Non c’è nulla e nessun@ da dover “accettare”

Dopo aver letto questa notizia ho iniziato a pensare a tutte le volte che io e le mie amiche siamo state oggetto di discriminazioni a causa del nostro corpo non aderente al “modello unico di bellezza” e/o per il modo in cui eravamo vestite.

Le reazioni che riscontro più frequentemente sono:

– Disgusto totale, tipico di quelle persone che ti dicono “ma non si vergogna? E’ ridicola! Se fossi in lei indosserei abiti che mi rendessero il più anonima possibile”

– Chi ti dice “capisco che tutti siamo diversi e che bisogna rispettare ogni fisicità, ma certe cose non accetto di doverle guardare, mi fanno senso”

– E, in fine, chi ti dice “anch’io, come lei, non sono filiforme e non me ne faccio un problema, però, obiettivamente, so che quel tipo di abbigliamento non mi donerebbe, non mi valorizzerebbe, quindi perché indossarlo?”

Non so quanta consapevolezza abbiano, le persone che compiono uno qualunque di questi ragionamenti, che stanno alimentando l’immaginario fascista di bellezza e, per giunta, sovradeterminando una terza persona. Analizziamo le diverse reazioni per capire come ciò accede:

Nel primo caso abbiamo l’esempio di chi, accettando l’esistenza di un modello di bellezza, decide di imporlo agli/alle altr@ con forza. Si può passare dalla parolina detta a mezza voce fino all’umiliazione pubblica. L’obiettivo però resta lo stesso, ovvero far sentire ridicola e inappropriata quella persona. E’ una delle violenze più diffuse e più “accettate”, perché a volte neanche la si percepisce come violenza ma solo come stupidità, come una “bravata di ragazz@ sciocch@”. Ma noi sappiamo che non è così. Non c’è nulla di spontaneo in questa dinamica, tutto è ordito e predisposto dalla cultura in cui veniamo educat@. Se fin da piccol@ ci insegnano che esiste “la bellezza”, ovvero un unico modello di corpo, di forme, di simmetrie, e che tutto il resto è quindi deforme, brutto, ridicolo e che per giunta ciò che non è conforme va discriminato, ecco che educhiamo i/le bambin@ a comportarsi come dei/lle fascist@ che si sentono in diritto di schernire e umiliare chi non rientra nel modello unico di bellezza. Parlo di fascismo non a sproposito: l’imposizione di un modello unico di perfezione e quindi di un unico pensiero è alla base di ogni fascismo. L’omologazione, lo standard, la norma, i modelli esistono perché qualcun@ ha creduto possibile sintetizzare, limitare, circoscrivere cose che in realtà sono libere: parlo della sessualità, dei generi, del modo in cui apprendiamo le conoscenze e anche della bellezza. Che la bellezza sia un concetto non è un dato di fatto. La bellezza per me resta il rapporto tra chi guarda e chi è guardato e quindi è fuori da ogni possibile schema. Ma non tutt@ la pensano così e quindi, invece di rispettare le differenze, le discriminano. La paura dell’anormalità è qualcosa che ci viene insegnat@, o meglio impiantato nel cervello, con lo scopo, non solo di renderci i/le controllori di noi stess@, spingendoci ad essere il più “normali/normat@” possibili, ma anche degli/lle altr@, attraverso mezzi come l’offesa o lo scherno. Se questo non è fascismo, ditemi voi cosa lo è?

La seconda reazione, invece, è propria di quelle persone che ci provano a mettere in discussione i canoni estetici impostici, ma “proprio non gliela fanno”. Il motivo, per me, risiede nel non aver messo in discussione un bel niente e nell’aver solo considerato giusto un ragionamento a livello teorico. Queste persone non hanno approfondito la questione del fascismo delle forme, altrimenti non userebbero parole come “accettare”. Ma cosa devi accettare? Ma chi sei per poter accettare o non accettare? L’uso di alcuni termini non è mai neutro. Accettare o tollerare qualcun@ o qualcosa sono le espressioni più usate da fascisti e razzisti, perché implicano la presenza di una gerarchia dove c’è un soggetto forte che ti concede, e sottolineo concede, qualcosa (accettazione o tolleranza) e un soggetto, ma direi anche oggetto, che la riceve. Se qualcun@ mi dicesse “”ti accetto” il minimo che gli potrei rispondere è “ma accetti cosa? chi? perché? ma chi sei tu?” e roba del genere. Il massimo ve lo lascio immaginare =D Penso che sia importante ribadire, per l’ennesima volta, che non c’è proprio niente e nessun@ da dover accettare. Non è una questione di accettazione ma di rispetto. Mi devi rispettare non accettare. Per non parlare di espressione come “ma perché devo guardare una cosa che non mi piace?”. La mia risposta sarebbe “per lo stesso motivo per cui io devo sopportare il funzionamento ad intermittenza dei tuoi neuroni”. Ma, a parte le battute facili, il problema resta l’autoritarismo che pervade anche le nostre azioni quotidiane. Pensare che qualcun@ si possa mostrare solo se ci alletta è fascismo. Pensare che chi non ci piace faccia meglio a non uscire di casa è fascismo. Sentirsi in diritto di fissare, indicare, oppure giudicare qualcun@, anche se “lo capisco che ognun@ ha il suo corpo”, è sessista e fascista.

