre il rischio di perdere i propri figli e la propria famiglia, ha preferito perdere la casa, la stabilità finanziaria, tutti i risparmi e tutto quello per cui aveva lavorato fino a quel giorno. L’ex-marito si è preso tutto.

Il preconcetto secondo il quale il lavoro sessuale si accompagna al disagio fa acqua da tutte le parti, ma è anche risultato di un’inversione di causa ed effetto; è proprio l’esperienza di essere parte di un gruppo che viene abitualmente discriminato che allontana dal resto della società, negandoti servizi quali assistenza medica, assistenza abitativa, assistenza all’infanzia, ecc. e contribuendo a esacerbare questioni gravi quali le molestie della polizia e la patologizzazione. Questi sono gli aspetti che portano a quegli “altri problemi” come la violenza domestica (o, più precisamente, la mancanza di opzioni per sfuggirvi), la povertà, i problemi di salute mentale, l’uso di droghe e l’abuso/indifferenza per i figli. Questo schema si verifica nella maggior parte dei gruppi più emarginati. Il rovescio della medaglia però, è che il sex work offre anche una via d’uscita da queste situazioni, quando sono causate da altri fattori; il lavoro sessuale è relativamente ben pagato in Occidente, e non richiede istruzione formale o formazione, rendendolo accessibile a persone in difficoltà. Non c’è però un legame intrinseco tra sex work volontario e disagio. La correlazione non implica causalità, e il rapporto esistente è in gran parte circostanziale. Se non fosse per la puttanofobia e la relativa marginalizzazione, questa discriminazione non esisterebbe e l’aumento dei casi di problemi familiari e sociali tra i/le sex worker potrebbe anche diminuire. Purtroppo, l’esistenza di questi problemi viene usata come prova per giustificare l’atteggiamento bigotto nei nostri confronti. Si tratta, in sostanza, di colpevolizzazione delle vittime.

Sono stata trattata come merda dal personale medico nel richiedere il mio esame di routine per le malattie sessualmente trasmissibili, e poi messa in imbarazzo per il fatto di aver riscontrato dei batteri – naturalmente presenti – nella mia vagina, cosa che si verifica in circa l’80% degli adulti sessualmente attivi e la cui presenza di solito non è nemmeno testata perché innocua. Ho visto medici scuotere la testa e chiedermi perché mi dedicavo ad un’attività così pericolosa in giovane età, quando in realtà il bordello era il mio rifugio sicuro dal mio partner violento.
Ad oggi, il mio ex mi manda minacce poco velate e si riferisce a me con nonchalance come ‘una di quelle’ nella migliore delle ipotesi, o ‘stupida puttana’ se si sente particolarmente crudele. Sono anche certa che la disumanizzazione delle/i sex worker è stato uno dei motivi per cui un conoscente si è sentito libero di violentarmi, dopo tutto le puttane sono di proprietà pubblica e siamo felici di scopare chiunque in qualsiasi momento, no?

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4 risposte a La leggenda è reale: sono una puttana (e il motivo per cui non lo dirò mai alla mia famiglia)

  1. IDA ha detto:

    Bisognerebbe parlare di prostituzione senza parlare di prostitute, uno dei motivi perché esiste la “puttanofobia”, è proprio questo. la prostituzione esiste, non perché ci sono le “puttane”, ma perché ci sono i clienti e soprattutto gli sfruttatori. Si parla di decoro, perché non si vogliono vedere, ascoltare, si parla di libera scelta ma non di sfruttamento e tratta.. la donna è legata al sesso o meglio è crocefissa al sesso fin dalla nascita, pura o impura, santa o puttana… questo lo sai benissimo.. Lo stesso binomio, lega la questione della prostituzione, da una parte si sostiene la legalizzazione della prostituzione, e con questo si legalizza lo sfruttamento e la tratta, dall’altra la repressione, che colpirà solo le vittime. La repressione verso le prostitute, viene considerata del tutto normale, da secoli e secoli.. In quanto anarchica, combatto il dominio, quindi la prostituzione ma non le prostitute. Non voglio demonizzare, ma nemmeno mistificare la realtà, sono una ristretta minoranza quelle che possono aver scelto liberamente, perché se già sono state spinte a fare quella scelta dal bisogno, non è più libera scelta. Quello che non accetto è sostenere che dal momento che sono consenziente vuol dire che non c’è sfruttamento. Il dominio, il capitalismo ricerca il consenso, sfrutta con il consenso. Quindi l’autodeterminazione nella prostituzione non esiste, esiste solo una scelta, rispettabile.. che io rispetto.. Nel rapporto sesso e denaro, stabilisce un rapporto tra soggetto e oggetto. Questa bella lettera che hai postato, parla con un linguaggio di sofferenza, e si consola della propria condizione con molto romanticismo. Non si combatte il patriarcato assecondandolo, sperando di ricavare qualche vantaggio, ma solo sabotandolo e disobbedendolo .. Behh. Ora ti saluto.. un abbraccio..

