L’amore collettivo contro la patologia dell’autoritario

Cosa hanno in comune un post sulla patologia dell’autoritario e uno sull’amore romantico? Per me molto.

L’autoritarismo è uno dei principali mali che affligge la nostra società. Come ci testimoniano le parole di Marcello Bernardi, che vi invito a leggere sul post di Edmondo, il disturbo principale del censore è la paura: egli non sa immaginare un mondo senza regole che gestiscano la sua e altrui libertà. Opprimere sembra una condizione imprescindibile per la sopravvivenze e di conseguenza l’unica aspirazione possibile. Non è un caso che fin dalla scuola ci costringano a competere, gli uni con le altre, e a dividerci tra quell@ che sono conformi e quell@ che non lo sono, tra quell@ che arriveranno alla meta (successo/potere, ovvero quell@ che comanderanno) e quell@ che resteranno indietro e che eseguiranno gli ordini altrui. La solidarietà e l’empatia vengono, pian piano, messe da parte dal “dovere di farcela”. E se questo vi sembra esagerato, basta guardarsi attorno e notare quante violenze si consumano davanti ai nostri occhi senza che nessun@ muova un dito, e chi lo fa viene additato come “terrorista”.

Spesso mi sono domanda se questa spinta all’individualismo fosse relativa solo all’ambito pubblico oppure fosse possibile che tale tendenza trapeli anche nella vita privata. Dalla mia esperienza ho capito che, non solo era possibile, ma già accade da secoli. Il secondo post che vi ho linkato è la traduzione di un articolo di Coral Herrera Gomez, ad opera di Malapecora , sull’amore romantico e la necessità di parlare, in termini politici, dell’amore e delle reti affettive. Il romanticismo è sempre stato declinato secondo la coppia o nucleo familiare a cui dobbiamo dedicare tutte le nostre energie, togliendole ovviamente ad altro.

Nelle famiglie tradizionali (molte di esse patriarcali) infatti si insegna che tutt@ i/le componenti devono lavorare affinché la famiglia possa sopravvivere, che bisogna restare unit@ per potercela fare, ma allo stesso tempo si fa passare il messaggio che i bisogni della famiglia vengono prima di ogni altra cosa, che la famiglia a cui apparteniamo è, fondamentalmente, l’unico gruppo su cui poter contare e per cui lottare. La famiglia, in poche parole, si comporta come un branco.

Se ho interpretato bene quanto affermato da Gomez, penso che si possa dire che la famiglia tradizionale, così come è oggi, un nucleo chiuso e separato dal resto, non fa altro che succhiarci energie che potremmo invece spendere per tutt@, e non solo “per i nostri cari”. Ma per farlo bisognerebbe anche sgravare la famiglia, e soprattutto le donne, da un marea di doveri/ruoli di accudimento e gestione della casa. Per esempio, se i/le bambin@ fossero vist@ non come proprietà private di un’unica coppia, ma come persone di cui la società deve prendersi cura senza imporgli una qualsivoglia forma di appartenenza, si riscoprirebbe il piacere della condivisione e del mutuoaiuto.

Ma questo permetterebbe anche alle persone di capire che possono farcela da sole, senza alcun gerarca, ma semplicemente autorganizzandosi. Ed è forse questo il motivo per cui, questa società, ci spinge all’individualismo, alla competitività, ci porta a mettere distanze enorme tra di noi, basate su pregiudizi e discriminazioni di diverso tipo.

Quindi se nel campo scolastico/lavorativo la competitività la fa da padrone in quello sentimentale abbiamo la dittatura della monogamia, imposta come unico legame possibile, simbolo del fantomatico “vero amore” e, soprattutto, unica forma riconosciuta legalmente*. Tutte le altre forme d’amore che tendono a mettere in discussione quest’ultima sono discriminate e osteggiate, schernite come un’anomalia del sistema. Ma questo vale anche per tutte le altre realtà che si oppongono alla norma e che, per me, hanno un elemento in comune, il più importante per qualunque tipo di cambiamento si voglia aspirare, l’empatia.

