Concita De Gregorio e l’analisi illogica di uno stupro

Condivido con piacere l’analisi di Detta_Lalla sull’articolo che Concita De Gregorio ha recentemente pubblicato riguardo lo stupro avvenuto a Modena. Non sento di dover aggiungere altro a ciò che viene già detto, se non che ne condivido ogni singola parola. Quindi buona lettura!

Concita De Gregorio e l’analisi illogica di uno stupro

Una ragazza di 16 anni viene stuprata a Modena. Una città ‘bene’, una ragazza ‘bene’. Anche i violentatori sono ‘bene’, sicuramente non lo stereotipo main stream dell’immigrato morto di fame o dell’emarginato sociale.

Quando succede un fatto così le reazioni dei media e dei politici sono senza dubbio differenti che in altri casi. Lo stupratore è un membro rispettabile della società, *uno di noi*, potrebbe essere nostro fratello, o nostro figlio. Che poi lasciate perdere che la maggior parte delle donne lo sa benissimo che le violenze peggiori provengono dall’ambito dei famigliari e degli amici, e che l’uomo nero che stupra le sconosciute (magari vestite in maniera *provocante*) esiste ma è una percentuale minima delle statistiche sui casi di violenza di genere.

Così quando Giovanardi se ne esce con le esternazioni che tutti già conosciamo: << Se si sgancia la sessualità da un rapporto di amore e di rispetto reciproco – rincara la dose il parlamentare modenese – svalutandola a livello di semplice divertimento, non ci si può illudere di risolvere il problema attraverso la repressione penale >> e sulle quali non mi soffermo, non rimango affatto stupita e passo oltre. Conosciamo le posizioni del personaggio, sappiamo che fa il provocatore di mestiere, non ci perdo troppo tempo.

Poi arriva, su repubblica, il pezzo di Concita De Gregorio. Donna, intelligente (dicono), sicuramente colta, di quella sinistra borghese e salottiera che quelle come me (disoccupate, femministe, *antagoniste*?) detestano. Una delle esponenti di Se Non Ora Quando (per gli amici SNOQ), cartello di donne bene, borghesi, benestanti moderate, un po’ timorate, paladine dei ‘giusti valori’, per le quali il male del secolo e l’origine di tutte le nostre rovine sono le olgettine di Berlusconi, secondo loro unico e insuperato interprete del maschilismo italico (sì, le signore in questione non hanno la profondità di analisi politico-storico-psico-sociologica tra le loro virtù).

Ma qui stiamo parlando di violenza di gruppo, cavolo non mi viene in mente cosa peggiore che una donna possa subire! Quindi apro il link abbastanza fiduciosa che qualcosa su cui concordare con Concita lo troverò!

E invece no.
Il delirio. Il panico. Lo schifo. La monnezza.
Non una sola riga, non un solo assunto, non un solo concetto condivisibile.
Messa giù così sembra dura, lo so. Vi potrei dire che il pezzo sembra scritto da un prete dell’800 e non ci credereste. Per questo credo che questo pezzo meriti un’analisi del testo (come quelle che il prof di italiano ci faceva fare su La Divina Commedia).
Troverete in stampato il testo integrale dell’articolo di De Gregorio e in corsivo il mio commento ad ogni periodo.

L’articolo apre con un quadretto un po’ stereotipato della sedicenne tipica(?) dei nostri giorni. Concita ne analizza le abitudini, i comportamenti, i capricci *da bambina*. Si trucca, è chiusa, porta tutto-il-nero-intorno-agli-occhi, sta su fb (a parlare chissà con chi!). Naturalmente analizza solo lei, la vittima. Mai loro, i violentatori.

