La transfobia passa anche per il linguaggio

ImmaginIn questi giorni ho letto due notizie che dimostrano quanto la nostra cultura sia transfobica. La prima riguarda il suicidio di Aurora, una transessuale di 22 anni. Nel descriverla il giornalista scrive: un ragazzo… noto su facebook come Aurora. Citando un amico, “il rispetto manco quando schiatti”. Negare a questa ragazza l’identità di genere che aveva scelto è come ucciderla due volte. Nell’articolo, inoltre, si dice che il suo suicidio potrebbe esser legato alla rottura con il suo fidanzato. Non conosco le dinamiche che hanno spinto questa ragazza ad uccidersi però non mi ci vuole molto per capire che, dietro tale gesto, c’è molto di più, come la violenza di un mondo che ti dice che sei sbagliata e che farà di tutto per non riconoscere ciò che sei. Parlare, in questo articolo, di transfobia sarebbe stato così sbagliato? Eppure è un dato indiscutibile che la transfobia causi centinaia di vittime all’anno. Ne possiamo parlare? Oppure vi sembra giusto farlo solo a date comandate (il 20 novembre – Transgender Day of Remembrance)? 

La seconda notizia risale a ieri e parla di un tentato omicidio ai danni di una sex worker transessuale. Così il giornalista apre la notizia: “un uomo adocchia e avvicina un napoletano, di 42 anni, che si sta prostituendo”. Anche questa volta abbiamo la negazione dell’identità di genere della vittima, anche per questa notizia è come se le si ricordasse che, dato che è nata con il cazzo e qualcun@ ha stabilito che ciò bastasse per affibbiarle il genere “uomo”, fregandosene del fatto che potesse o meno ritrovarvisi, accettare o meno i costrutti che ne sono alla base, mettere in discussione o meno il concetto stesso di genere, per la società resta tale anche se non vi si riconosce. Questo è l’eteronormatismo: violenza, imposizione, dittatura. Ma questa notizia ci dice anche altro. Ci parla dei rischi a cui le/i lavoratrici/tori del sesso sono espost@ perché non riconosciut@ come tali, e quindi privat@ di qualunque diritto. Nonostante siano numerose le notizie che denunciano le violenze che la non legalizzazione del lavoro sessuale provoca ovunque, si continua a parlare di abolizionismo, concetto basato su una cultura moralista che considera impensabile vendere prestazioni sessuali in modo autodeterminato e che col proprio agire espone quest@ lavoratori/trici a pericoli sempre maggiori. A tale proposito, se volete saperne di più, vi invito a leggere questi post.

Il modo in cui i media trattano le persone transgender dimostra che, sfortunatamente, la nostra cultura si basa ancora su una dicotomia (uomo/donna) che limita/censura/discrimina l’esistenza di altre soggettività e che, da parte di chi detiene il potere, nulla si è fatto, o si intende fare, affinché questa venga messa in discussione. Un esempio che vale per tutti può essere la sterilizzazione forzata a cui sono esposte tali persone per vedersi riconosciuta la propria identità dallo Stato. Per tali motivi non posso che terminare questo post con pensieri di rivolta, e nello specifico riportando uno stralcio di “Proposte per una rivolta trans” di quella meraviglia frantic:

BashBackPhoto

Mi capita piuttosto spesso vedere altre persone trans struggersi sognando di essere nate con un corpo coerente con la loro identità di genere. A me viene da pensare, invece, che se fossi nato maschio, sarei stato una donna trans. Non so, ho quest’impressione.

Non so se mi identifico senza genere o fuori dai generi, dal momento che in linea di massima mi arrabbio se, parlando di identità di genere, mi definiscono qualcosa di diverso dall’etichetta ‘uomo trans’, ma rifiuto del tutto la nozione cisnormativa e transfobica per cui quella parolina – trans – non dovrebbe ricoprire nessun ruolo particolare nella mia identificazione, nella mia storia, nella mia prospettiva, nel mio pensiero.

Le persone transessuali e transgender perdono molte cose: gli amici, i partner, il lavoro. Ma se queste tutte cose – fatta eccezione per il lavoro, che è già piuttosto difficile da ottenere in una condizione senza particolari ostracismi in corso, figurarsi in altri casi – sono tutto sommato recuperabili o è possibile ottenerne di nuove, c’è qualcosa che come persone trans perdiamo definitivamente, ed è l’attendibilità della nostra voce, la capacità di definirci, di narrarci, di mostrarci. In quanto trans, non posso affermare che io sono. La mia identità deve essere validata dagli altri.

Lo sguardo cisgender pervade la mia vita e mi sottopone senza pietà ad un giudizio costante. Si insinua nella mia persona, nella mia storia, nei miei ricordi, nella mia affettività e sessualità, e in parte persino nella mia autopercezione. Mi obbliga a comprovare il mio genere in continuazione: di fronte a psicologi e psichiatri, i quali possono decidere tranquillamente di lasciarmi in pasto al mostro-disforia se non dimostro di essere esattamente il piccolo macho eterosessuale che loro pretendono io sia, se non fornisco loro narrazioni preconfezionate o addirittura negarmi aprioristicamente la possibilità di farlo nel caso in cui non mi identificassi all’interno del binarismo di genere. Di fronte a tribunali che mi obbligano a operarmi per ottenere dei documenti che non dicano il contrario di quello che dice la mia faccia. Di fronte a una cultura nella quale sono assente, sottorappresentato o male rappresentato, dove l’articolo di giornale medio quando parla di transessualità e transgenderismo solitamente lo fa notificandoci l’ennesima morte dell’ennesima sex worker trans, spesso migrante, morta per le mani di qualche cliente che non aveva intenzione di pagare, o per chissà cos’altro; in ogni caso, impossibilitata a fare altro vista la discriminazione attuata nei confronti delle persone trans che cercano un impiego.

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