E’ difficile lottare per qualcosa se prima non la sentiamo nostra, che parla di noi, anche se sta avvenendo a milioni di kilometri di distanza, come è difficile amare qualcun@ che ha altr@ compagn@ se non si pensa al fatto che nulla, quei rapporti, ci stanno togliendo e che, anzi, della loro ricchezza beneficeremo anche noi*. La gelosia come il “pensare prima a sé” sono delle brutte rogne, lo ammetto, e solo un lavoro costante può liberarcene o almeno insegnarci a controllarle, a scacciarle quando prendono il sopravvento. Sfortunatamente, però, il sistema non ci aiuta in questo, anzi, ci spinge ad abbandonarci ad esse perché sa che, più ci dividerà, più avrà potere su di noi. Ed è per questo che trovo importanti, oserei dire preziose, tutte quelle realtà che, in ambiti diversi, perseguono l’avversione verso questo modo di vivere egoista e individualista a cui sembriamo destinat@.

Riporto quindi, con piacere, una parte del testo di Gomez, per la cui traduzione ringrazio ancora slavina, e vi invito a spulciare il blog di Edmondo, professore libertario, il cui lavoro apprezzo ormai da anni e che è sempre fonte di grandi riflessioni su quanto questo sistema scolastico non insegni nulla ma bensì plasmi “brav@ cittadin@”. Come sempre vi invito anche a dirmi la vostra. Buona lettura!

(traduzione dell’articolo di Coral Herrera Gomez uscito sul periodico spagnolo El Diario Cada oveja con su pareja)

L’amore romantico che abbiamo ereditato dalla borghesia del XIX secolo si basa nei modelli dell’individualismo piú atroce: che ci schiaccino con l’idea che dobbiamo unirci di due in due non è casuale. Davanti al declivio delle utopie religiose o le utopie politiche, sorgono nuove utopie romantiche personalizzate, fatte su misura. Siccome non crediamo piú di poterci salvare tutti insieme, ci sforziamo per trovare qualcuno che ci ami, e allo stesso tempo, qualcuno con cui riprodurci, dividere i conti e risolvere problemi.

Sotto la filosofia del “si salvi chi puó”, il romanticismo patriarcale si perpetua nelle favole che ci raccontano, e si installa lí dove non arriva il raziocinio, nel piú profondo delle nostre emozioni. Attraverso i film e le canzoni assumiamo tutta l’ideologia egemone in forma di miti, stereotipi e ruoli patriarcali. E con questi valori costruiamo la nostra mascolinitá e la nostra femminilitá, e imitiamo i modelli di relazione che ci offrono idealizzati.

Il risultato di tanta magia romantica é che la gente finisce per credere che l’amore é la salvezza. Peró solo per me e per te, gli altri si facessero i cazzi loro.

L’amore romantico postmoderno ci offre una soluzione individualizzata per sopportare la realtá. Mentre si costruiscono nidi d’amore e si vuotano le piazze, noi cerchiamo l’altra metá della mela e ci intratteniamo consumando finali felici. Il romanticismo del “si salvi chi puó” serve perché adottiamo uno stile di vita basato nella coppia e nella famiglia nucleare, e perché tutto segua com’é. Serve perché – soprattutto noi donne – impieghiamo quantitá ingenti di risorse economiche, di tempo ed energia, nell’incontrare la nostra mezza mela. Cosí non ci dedichiamo ad altre cose piú creative o piú utili.

Ogni pecora (ruminando la sua pena) accoppiata. Le industrie culturali e le immobiliarie ci vendono paradisi romantici perché ci rinchiudiamo in focolari felici. Credo che in gran parte per questo la maggioranza rimane addormentata, protestando a casa sua davanti alla televisione, sperando che passi la tempesta, sopportando la perdita di diritti e libertá o assumendola come frutto della malasorte.

I media tradizionali non promuovono mai l’amore collettivo – se non è per venderci una olimpiade o un’assicurazione sulla vita. Se tutti ci amassimo molto il sistema traballerebbe, perché potremmo arrivare a organizzarci per difendere i nostri diritti e autogestire le nostre risorse, e questo è pericoloso. Questa è la ragione per cui si preferisce che ci accoppiamo due a due, non venti con venti: è piú facile generare frustrazione e rassegnazione in una sola coppia che in gruppi di gente.

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Note

* da anarchica non aspiro al riconoscimento, da parte dello Stato, dei miei rapporti affettivi, infatti non ho intenzione di sposarmi, ma comprendo e rispetto la volontà di chi vuole intraprendere questa scelta e di chi lotta affinché ci siano diritti per ogni forma di coppia. Il problema è che, anche laddove sembrano essere compiuti passi in avanti (vedere legge francese che permette alle coppie gay e lesbiche di sposarsi e adottare), nel campo legislativo, in realtà si continua ad escludere chi, come me, non solo rigetta la monogamia ma non vuole contrarre alcun tipo di contratto. Per saperne di più vi linko un post di intersezioni che condivido in pieno.