Ce l’avete, ce l’avete avuta una figlia di sedici anni? Che si veste e si trucca come la sua cantante preferita, che sta chiusa in camera ore e a tavola risponde a monosillabi, che quando la vedete uscire con il nero tutto attorno agli occhi pensate mamma mia com’è diventata, ma lo sapete, voi lo sapete che è solo una bambina mascherata da donna e vi si stringe il cuore a vederla uscire fintamente spavalda.Dove va, a fare cosa, con chi.
Ve li ricordate, i vostri sedici anni? Quando Facebook non c’era e passavate pomeriggi al telefono fisso a dire no, sì, ma dai…, e poi quando vostro padre vi diceva ora basta, libera quel telefono vi chiudevate in camera, anche voi, a scrivere a penna su quaderno ché il computer non c’era, e se c’era era uno solo, enorme, sempre spento, inaccessibile.
Ve li ricordate i vostri 16 anni, signore coetanee di Concita? Quando non c’era facebook! Ai miei tempi sì che si rigava dritto signora mia. E il pc e il telefono li controllava Papà! Qui una Concita nostalgica sembra rimpiangere i bei tempi andati in cui le ragazze avevano il coprofuoco, venivano controllate a vista (stai tranquilla che se tuo padre ti lega in casa poi nessuno ti stupra fuori!), subivano il controllo della famiglia. Poi lascia stare che magari quelle stesse ragazze a 18 anni si sposavano col primo che capitava solo per andarsene dalla patria potestà e iniziare a servire e riverire un altro uomo, ma vuoi mettere? Almeno erano sicure! C’erano maschi che le controllavano!

Ecco, fate lo sforzo di ricordare perché una ragazza di sedici anni è quella cosa lì, da sempre e per sempre anche se cambiano i modi e le mode, i vestiti e le canzoni, i modi di parlarsi perché con la chat si fa più in fretta ma è uguale, in fondo.
Vogliamo soprassedere sul chiamare una ragazza ‘cosa’? No. E comunque non tutte le ragazze sono la stessa ‘cosa’, Concita. Pare che siano degli individui anche loro. Dicono.

È come stare pomeriggi interi al telefono, a canzonare il tempo a prenderlo in contropiede e ingannarlo. Una ragazza di sedici anni è una persona a cui la vita deve ancora succedere e non lo sa, e ha un po’ paura e un po’ fretta, e molto desiderio che passi veloce il momento e che arrivi quello, alla meta dei diciotto, in cui “nessuno mi può obbligare, ora”.
Notiamo qui un primo richiamo a quello ch sarà un po’ il Tòpos centrale dell’opera. Questa ragazzina ha paura, ma ha anche fretta. Vuole che il tempo scorra veloce, vuole crescere, essere Donna, e farà qualunque cosa per diventarlo!

Io non lo so, nessuno lo sa tranne lei e quelli che erano lì, cosa è successo alla ragazzina di Modena.

Io non lo so, non c’erano testimoni, che ti hanno violentata lo dici tu, è la tua parola contro la loro, baby.

che – dicono gli investigatori, i parenti, ora anche gli adulti che rivestono incarichi pubblici – una sera d’estate a una festa di compagni di scuola è stata violentata da cinque, sei, non è sicuro quanti amici.
Tutti gli adulti autorevoli, dai genitori alle istituzioni dicono che era una festa tra ‘compagni di scuola’, tranquilli non c’è nessun mostro!

Amici, attenzione. Nessun livido, nessun graffio, nessun segno di violenza che segnali la sopraffazione fisica in senso proprio. Erano compagni di scuola.
Capisci il nostro problema cara ragazza? Erano amici tuoi! ci sei andata tu a quella festa! E poi guarda, non hai neanche un graffio, un livido, niente. Non ti hanno nemmeno gonfiata di botte! Sei sicura che non te la sei un po’ cercata? Magari t’è pure piaciuto dai. Non era proprio uno stupro se non ti hanno neanche menato, non credi?

Alcuni maggiorenni da poco, varcata l’agognata meta dei diciotto, altri, almeno uno, no.
Capito bambina? Sono bambini pure loro. E’ stata una ragazzata, su.

