“Rifiuti e Genere. Urinare/Defecare. Maschio/Femmina” di Beatriz Preciado

Era da tempo che volevo scrivere qualcosa sulla divisione dei bagni pubblici, su quell’omino e quella donna che segnano i confini dei cessi, su quella dittatura dei generi (uomo/donna) che cancella/censura/esclude tutt@ coloro che non vi vogliono rientrare. Generalmente, in tutte le città italiane in cui sono stata, i bagni prevedono una parte per gli uomini e una per le donne, ma mi è capitato anche di trovare locali col bagno unisex. Uno di questi l’ho scoperto quest’estate. Era un localino stile inglese, dalla cucina discreta ma ben arredato con tanto di bagno unisex. Non essendovi abituata mi sono emozionata. Mi sono guardata in giro, tanto per scrutare le reazioni degli/lle altr@ e, oltre ad un pò di imbarazzo, non ho riscontrato un grande disagio. Nessun@ di noi era abituat@ a questa “invasione di campi” ma allo stesso tempo tutt@ siamo riuscit@ a convivere in uno spazio che non è neutro. Anche nei cessi, infatti, nel modo in cui si progettano, la cultura riesce ad alimentare se stessa e le strutture su cui si basa, in questo caso i generi e gli stereotipi ad essi correlati. Come non ricordare il popolare caso di Luxuria e Elisabetta Gardini in cui, la forzista, dichiarò di aver subito uno choc per aver visto Vladimir uscire dal bagno delle donne. “Tu sei un uomo” le avrebbe detto e “non puoi stare qui devi andare nel bagno degli uomini”. Ah il genere, ah quel dannato concetto che ti bolla uomo se hai il cazzo e donna se hai la fica senza tener presente ciò che l’individuo decide di essere! Ah quella dannata voglia di continuare a considerare solo due generi quando, è palese, ce ne siano molti di più, quando è ormai noto che si tratta solo di costrutti culturali in cui possiamo rientrare o meno a seconda del modo in cui parliamo, camminiamo, ci sediamo e, appunto, pisciamo! Su questo argomento mi piacerebbe sapere da voi cosa ne pensate e se avete avuto esperienze che vi hanno fatto riflettere su come, anche un aspetto che sembra “secondario” della nostra quotidianità diventa uno dei tanti strumenti al servizio dell’eteronormatività. E proprio di questo potrete leggere, in modo dettagliato, nel testo di Beatriz Preciado, “Rifiuti e Genere. Urinare/Defecare. Maschio/Femmina”, la cui versione originale in spagnolo la trovate in questo sito, e che la compagna/sorella/amica Mina mi ha gentilmente tradotto. Buona lettura!

Rifiuti e Genere. Urinare/Defecare. Maschio/Femmina

Oltre alle frontiere nazionali, migliaia di frontiere di genere, diffuse e tentacolari, dividono ciascun metro quadro dello spazio che ci circonda. Anche lì dove l’architettura sembra essere semplicemente al servizio delle necessità di base (dormire, mangiare, defecare, urinare…) le sue porte e finestre, i suoi muri e aperture, regolando l’accesso e lo sguardo, operano silenziosamente come la più discreta ed efficiente delle “tecnologie di genere”

Così, per esempio, i gabinetti pubblici, istituzioni borghesi diffusi nelle città europee a partire dal XIX secolo, pensati in un primo momento come spazi di gestione dei residui corporei negli spazi urbani, si stanno convertendo progressivamente in cabine di vigilanza di genere. Non è casuale che la nuova disciplina fecale imposta dalla nascente borghesia alla fine del secolo XIX sia contemporanea allo stabilirsi di nuovi codici coniugali e domestici che richiedono la ridefinizione spaziale dei generi e che saranno complici della normalizzazione dell’ eterosessualità e della patologizzazione dell’omosessualità. Nel XX secolo, i gabinetti diventano vere e proprie celle pubbliche di ispezione in cui si valuta l’adattamento di ciascun corpo ai codici vigenti di mascolinità e femminilità.

Sulla porta di ogni bagno, come unico segno,  c’è un richiamo di genere: maschio o femmina, dame o cavalieri, cappello o pamela[1] , baffo o fiorellino, come se si dovesse entrare in bagno per rifarsi il genere piuttosto che disfarsi dell’urina o delle feci. Non ci domandano se andiamo a urinare o a defecare, se abbiamo o meno diarrea, nessuno si interessa né del colore né della grandezza delle feci. L’unica cosa che importa è il GENERE.