* ci tengo a precisare che non è mia intenzione discriminare chi sceglie di avere rapporti monogamici. La mia è una riflessione sulla dittatura della monogamia, ovvero sul fatto che essa non ci è presentata come una delle possibili forme di relazione tra cui scegliere ma bensì come l’unica e giusta.

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6 risposte a L’amore collettivo contro la patologia dell’autoritario

  1. IDA ha detto:

    Certo che sono collegati autoritarismo e romanticismo, ed hai perfettamente ragione. Il potere vive sulla paura perché è illogico, perché distorce qualsiasi possibilità di raggiungere un fine sociale, ma al contrario crea autocraticità e disuguaglianze. Ma quello che mi interessa di più parlare in questo momento è del matrimonio e romanticismo.
    Nel XIX secolo, il processo capitalistico, riordina la famiglia borghese, e attua una separazione tra la via privata e la vita pubblica, la vita privata copre l’intero arco delle relazioni coniugali e parentali in seno alla famiglia nucleare. La famiglia borghese diventa il centro della nuova struttura ideologica del patriarcato, che include il matrimonio basato sull’amore romantico.. in pratica alla donna viene tolta la catena del matrimonio imposto, e sostituita con quella del romanticismo. La famiglia borghese, quella eterosessuale, mononucleare, monogama, basata sulla fedeltà della donna, l’uomo no! Una scappatella va sempre giustificata, in fondo l’uomo è cacciatore e la donna è troia, ecc..ecc.. Non è un caso che contemporaneamente alla nuova trasformazione della famiglia, e al romanticismo, si trasforma anche la prostituzione, con i bordelli, case chiuse, e nuovi sistemi di sfruttamento. Ma sono uscita troppo dalla stalla.. Dicevo; la famiglia borghese è la forma più potente e diffusa di controllo sociale. Per questo ha la necessità di essere un modello imposto ad opzione unica.. e sempre per questo è l’obbiettivo primario da abbattere.. Come ho già detto in precedenza io non mi sono mai sposata, ho convissuto per 22 anni con il mio, ormai ex compagno e ho due figli, ma come anarchica e soprattutto come donna, ho sempre ritenuto il matrimonio; il luogo per eccellenza dentro il quale si consumano le forme più subdole e autoritarie del dominio, in specifico quelle tra uomo e donna. Ma il rifiuto di accettare le regole disegualitarie che Stato e Chiesa hanno imposto ai membri delle famiglie, non implica certo il rifiuto di assumere le proprie responsabilità nelle relazioni umane, e con i figli.. Ma forse stò diventando troppo prolissa e chiudo qui.. un’abbraccio..

  2. ida ha detto:

    Dimenticavo; per me, una famiglia è composta da tutti quei soggetti che abitano sotto lo stesso tetto, che non necessariamente vi sia un legame sessuale o della stessa specie, ma legati da un vincolo di affetto e simpatia.. Io vivo con due gatte, tutte femmine, l’ultima l’ho trovato nella campana del vetro, per poco non la schiacciano con le bottiglie, era piccolina, secca e spaventata, me la sono portata a casa e da quella sera anche lei fa parte della mia famiglia..

    • vaviriot ha detto:

      grazie per questo excursus storico, che non fa mai male =)
      Inoltre anch’io credo che la famiglia sia un nucleo di animali, umani e non, legati da affetto e rispetto… non serve altro =)
      grazie di cuore per avermi allietato la giornata con i tuoi commenti ^_^
      abbraccio

  3. tilladurieux ha detto:

    Bell’articolo, complimenti. Condivido. Ho solo un piccolo appunto: non ritengo che l’individualismo debba necessariamente essere condannato, aprioristicamente. Individualismo può anche significare la spinta verso la crescita e la realizzazione di sé in piena libertà, senza vincoli sociali, culturali, familiari. In questo senso reputerei, anzi, auspicabile un maggior individualismo, inteso come scissione da un gruppo “obbligatoriamente” d’appartenenza e categorizzante.
    E’ anche vero che questo tipo di individualismo non penso possa essere sviluppato se non all’interno di un ambito più ampio in cui ognuno si fa cura di tutelare l’individualismo altrui (ed il proprio) da ingerenze autoritarie.
    Spero d’essere stata abbastanza chiara.

  4. tilladurieux ha detto:

    Ecco, forse userei il termine “interesse egoistico” al posto di “individualismo”.

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