Aveva bevuto lei, avevano bevuto probabilmente tutti perché come sa chi si guarda intorno gli adolescenti, oggi, bevono. Superalcolici, moltissimo. Costano meno delle droghe, spesso si trovano nelle case già disponibili all’uso. Shortini, alla mescita. Pochi euro a bicchiere, nessuno chiede la carta d’identità. Bevono i quindicenni come i trentenni, uguale.
Eh, signora mia i ragazzi di oggi bevono e si drogano. E’ colpa dell’alcool e delle pasticchette che disinibiscono. Poi tu ragazza mia bevi, loro bevono, è normale poi che lo stupretto ci scappa no? E poi questo scandalo dell’alcool a poco prezzo è uno schifo! Eccheccazzo! Gli shottini vanno messi a 40 euro l’uno così se li possono permettere solo quelli molto ricchi, e per ubriacarsi e violentarti devono essere davvero molto motivati! Con l’alcol economico è troppo facile. Anche i pezzenti possono bere e subito stuprare qualcuna. Facciamo che si ubriacano solo i ricchi, così manteniamo un po’ di controllo sociale. E poi non fatevi le canne che a passare all’eroina è un attimo!

Io non lo so com’è andata, quella sera, in una casa della più rassicurante delle città emiliane, la Modena delle scuole modello degli imprenditori che non si arrendono al terremoto, delle donne imprenditrici che vendono figurine nel mondo, dei ristoranti celebrati oltreoceano.

Qui concita (oltre a ribadire che lei NON LO SA come è andata – e allora perché giudica?- e che non sa a chi credere) non riesce a spiegarsi come possa essere accaduto a Modena, la ricca e colta Modena. Come se fosse una Vibo Valentia o una Lampedusa qualunque. Con tutti gli imprenditori modello, le famiglie bene, la ricchezza. Che strano eh? Dicono che la violenza di genere sia trasversale in tutta la società, ma nessuno ha avvertito Concita, mannaggia.

Uno faceva il palo, scrivono gli agenti di polizia, gli altri a turno nella stanza “avevano rapporti sessuali completi” con la ragazzina. Non c’è niente di più algido di una relazione, niente di meno adatto a descrivere il tumulto, il disordine, lo sgomento, la resa. Lei cosa pensava, come stava, cosa voleva, cosa diceva? Non si sa, nessuna relazione può raccontarlo.
Nessuno a parte lei, Concita. Lei può raccontarlo. Non tu né le guardie, né gli stupratori. Lei lo sa, quella che ha denunciato una violenza. Non ha denunciato ‘rapporti sessuali completi’. La parola ‘rapporto’ implica che sia agito reciprocamente. Uno stupro non è un rapporto: è un rendere la donna oggetto, passivizzarla, impedirle di scegliere, imporsi. Quello che stai facendo tu insomma, attribuendole pensieri, atteggiamenti, azioni per sentito dire, o tramite dichiarazione di conoscenti, istituzioni e polizia (tutta gente della Modena bene che ha sicuramente più interesse che il caso venga dimenticato senza conseguenze per i rampolli, possiamo azzardare?)

Dicono, i verbali, che erano tutti ragazzi “incensurati e di buona famiglia”.

Eccolallà

Aggiungono, le cronache, che sono passati quasi due mesi dall’evento e che nessuno – nessuno – ha fatto un gesto o ha detto qualcosa, né a scuola né in famiglia, nelle molte famiglie coinvolte, che somigliasse alla presa d’atto di un reato, o quanto meno di una vergogna, di una colpa, di un dispiacere. Niente, silenzio.
Qui l’autrice pare ribadire: “Dopo due mesi chi te crede?!” Non hai detto niente per due mesi, non è che t’era piaciuto e poi ti sei pentita?? Non è che magari ti stai vendicando? Guarda neanche i vostri genitori dicono niente, ma non è che te sei inventata tutto??
Concita non viene neanche sfiorata dall’idea che magari una sedicenne che viene stuprata da conoscenti possa colpevolizzarsi e provare vergogna (visto che siamo noi società che per primi puntiamo il dito contro di lei), ed essere reticente a parlarne.

