Gioiosa marea

Oggi, in una pausa dal lavoro, ho aperto questo link che avevo notato da un pò, ma che non ero ancora riuscita a leggere. E’ stato un magnifico viaggio alla scoperta del rapporto tra le autrici, il proprio sesso e il sesso femminile in generale. Ho apprezzato moltissimo le continue metafore che richiamano al mare e ai suoi abitanti, forse perché vivo in una città di mare. Il paragone dell’odore dei nostri umori con la puzza, ma anche profumo, del pesce (per me vivo) penso sia azzeccato, o almeno anch’io, senza mai ammetterlo, l’ho sempre fatto. Sono ancora piena della sensazione di dolcezza e allo stesso tempo di erotismo che questo testo mi ha suscitato, ancora piena delle domande che in esso vengono poste e su cui mi piacerebbe ritornare. Per ora, però, vi auguro buona lettura!

Gioiosa marea

Ero nel bus per Parigi, sono sedute accanto a me due bambine. Le avevo notate anche prima, perché nel salire in fila si scambiavano dei bacini sul naso e sulla bocca. Erano deliziose, piccoline, tutte biondine. Avranno avuto quattro o cinque anni, forse cinque e sei. Sono vestite da bambine, mollettine, abitini con ricami, farfalle e cuoricini dappertutto. Scherzano e ridono, si prendono in giro: sono un piacere. Esiste l’espressione “fare venire il cuore”? In siciliano si dice nel senso di “fanno stare bene”. Una di loro fa finta che sia caduto qualcosa, l’altra non ci crede. “Sì, non lo vedi perché è trasparente”

“Ma allora non puoi vederlo neanche tu!”

“Io lo vedo perché i miei occhi sono trasparenti”.

L’ho trovato geniale. Parlando si toccavano molto, hanno delle mutandine deliziose. Sì, perché avevano questo modo di giocare, come mi ricordo facevo da piccola con mia sorella o con le bambine. Toccarsi qua, sul pube, per farsi il solletico, o sotto le ascelle. Una di queste bambine aveva delle mutandine troppo belle, tutte bianche con un cuoricino al centro coi brillantini. Si possono vedere questi sessi così senza peli, così piccoli… mi hanno fatto tanta tenerezza e ho pensato che a me piacerebbe averne uno così. Forse io ancora immagino il mio corpo un po’ come un corpo da bambina.

Alba, 17 luglio 2012

Ho visto una bambina al mare a Šilo sull’Isola di Krk in Croazia che subito mi ha fatto ripensare al racconto delle bambine dagli occhi trasparenti. La bambina era seduta, tutta nuda, in riva al mare; le onde la colpivano in mezzo alle gambe e lei si guardava perché, presumo, sentisse qualcosa. Faceva una tenerezza. Era lì tutta nuda, mi piaceva pensare che il suo piccolo corpicino, il suo sesso, la sua soggettività, tutta la sua persona, fossero anche per lei un mondo ancora tutto da scoprire, da capire.

Avere occhi trasparenti è stare al gioco di saper vedere qualcosa di non scontato o meglio qualcosa che la nostra cultura non è mai stata in grado di vedere. È il gioco di riuscire a vedere il sesso di una donna. Ma cosa significa, in questo caso, vedere? Cosa intendiamo quando diciamo di vedere il sesso femminile?

Provo a leggere il testo di Letizia Comba “Ciò che non è verificabile” che mi ha suggerito Alba. Tra l’altro ritrovo descritto, per criticarlo, il discorso freudiano sulla bambina: per il padre della psicoanalisi il suo sesso interno, la vagina, è, durante l’infanzia, a livello propriocettivo inesistente. “È inverificabile alla vista. È nulla” commenta in modo polemico la Comba. Se però andassimo avanti col percorso freudiano scopriremmo che quel sesso interno diventerà il luogo emblematico della sua sessualità, della sua passività.

Dove Freud era riuscito a vedere e dove era cieco credendo di vedere?

Se è vero che non tutto può essere visto non dobbiamo, per questo, non vedere quello che abbiamo sotto il naso. Freud aveva ragione, quella bambina al mare avrà probabilmente sentito un calore clitorideo e non serve a nulla l’affannarsi di molte psicoanaliste per dimostrare che la bimba percepisce anche le sua cavità. È una verità candida, meglio ammetterlo che combattere per nulla. Perché nel cercare di contrastare Freud si finisce per raggiungere la stessa meta di Freud?

Eppure anche a Freud presto si offusca la vista: comincia a predicare che quella bambina al mare è “un ometto” e presto o tardi dovrà diventare adulta e dovrà dimenticarsi di quella sensazione marina…

Se il discorso si è sempre strutturato sul rapporto tra un sesso e un non-sesso, tra un sesso visibile e invisibile, è forse imprudente dimenticarci che “eppur vediamo”. Nel dire che il sesso femminile è invisibile io scopro, empiricamente, che, invece, lo vedo. Una volta, per esempio, una donna era nuda accanto a me e le ho visto chiaramente i genitali: mi sono stupita della chiarezza della mia visione perché sono miope e in quel momento non portavo gli occhiali. Eppure quell’immagine mi si è stampata nella mente: la differenza dei colori, la bellezza della forma, il gioco di chiaroscuro. Quindi, se da un lato, potrei affermare con Irigaray “Voi uomini non ci vedete niente, non ne sapete niente, non vi ci ri-trovate, non vi ci ritrovate. E questo vi è insopportabile”, dall’altro potrei scoprire che in fondo riesco a vedere. L’indugiare della telecamera pornografica tra le pieghe dei genitali, invece, è quell’ossessione nel cercare ciò che non riesce a vedere. La nostra cultura è scopofila non perché vede, ma perché non riesce a vedere.

Quale menomazione visiva, quindi, ci fa aver paura di affogare ed essere inghiottite nel “nulla da vedere”? Anche la confusione nei termini per nominare il sesso di una donna è emblematica di una nostra visione non chiara: vulva? Vagina? Labbra? Clitoride? Monte di Venere? Ogni termine è, il più delle volte, usato a sproposito.

Inaspettatamente trovo una via d’uscita scorrendo le pagine di Donna Haraway, che sempre Livia mi ha invitata a leggere. Sin dalle prime righe penso confusamente: dobbiamo “semplificare la vista” renderla un senso tra gli altri, togliergli il fascino che ha ammaliato filosofi e scienziati. In altre parole scoprire, o forse riscoprire, qualcosa di  semplice e complesso al contempo. Semplice perché è ritrovare la vista come un senso, tra gli altri, che usiamo per vedere il mondo da una certa prospettiva. Complesso perché, per la nostra cultura, la vista non è un senso come gli altri; è stata eletta a senso supremo, il senso dell’oggettività scientifica che si arroga il diritto di non “situarsi”, il medium con cui il filosofo vede le idee.

Quindi se semplifico la vista e guardo il mio sesso cosa vedo?

Il mio sesso è sì minuto, ma visibile: vedo peli, piccole e grandi labbra, clitoride, vulva, nevi, imperfezioni della pelle, differenti colori, superfici variegate e cangianti.

Non mi serve lo specchio, ho solo bisogno di occhi trasparenti.

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