Da simbolo della pace a troia

Da simbolo della pace a troia. E’ ciò che accade a tutte le donne che non rispettano il ruolo di “angelo del focolare”. E’ il trattamento che la cultura maschilista riserva alle donne che si ribellano.

Tutto è accaduto a causa della stoltezza di alcuni giornalisti che hanno interpretato, a modo loro, una foto, scattata durante l’ultima manifestazione No Tav, e l’hanno elevata a “simbolo della pace” riducendo ad un unico gesto un’intera manifestazione che rientrava, tra l’altro, in un giorno in cui più città scendevano in piazza.

La foto ritrae una ragazza, Nina, che cerca di baciare un poliziotto. Senza neanche scomodarsi a contestualizzare la foto, a capire se vi era un seguito, a chiamare la ragazza e chiederle il significato di tale gesto, i giornalisti hanno lanciato titoloni che parlavano di pace e i cui articoli erano correlati di commenti pieni di approvazione, rispetto, quasi devozione, per questa “fanciulla brava e buona”.

Poi succede che Nina chiarisce che “”Nessun messaggio di pace […]. sì, sono contraria alle forze dell’ordine, sì lo stavo sfottendo alla grande, sì, il fotografo è stato fortunato…“.” Apriti cielo! La ragazza “brava e buona” diventa una troia a cui augurare uno stupro perché una donna non può non rispettare l’autorità, una donna non può ribellarsi e, se lo fa, va punita. E di “stupri rieducativi”, sfortunatamente, la storia ce ne ha dato di terribili esempi.

Lo sa bene Marta a cui hanno detto di stare a casa mentre le violavano il corpo, la insultavano e sputavano addosso. Lo sanno bene tutte le donne che vengono offese, caricate e picchiate solo perchè osano manifestare il loro dissenso, osano scendere in piazza, occupare quello spazio pubblico che ci è sempre stato negato, osano prendere parola, parlare per sé, lottare per sé. In poche parole non delegare la lotta per la propria libertà a tutori.

Quanto sta accadendo ci deve far rendere conto di quanto sessismo la nostra cultura sia pregna, di quanto una donna ancora debba lottare per poter affermare la sua libertà di autorappresentarsi, perché Nina, che il suo gesto lo si condivida o meno*, si è autodeterminata. Ed è questo il suo reato più grande: una donna può esser mostrata solo o come vittima da difendere o come donna che obbedisce agli ordini, da portare come modello per le altre, mai come donna che si ribella e combatte contro ciò che sa essere un tutore del potere che ci violenta ogni santo giorno.

La strumentalizzazione che ha seguito il suo gesto non ci mostra altro che un giornalismo inesistente e la necessità/obbligo di mostrare la donna in quell’unico modo che compiace allo Stato: gentile, buona e dolce. Delle donne che lottano i media non sanno cosa farsene, infatti ci censurano sempre, come censurano tutti quegli altri soggetti che resistono. Ma capite che una donna che si ribella offende questa cultura due volte: perché ribelle e perché donna. Ovviamente tutta la mia solidarietà va a Nina e a tutte le donne che r-esistono.

 

Note

* Personalmente non ho capito fin da subito il gesto di Nina, perché una foto può essere interpretata in mille modi, ma ero certa che si trattasse di qualcosa che nulla aveva accheffare col pacifismo. Quando poi lei stessa ha chiarito le sue intenzioni ho apprezzato il suo obiettivo, il motivo per cui l’ha fatto, ma non la scelta della pratica scelta per raggiungerlo. Ma si tratta appunto di scelte personali, per le quali non esistono termini come giusto o sbagliato, almeno per me.

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