Il sindaco ieri ha detto che “inquieta che questi ragazzi non distinguano il bene dal male”. Inquieta, certo. Pone il problema della responsabilità. È loro, che geneticamente, naturalmente non sanno distinguere o è della generazione che li ha cresciuti, e non gli ha fornito i ferri essenziali per l’opera di elementare distinzione? È dei figli o dei padri, la colpa?
Di chi è la colpa? Sono nati programmati per stuprare? E’ colpa della biologia? O è colpa dei genitori?
Mai le viene il dubbio, a Concita, che la colpa sia degli stupratori. Che stuprare qualcuno è una scelta. Decidi di farlo e lo fai. E che le motivazioni che portano a questo sono STRUTTURALI, riconducibili alla società nel suo insieme, ai rapporti di genere, ai ruoli prestabiliti (uomo dominante- donna debole passiva), all’eteronormatività (se non hai un uomo non vali niente), ai rapporti di forza tra i generi, alle identità di genere imposte, alla moralità di stampo religioso, alla condizione di dominio che il Capitalismo deve mantenere sulla vita delle persone per prosperare, e a tante altre cose che non sono in grado e non ho voglia di spegarti qui, Concita.

Anni fa, a Niscemi, Caltanissetta, un gruppo di minorenni massacrò di botte, strangolò con un cavo di antenna e gettò in una vasca di irrigazione una coetanea, Lorena Cultraro, 14 anni. Era incinta, rivelò l’autopsia. Uno degli assassini, quindicenne, chiese al giudice, dopo aver confessato l’omicidio: “Ora che le ho detto cosa è successo posso tornare a casa?”. A vedere la tv, a giocare alla play. Tornare a casa. Era il 2008, cinque anni fa. Si scrissero articoli sgomenti, intervennero psicologi di fama, dissero che certo in quelle zone del Paese, al Sud, è tutto più difficile. Zone d’ombra, povertà di mezzi e di sapere, l’adolescenza sempre un enigma. Ora, cinque anni dopo, siamo a Modena. Emilia culla di bandiera di democratica civiltà e di sapere.
Qui ritroviamo la contrapposizione tra Sud, dove è normale che queste cose succedano, e Nord dove chi se lo sarebbe mai creduto! Gli stupri avvengono anche dove non c’è miseria economica, ma pensa te.

Certo questa ragazzina non è morta, per sua fortuna.
Per Fortuna! Certo che non è morta, non ha neanche i lividi! Neanche le hanno fatto male! Forse se fosse stata morta Concita sarebbe stata un po’ più dura con gli stupratori e meno garantista. Se fosse morta avremmo avuto le prove dello stupro, arimannaggia. Come diceva Franca Rame: <<“Ancora oggi, proprio per l’imbecille mentalità corrente, una donna convince veramente di aver subito violenza carnale contro la sua volontà, se ha la “fortuna” di presentarsi alle autorità competenti pestata e sanguinante, se si presenta morta è meglio! Un cadavere con segni di stupro e sevizie dà più garanzie”>>

Forse non ha nemmeno lottato per evitare quel barbaro rituale che chissà, magari era proprio quello che l’avrebbe fatta diventare grande, finalmente. Forse per qualche tempo ha pensato: è stato quello che doveva essere.
Questo periodo è da museo degli orrori. Lei forse non ha neanche lottato! Lo vedi che se l’è cercata e che ci stava! Voleva farsi violentare da un gruppo per diventare grande! Non è stupro, è un barbaro rituale, so’ ragazzate, i giovani d’oggi sono così. E’ stato quello che DOVEVA essere. Non sia mai che cresci senza neanche una violenza alle spalle, poi sei da meno delle altre.