Prendiamo per esempio i bagni dell’aeroporto George Pompidou de Paris, fogna dei rifiuti organici internazionali in un circuito di flussi di globalizzazione del capitale. Entriamo nei bagni delle signore. Una legge non scritta autorizza le visitatrici casuali del gabinetto a ispezionare il genere di ciascun nuovo corpo che decida di varcarne la soglia. Una piccola moltitudine di donne femminili, che spesso dividono uno o vari specchi e lavandini, si comportano come ispettrici anonime del genere femminile, controllando l’accesso dei nuovi visitatori ai vari compartimenti privati, in ciascuno dei quali si nasconde, tra pudore e immondizia, un water igienizzante?(NB: “inodoro” sarebbe quel cosino che serve a catturare gli odori, in questo articolo però con tale parola si fa riferimento alla tazza del cesso col sistema igienizzante, ma nn so come tradurlo in italiano). Qui il controllo pubblico della femminilità eterosessuale si esercita in primo luogo tramite lo sguardo e solo in caso di dubbio, tramite la parola. Qualunque ambiguità di genere (capelli eccessivamente corti, assenza di trucco, una peluria che risalta in forma di baffi, un passo troppo deciso,…) richiederà un interrogatorio al potenziale utente che dovrà giustificare la coerenza della propria scelta di gabinetto: “Ehi, lei. Ha sbagliato bagno, quello dei signori è sulla destra”. Troppi segni di genere confacenti all’altro bagno, porteranno irrimediabilmente all’abbandono dello spazio mono-genere pena sanzione verbale o fisica. In ultima analisi, è sempre possibile avvisare l’autorità pubblica (spesso un rappresentante maschile del governo statale) per  allontanare il corpo transfuga (disertore) (poco importa se si tratta di un uomo o di una donna mascolina)

Se, superando l’esame di genere, riusciamo ad accedere a una delle cabine-gabinetto, ci troveremo quindi in una stanza di 1×1,5 m2 che cerca di riprodurre in miniatura l’intimità di un water domestico. La femminilità si produce proprio sottraendo ogni funzione fisiologica al pubblico sguardo. Tuttavia la cabina fornisce un’intimità solo visiva. È così che la vita domestica estende i suoi tentacoli e penetra nello spazio pubblico. Come fa notare Judith Halberstam “il bagno è una rappresentazione, o una parodia, dell’ ordine domestico fuori dalla casa, nel mondo esterno”.

Ciascun corpo chiuso in una capsula evacuatrice dalle pareti opache che lo proteggono dal mostrarsi nella sua nudità, dall’esporre alla vista pubblica la forma e il colore dei suoi escrementi, condivide tuttavia il suono dei fiotti di pioggia dorata e l’odore delle feci che scivolano nei sanitari contigui. Libero. Occupato. Una volta chiusa la porta, un water bianco tra i 40 e 50 centimetri di altezza, come se fosse uno sgabello di ceramica bucato che connette il nostro corpo defecante a un’invisibile fogna universale (in cui si mescolano i rifiuti di signore e signori), ci invita a sederci sia per defecare che per urinare. Il water femminile riunisce così due funzioni differenti, tanto per consistenza (solido/liquido) che per punto anatomico di evacuazione (condotto urinario/ano),  nella stessa postura e nello stesso gesto: femminile= seduto. All’uscita della cabina riservata all’evacuazione, lo specchio,  riverbero dell’occhio pubblico, invita al ritocco dell’immagine femminile sotto lo sguardo regolatore di altre donne.

Attraversiamo il corridoio e andiamo ora nel bagno dei signori. Inchiodati al muro, ad un’altezza tra gli 80 e i 90 centimetri dal suolo, uno o vari orinatoi raggruppati in uno spazio, spesso destinato anche ai lavandini, accessibile allo sguardo pubblico. In questo spazio una parte chiusa, separata categoricamente dallo sguardo pubblico da una porta con chiavistello, dà accesso a un water simile a quello che sta nei bagni delle signore. Dai primi del XX secolo, l’unica legge architettonica comune a tutte le costruzioni di bagni di signori è questa separazione delle funzioni: urinare- in piedi- orinatoio/ defecare-seduto-inodore. Detto in un’altra maniera: la produzione efficace della mascolinità eterosessuale dipende dalla separazione imperativa di genitalità e analità.

