GenovaG8: arrestati i poliziotti? Ma chissenefrega!

Quando ci fu il G8 a Genova io frequentavo i primi anni del liceo. Non ero lì presente ma ho vissuto tutto attraverso le immagini che venivano diffuse nel web, leggendo i report che arrivavano e poi, qualche anno dopo, dai racconti di chi quell’orrore l’ha vissuto. Anche se non l’ho vissuto sapevo che quello che accadde e che continua ad accadere mi riguarda, riguarda tutt@, perché la repressione non si è mai arrestata. Quando, qualche giorno fa, ho letto la notizia della condanna di quei poliziotti, ho pensato a tutto ciò che avevo letto, visto ma soprattutto alle persone che mi avevano raccontato quella notte e le settimane successive, il dolore, i traumi, le paure, la rabbia. Lo sapete, non credo nel carcere, quindi per me questa condanna, non solo è inutile ma è anche una beffa, perché nulla ha accheffare con la giustizia. Come dice bene un’amica “lo Stato  risarcisce se stesso perché queste persone non sono state brave a tenere alto il buon nome delle Istituzioni. Questo gli interessa”. Ed è alle sue parole che voglio lasciarvi perché, non solo le condivido, ma trovo giusto che ne parli soprattutto chi, quella notte, c’era. Buona lettura!

GenovaG8: arrestati i poliziotti? Ma chissenefrega!

Bloodstains_on_Diaz_school_following_police_action_in_July_2001

Io quella notte c’ero. Come tanti compagni e compagne ero lì. Stavo alla Diaz, o meglio, alla Pascoli, che era la scuola di fronte. Dove c’era il legal team, la stampa e tutto il gruppo di informazione indipendente incluse le radio militanti e indymedia. Quel che è successo resta indelebile nella nostra memoria. Non sono cose che puoi dimenticare. Le urla, il terrore, ‘ste guardie mascherate che sfondavano qualunque luogo e che rompevano, frantumavano, cose e teste. Non fosse che da noi c’era la radio in streaming che raccontava in diretta l’ingresso degli agenti con i manganelli in mano le avrebbero suonate pure a noi che qualche livido, dopo due giorni di corse, intossicazioni da lacrimogeni urticanti, e ammaccature, potevamo ben annoverarlo.

Invece spinsero, dissero una serie di sciocchezze, non sapevano neppure perché fossero lì, e nel frattempo al piano di sotto prendevano tutte le testimonianze nel computer dei legali e poi gli hard disk con quel che trovavano qui e là, immagini, video, senza sapere che molte cose erano già state, per fortuna, pubblicate online.

Bloccati lì guardavamo gli inseguimenti e le legnate a quegli altri che scorrevano nelle finestre a pochi metri da noi. Gli inseguimenti e le legnate. Vedemmo un corridoio che presto si colorò di rosso sangue, come tutta la scuola, l’ingresso, i bagni, le tracce lungo le scale. Poi quei corpi devastati, li vedemmo trascinati fuori uno a uno, e urlavamo “assassini” mentre stringevamo forte i pugni e l’interesse prioritario era di raccontare, subito, a chiunque, quel che stava succedendo. Eravamo lì per questo e non c’era un momento buono per la commozione. Bisognava fotografare, scrivere, raccontare, ché se non raccontavamo noi non l’avrebbe fatto nessuno. Non in modo corretto. Di sicuro.

Per giustificare quel massacro si disse che lì dentro c’erano armi, prove, che poi si seppe furono introdotte da gendarmi processati, unici tra i tanti lì presenti quella sera, e mentre ragazzi e ragazze venivano condannati per un decennio almeno per una vetrina rotta, cosa inaudita e sproporzionata a prescindere dal fatto che siate d’accordo o no, applicando una norma che risale agli anni del fascismo che parla di saccheggio in tempi di guerra, questi gendarmi hanno fatto carriera, parlato, scritto, detto, continuato a fare il proprio lavoro che poi non so se smaltita la condanna continueranno a fare ancora.

Come già scrissi rispetto alle prime avvisaglie di processi e condanne non sono i tribunali che possono raccontarci la verità. Quella giudiziaria è una verità mediata che offre un contentino su un piatto d’argento come strumento di pacificazione sociale. Perché la democrazia è sana, questo vorrebbero dire, e lo affermano mentre le guardie continuano a reprimere nelle piazze e le regole per censurare il dissenso sono sempre le stesse se non peggiori. Lo Stato… lo Stato. Vedete come sono brave le Istituzioni? Sanno risolvere con quelli che chiamano “mele marce” e le destinano a un breve periodo di punizione simbolica mentre compagni e compagne vengono chiusi in carcere per anni se solo osi raccontare in piazza un’altra verità sociale.

Le istituzioni non potranno mai risarcire quella profonda ferita, quella macchia scura che parla di fascismi e di censure, di stampa di regime e destre tutte schierate a favore delle polizie contro quelli che già all’epoca avevano capito il profondo disastro economico verso cui stavamo andando. Le istituzioni non potranno mai risarcire la morte di Carlo. Non potranno mai colmare l’amarezza, la disillusione, il trauma, il dolore, la frammentazione successiva dei movimenti dovuta a quei partiti, come il pd, sempre presenti quando c’è da dividere il mondo in buoni e cattivi. I buoni sono loro e gli altri militanti son cattivi, naturalmente. Sapete, vero?, che il sabato il pd, sempre che allora si chiamasse così (scusate ma le mutazioni camaleontiche di quel partito hanno confuso loro stessi, come volete me ne ricordi io?), non aderì alla manifestazione perché eravamo brutti, sporchi e cattivi? Segnatevelo perché quelle sono cose che non si dimenticano.

E quel che resta, oggi, è un dolore ancora più profondo, nella totale consapevolezza che nulla è cambiato, che tanti compagni e compagne sono stati piegati, alcuni no, lottano ancora, altri invece chi lo sa, rientrati nel proprio contesto privato, e poi, giusto oggi, mentre leggo di questo arresto dei poliziotti condannati per aver introdotto prove taroccate nella scuola, così da giustificare quel massacro, mi viene in mente solo il rumore di quell’elicottero che stava sulle nostre teste, ancora urla, poi le sirene, gente sanguinante portata via, la corsa per capire dove fossero finiti quelli che mancavano, e a notte fonda eravamo lì, con calma, a raccogliere i resti delle persone massacrate. Gli spazzolini da denti, i documenti di identità, i sacchi a pelo, vestiti, cose vive che poi sarebbero state restituite a chi aveva dovuto lasciarle lì con la forza. E infine tutto quel sangue. Quanto sangue.

E ora ci dicono che i tizi faranno qualche mese di galera, e devono averci scambiati per fascisti perché a persone come me, ad esempio, del fatto che ‘sta gente faccia la galera, poca o tanta che sia, non me ne frega niente. Lo Stato che risarcisce se stesso perché queste persone non sono state brave a tenere alto il buon nome delle Istituzioni. Questo gli interessa. E tutto ciò non c’entra affatto con la giustizia sociale. A me interessa che chi ha quelle responsabilità non abbia la possibilità di fare ancora danno a chi manifesta in piazza e poi mi interessa che si smetta di mandare in galera chi dissente, resiste e si ribella. E se anche le istituzioni facessero questo neanche allora saremmo pari. Neppure allora, di sicuro.

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Una risposta a GenovaG8: arrestati i poliziotti? Ma chissenefrega!

  1. tilladurieux ha detto:

    Bellissimo articolo.
    Concordo: capri espiatori di piccolo taglio, tanto per. Tanto, poi, la gente dimentica…

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