Però arriverà, deve arrivare, il momento il tempo e il luogo in cui qualcuno di molto molto autorevole senza essere per questo canzonato e dal coro irriso dica no, non è quello che deve, non è questo che devi accettare per essere accettata.
Accettare? chi dice a Concita che la ragazza lo ha accettato? Accettare significa essere consenziente, scegliere. Qui la ragazza ha denunciato una violenza. Non si sceglie di essere stuprate, non si accetta. Si lotta, qualcuna di arrende, qualcuna si estranea pretendendo di non essere lì, si isola mentalmente sperando che finisca il prima possibile, qualcun’altra sviene o resta semi-cosciente, ma non lo ‘accetta’

Non devi fare silenzio.
Tu la stai mettendo a tacere sostituendo il tuo pensiero al suo, Concita

Verrà il giorno in cui questo tempo avariato scadrà e sarà buttato come uno yogurt andato a male e ricominceremo tutti, dalle case, dalle televisioni, dai giornali, dalle scuole elementari a dire alle bambine: quando ti chiedono di stare al loro gioco, digli di no. È un gioco sbagliato, non è il tuo gioco. Non è nemmeno un gioco.
Dal punto di vista stilistico il tono paternalistico presente in tutto l’articolo qui viene sottolineato ancora dall’ uso dei termini ‘bambina’ e ‘gioco’. Quasi a voler sminuire ancora quello che è accaduto. E di nuovo si pone l’accento su di lei che doveva dire NO. Lei magari lo ha detto, non lo sappiamo. Io ci giurerei. E’ che non basta dire NO per fermare una violenza. Se loro sono cinque e tu sei sola, puoi urlare NO quanto vuoi. E seppure non lo urli NON SIGNIFICA che stai al loro gioco. Qui si continua a mostrare la violenza come se fosse un evento frutto delle scelte della ragazza, che ha osato andare a una festa, ha bevuto, magari ha *provocato* quel *rito di iniziazione*. Se lei fosse stata un po’ più accorta, se avesse avuto meno nero intorno agli occhi, se non bevesse come una trentenne, se FOSSE STATA A CASA non le sarebbe accaduto.
Neanche per un attimo Concita, madre di 4 ragazzi maschi borghesi di buona famiglia, riesce a porre la questione su quello che I MASCHI hanno fatto, sul loro comportamento, sulle loro abitudini e la loro moralità. Sulle loro azioni.

Verrà il giorno in cui capiremo l’abisso in cui siamo precipitati pensando che fosse l’anticamera del privé del Billionaire, che fortuna essere ammessi all’harem, e sapremo di nuovo dire, come i nostri nonni ci dicevano: è una trappola, bambina. Quando ti chiedono di mostrargli le mutande non è vero che si alza l’auditel, come dice la canzone scema. Quando te lo chiedono vattene, ridigli in faccia e torna a casa
La colpa anche qui è solo delle donne: quelle degli harem, del Billionarie, le veline e le olgettine, QUELLE CHE FANNO VEDERE LE MUTANDE. Come se la velina non fosse un ruolo creato da questa società maschile e capitalista con tutto ciò che ne segue. Come se una donna non avesse il diritto di far vedere le sue mutande a chi vuole, senza che l’uomo si trasformi in una bestia se *provocato*. Come se lo stupro potesse essere paragonato alla donna che in un modo o nell’altro comunque sceglie di far carriera attraverso l’uso del proprio corpo. Come se la libertà nell’esibire un corpo o nel vivere la sessualità debba per forza di cosa portare all’essere considerata un oggetto su cui sfogare violenza. Come se l’Unità con a capo Concita non avesse sfornato questo, proprio perché alza l’auditel:

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Insomma Concita, che ne dici di smetterla di moralizzare le donne e i loro comportamenti e iniziare a prendertela con gli uomini che fanno violenza, senza giustificazioni? Che ne dici di scendere dal pero e renderti conto che le violenze avvengono tanto nelle famiglie ricche e bene quanto in quelle povere e male? Perché non affrontiamo il problema della violenza di genere innanzitutto nominandola e non mistificandola? Ma soprattutto perché non la smettiamo di predicare un ritorno alla donna casa e chiesa, e il controllo dei costumi sessuali delle donne\oggetto, visto che è proprio il fossilizzare uomini e donne in ruoli e stereotipi che genera la violenza?