    • vaviriot ha detto:

      cara ida, forse dimentichi che io ho sempre ritenuto ogni forma di lavoro sfruttamento, e ogni forma di lavoro prostituzione, ma chissà perché questo discorsino che fai tu lo si fa solo alle puttane.. perché non lo fate alle insegnanti, alle infermiere, la donna delle pulizie, la baby sitter, alle commesse, alle badanti? Perché non andate lì a dirgli che stanno assecondando il patriarcato, perché quei lavori/ruoli ce li hanno affibbiati da secoli, infatti vi è una presenza prettamente femminile? Perché sto sfruttamento/favoreggiamento all’immaginario maschilista esce solo con la prostituzione?

      Per gli/le altr@ lottate affinché non perdano il posto di lavoro a loro invece dite che non è giusto che ricavino vantaggi.. per me dovete chiarirvi qualche idea. Inoltre, che la prostituzione sia una scelta libera, lo si dice tenendo bene in mente che è libera quanto la scelta di chi accetta di fare l’insegnante precaria, di chi decide di lavorare come commessa o cameriere… la libertà è un termine molto relativo. Lo sfruttamento c’è, perché il lavoro capitalistico si basa su di esso, e finché ci sarà il capitalismo non possiamo liberarcene.. potete benissimo pensarla diversamente ma allora mi chiedo perché non vi rifiutate di lavorare? Oppure vi dà fastidio chi, vendendo il proprio corpo, guadagna più di voi? Io davvero non li capisco certi atteggiamenti.

      Inoltre, che la legalizzazione della prostituzione favorisca lo sfruttamento è una cazzata e per giunta i comitati delle/dei sex worker sono i primi a combattere la tratta, ma fa troppo comodo censurare questo aspetto e dire il contrario. La puttanofobia è anche questo. E per giunta, noi di tratta si parla ma la si lega a tante altre questioni (es. reato di immigrazione), basta leggere tutti i testi pubblicati.

      Infine, parlare di prostituzione senza le puttane è come parlare di lavoro operaio senza gli/le operai@.. chissà perché la sovradeterminazione vi viene fuori solo con chi è discriminato tra i discriminati. Non pubblicherò altri commenti abolizionisti dato che già in rete si trovano milioni di siti che diffondono tesi uguali a quelli da te riportate, quelle stesse tesi che le prostitute a cui vorreste toglier parola hanno largamente dimostrato esser infondate.

      • sdrammaturgo ha detto:

        Che poi ‘sta cosa che solo le puttane vendono il corpo non la capirò mai. Io con che lavoro, con gli effluvi dell’anima? Mi pare che pure io uso mani, occhi, orecchie, bocca, gambe, tutte parti che vendo al padrone in cambio del salario. Praticamente cazzo e fica sono corpo, braccia e ginocchia no. Anatomia cattolica.

      • vaviriot ha detto:

        “Anatomia cattolica” te lo rubo sicuro. Per il resto, non posso che convenire con te che sia assurdo ma, lo sappiamo, gli organi genitali, per tantissim@, sono una cosa a se, una specie di ultra copro, qualcosa che ha più valore delle altre parti del nostro corpo. “Venditi tutto ma non la figa” parafrasando una pubblicità di qualche tempo fa.

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