La terza reazione viaggia più o meno su questa falsa riga del “comprendo, ma c’è un però”. Chi la pronuncia spesso è una persona che si rivede nella vittima di scherno ma allo stesso tempo ne prende le distanze. Da una parte, infatti, si riconosce come una delle tante persone che, pur non rientrano nel “modello unico di bellezza”, se ne frega, ma poi ai canoni dettati da quest’ultimo sembra comunque piegarsi. Infatti è pur sempre il pensiero dominate che ci dice cosa ci “sta bene” e cosa no, quale tipo di abbigliamento ci “valorizza” e quale ci “renderebbe ridicole?”. Su quali parametri giudichiamo l’appropiatezza di un capo? Quali caratteristiche deve avere quel capo? E soprattutto quale scopo hanno queste regole? Renderci “più carine” quindi appetibili? Più desiderabili? O, in altre parole, “un bel vedere” per il testosterone? Eh sì, credo che sia proprio questo lo scopo di tutte queste “regole dello stile”.  Con la scusa del “ci si deve prendere cura di sè non per piacere ma per piacersi” ci impongono regole che con l’autodeterminazione non hanno nulla accheffare. In realtà non ci viene proposta una scelta, ma un’imposizione giustificata con l’immancabile “è per il tuo bene”. Vorrei che, chi parla di capi giusti e sbagliati, riflettesse su quanto questo non tenga in considerazione ciò che è più importante di tutto, la scelta personale. Se a me piace mettere le gonne corte ma ho le gambe storte, qual’è il problema? Perché non potrei farlo? Se adoro i pantaloncini ma non ho una gamba filiforme perché dovrei evitare di indossarli? Se ho poco seno perché non dovrei mettere certe magliette aderenti che “ti appiattiscono”? E se ne ho uno abbondante perché dovrei coprirlo altrimenti “risulterebbe volgare”? Della volontà delle donne, dei nostri gusti, a chi interessa?

Penso che sarebbe giusto interrogarci un pò di più su alcune reazioni o espressioni usate nei confronti di chi non rientra nel canone di bellezza/stile/fascino ed etc che ci hanno imposto. Sarebbe ora che si rispettassero le scelte altrui e che nessun@ venisse a farci lezioni di stile (anche se i media ne sono pieni), perché a noi piace vestire come ci pare e, no, non siamo disposte a subire le offese di una cultura fascista che discrimina tutto ciò che va contro corrente solo perché la teme, perché ne mina l’autorità. E’ ora di rispedire al mittente la dittatura delle forme, dello stile, dei consigli sui centimetri di carne da mostrare e da coprire, degli abbigliamenti che ti valorizzano, dei colori che esaltano il tuo incarnato e stronzate varie. Rivendichiamoci il diritto di vestirci come più ci piace e di non accettare alcun tipo di discriminazione per questo.  Sui nostri corpi No pasaran!

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Una risposta a Non c’è nulla e nessun@ da dover “accettare”

  1. IDA ha detto:

    Come potrei non essere d’accordo con te. Il famoso “modello unico” del corpo di una donna, corrisponde ai gradimenti estetici degli uomini, non delle donne. Anche perché rappresenta solo il 5/10 % della popolazione femminile. I canoni estetici rientrano nella femminilità, che è un concetto puramente maschile o meglio del dominio, (patriarcato). Per non parlare della biancheria intima e delle scarpe con i tacchi.. Sul mio aspetto, da ragazza ci ho sofferto un pochino; fino a che non feci amicizia con una mia coetanea che era tutto il contrario di me.. Io che non avevo seni, avevo gambe secche, e lei era in tutto più abbondante.. ma mi ha insegnato ad usare l’autoironia. Ai ragazzi si presentava cosi: “ sono Samanta, non sono buona ma sono tanta”. Ma questo credo di avertelo già detto… Per la gente si doveva sembrare strane.
    Io porto spesso i pantaloni e le scarpe basse, una volta, appena arrivai al lavoro, un mio collega mi disse: “Ma vestita da donna mai?” e io li risposi: “perché non ti vesti te da donna!”. Ci rimase male e non fece più nessun commento sul mio modo di vestire…

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