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2 risposte a Concita De Gregorio e l’analisi illogica di uno stupro

  1. IDA ha detto:

    Ciao! Sono perfettamente d’accordo con te! Ora sono due giorni che ne parlo e aggiungere qualcosa diventa impresa difficile.. Ora io quello che non capisco, perché in tanti si sono accorti di Concita ora, il suo articolo sui fatti di Niscemi, sull’unità io me lo ricordo e mi diede molto fastidio, allora, ed era sulla falsa riga di questo.. crisi dei valori, bene e il male, il sud, come si sa buttarlo sul sociale serve a deresponsabilizzare i colpevoli, anzi si fanno diventare le vere vittime, del disagio della crisi dei valori.. Poi io questo degli incensurati e di buona famiglia, non ho mai capito cosa veramente vogliono dire, eppure viene sempre usata in questi casi.. Basta essere incensurati per essere una buona famiglia o fa riferimento ad una condizione economica? Bohh.. non si saprà mai.. Poi la signora De Gregorio dovrebbe sapere, che chi subisce uno stupro, difficilmente lo denuncia subito, addirittura nelle prime settimane cercano di sminuire l’accaduto, soprattutto se è praticato da persone conosciute.. si vergognano e si sentono in colpa.. quindi nessuna meraviglia se lo ha denunciato dopo due mesi.. Ma poi che non l’ha letto il racconto dello stupro di Franca Rame? Sembrerebbe di no.. Quello che mi ha dato più fastidio è stata questa frase.. “Forse non ha nemmeno lottato per evitare quel barbaro rituale che chissà, magari era proprio quello che l’avrebbe fatta diventare grande, finalmente. Forse per qualche tempo ha pensato: è stato quello che doveva essere.” Se l’avevo a portata di mano le mettevo due dita negli occhi.. Dovrebbe sapere che spesso le vittime rimangono paralizzate, confuse e chi subisce uno stupro non si diverte , ha una forma di depressione che si chiama Sindrome acuta da stress.. Consiglio la De Gregorio di andare a vedere le caratteristiche e i sintomi di questa depressione, prima di dire sciocchezze.. Per finire la De Gregorio ha usato tutti gli argomenti retorici che usa un avvocato difensore di uno stupratore..
    Ora io tra un po’ dovrò assentarmi per un po’.. tu continua a scrivere come stai facendo, ti leggerò dopo.. Ciao un abbraccio!!

    • vaviriot ha detto:

      Ciao ida, cercherò ti risponderti in modo esaustivo:
      – hai ragione a chiederti del perchè ci si accorga ora della De Gregorio… noi l’abbiamo sempre fatto ma, si sa, c’è sempre qualcun@ che cade dal pero e penso che i moti di indignazione non servano molto se poi, molte di queste persone, dimenticheranno l’accaduto appena passata la bufera. Però c’è gente che non dimentica e Lalla ha ricordato un bel pò di cose.
      – incensurato si usa per dire che non è mai stato oggetto di denunce, di atteggiamenti ritenuti illegali… cioè la sua fedina penale è pulita… a questo, negli articoli, si fa seguire spesso che faccia parte di una buona famiglia per far passare il messaggio: “ma è un così bravo ragazzo, come può aver potuto commettere ciò di cui lo si accusa??”
      – sono d’accordo con te, ha usato le scuse che avrebbe usato l’avvocato della difesa.

      un abbraccio

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