Potremmo pensare che l’architettura costruisce barriere quasi naturali rispondendo a una differenza sostanziale di funzioni tra uomini e donne. In realtà, l’architettura funziona come una vera e propria protesi di genere che produce e fissa le differenze tra queste funzioni biologiche. L’orinatoio, come una protuberanza architettonica che cresce dalla parete e si adatta al corpo, agisce come una protesi della mascolinità favorendo la postura verticale per urinare senza ricevere schizzi. Urinare in piedi pubblicamente è una delle performance costitutive della mascolinità eterosessuale moderna. In questo modo il discreto orinatoio non è tanto uno strumento di igiene ma una tecnologia di genere che partecipa alla produzione di mascolinità nello spazio pubblico. Per questo gli orinatoi non sono rinchiusi in cabine opache, ma in spazi aperti allo sguardo collettivo, visto che urinare in piedi tra ragazzi è un’attività culturale che genera vincoli di socialità condivisa per tutti quelli che, facendolo pubblicamente, sono riconosciuti come uomini. Due logiche opposte dominano i bagni delle signore e dei signori. Mentre il bagno delle signore è la riproduzione di uno spazio domestico nello spazio pubblico, i bagni dei signori sono una piega  dello spazio pubblico in cui si intensificano le leggi di visibilità e posizione eretta che tradizionalmente definiscono lo spazio pubblico come spazio maschile.

Mentre il bagno delle signore opera come un mini-panottico in cui le donne vigilano collettivamente sul grado di femminilità eterosessuale in cui ogni avance sessuale risulta come un’aggressione maschile, il bagno degli uomini appare come terreno propizio per le sperimentazioni sessuali. Nel nostro paesaggio urbano, il bagno degli uomini, resto quasi-archeologico di un’epoca di mascolinismo mitico in cui lo spazio pubblico era privilegio degli uomini, risulta essere, insieme ai club automobilistici, sportivi o di caccia, e alcuni bordelli, uno dei ridotti luoghi pubblici in cui gli uomini possono liberarsi a giochi di complicità sessuale sotto apparenze di rituali di mascolinità.

Ma proprio perché i bagni sono scenari normativi di produzione di mascolinità, possono funzionare anche come teatro di ansia eterosessuale. In questo contesto la divisione spaziale di funzioni genitali e anali protegge da possibili tentazioni omosessuali, o comunque le condanna ad un ambito privato. A differenza dell’orinatoio, nei bagni dei signori, il water simbolo di femminilità abietta/seduta, preserva i momenti di defecazione di solidi (momenti di apertura anale) dallo sguardo pubblico. Come suggerisce Lee Edelman, l’ano maschile, orificio potenzialmente aperto alla penetrazione, deve aprirsi solamente in spazi chiusi e protetti dallo sguardo di altri uomini, perché altrimenti potrebbe suscitare un invito omosessuale.

Non andiamo nei bagni a evacuare, ma a espletare le nostre necessità di genere. Non andiamo a urinare ma a riaffermare i codici di mascolinità e femminilità nello spazio pubblico. Per questo  scappare dal regime di genere dei bagni pubblici è sfidare la segregazione sessuale che la moderna architettura urinaria ci impone da almeno due secoli: pubblico/privato, visibile/invisibile, decente/osceno, uomo/donna, pene/vagina, in piedi/seduto, occupato/libero… Un’architettura che fabbrica i generi mentre, sotto il pretesto dell’igiene pubblica, dice di occuparsi semplicemente della gestione dei nostri rifiuti organici

RIFIUTI- GENERE. Infallibile economia produttiva che trasforma i rifiuti in genere. Non inganniamoci: nella macchina capitale-eterosessuale non si butta niente. Al contrario, ogni momento di espulsione di un rifiuto organico diventa occasione per riprodurre il genere. Le inoffensive macchine che mangiano la nostra merda sono in realtà protesi normative di genere.

[1] Cappello di paglia femminile, a larghe falde non rigide, che si lega sotto il mento con un largo nastro.

Note

Per ulteriori info sul Terrore Anale leggete QUI mentre per approfondire la questione del genere vi rimando a questi elenchi (uno e due) che sono davvero solo una minima parte di ciò che potete trovare in rete. Sono graditissime segnalazioni di altri testi inerenti =D

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6 risposte a “Rifiuti e Genere. Urinare/Defecare. Maschio/Femmina” di Beatriz Preciado

  1. IDA ha detto:

    Quello dei bagni, è una cosa interessante…. Ora va detto che in Francia sono molto diffusi i bagni unisex, soprattutto in autostrada e aree di servizio. In spagna, al contrario è molto marcata la differenza, tanto che arrivata alla prima area di servizio Spagnola, “la Jonquera” abituata a quelli francesi, entrai in un bagno senza guardare, ed era quello dei “caballero” gentiluomini.. ormai ero dentro, mi lavai le mani, e uscii.. ma in quei due minuti, tutti i presenti, avevano sospeso le loro attività, e mi osservavano, in silenzio e mi controllavano con lo sguardo fino a che non sono uscita.. Come dice bene nel testo Beatriz, si può trovare solo i simboli, il baffo o il fiorellino, ma anche la spada e il fiorellino.. Dovrei fare una precisazione, è vero che i bagni pubblici, sono un’istituzione borghese del XIX secolo, ma erano solo maschili, e tali sono rimasti fino agli anni 60.. prima le donne non pisciavano..
    Una curiosità: Negli anni 20, nel primo fascismo, vengono creati, dei bagni pubblici, con un’architettura essenziale, edificio in mattoni rossi, squadrato, più o meno tutti uguali. ( per lo meno in toscana) al pian terreno con finestre grandi si trovava il barbiere, spesso anche un bar, e subito dopo i bagni. Al piano superiore, le camere con le ragazze.. in pratica era un casino.. all’esterno, dietro l’edificio, c’era una tettoia sotto la quale c’erano gli orinatoi.. in diversi paesi della zona si possono ancora vedere, anche se non sono più bagni pubblici.. Quindi i bagni pubblici sono stati concepiti solo e unicamente per gli uomini..

    • vaviriot ha detto:

      il fatto che fossero stati inventati solo per gli uomini non lo sapevo… questo non fa che confermare la tesi. Anche a me è capitato di trafficare nei bagni degli uomini, nei casi di emergenza, ovvero quando il bagno delle donne era strapieno e per giunta puzzava… il bagno degli uomini non è che profumi, ma sò svelti, cosa che, quando non ce la fai più, non va sottovalutata XXD E quando mi è successo anche a me hanno riservato occhiatacce e borbottii… ma, a dire il vero, mi è anche capitato, al liceo, di vedere i ragazzi nel bagno delle donne. Non mi sono mai spiegata il motivo ma, il nostro bagno, era il luogo prediletto dai ragazzi per fumare le sigarette, passare il tempo, fare quattro chiacchiere, copiare qualche compito ed etc… e quanto era dura fare la pipì sapendo che il ragazzo che ti piaceva o quello più famoso della scuola o uno in generale era lì fuori e avrebbe sentito tutto. All’inizio, per la vergogna, mi bloccavo e me ne ritornavo in classe con la vescica piena… poi mi sono ribellata e ho iniziato a fregarmene della loro presenza e, anzi, quando c’era fila me ne andavo in quello dei ragazzi XXD

      • IDA ha detto:

        I bagni non c’erano per le donne, anche perché, prima le donne non si allontanavano da casa.. in Italia il primo bagno pubblico per “signore” è del 1919, nella stazione di Napoli… Io ho fatto il tecnico agrario, eravamo tre sezioni in una succursale, in tutto 5 ragazze e basta.. nella mia classe eravamo in tre. Non erano previsti i bagni femminili per studenti, e noi avevamo l’autorizzazione ad usare il bagno femminile dei docenti. Ma spesso si andava in quello dei maschi, e si andava sempre in due, una faceva la guardia.. che cretine….

      • vaviriot ha detto:

        perchè cretine?? anch’io spesso sono andata in bagno con un’amica dato che una buona percentuale dei nostri cessi non aveva una porta che si chiudeva. Questo metodo mi ha salvata alle medie dove uno dei bidelli era solito approfittare di questa cosa per entrare nei cessi e poi dire “scusa, credevo fosse vuoto” >_<

  2. sdrammaturgo ha detto:

    Lascia fare, ci guadagnate con la separazione dei cessi: in quello degli uomini c’è piscio dappertutto tranne che nella tazza 😀

    • vaviriot ha detto:

      Come direbbe lorenzo “è perchè non hanno mai pulito un cesso in vita loro” altrimenti o centrerebbero oppure piscerebbero seduti. Comunque, credimi sulla parola, i cessi femminili non sono meglio, soprattutto quando la gente decide che i tampax vanno buttati nel cesso, intasandolo.. dalle mie esperienze, però, ho capito che la pulizia (parlo di quella personale.. quella della casa è delegata il 99% delle volte alle donne) è un concetto che prescinde dal genere e deriva dall’educazione ricevuta in famiglia, o almeno questo, fin’ora, ho riscontrato

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