Gioia Ingiustificata, identità negate

Nel precedente post vi avevo parlato della storia di Lucia, una donna trans a cui il tribunale di Rovereto ha permesso di ricevere il cambio anagrafico senza l’intervento di riassegnazione di sesso chirurgica. A commento di quel post il compagno/amico Frantic mi informa che “nella sentenza, come ‘giustificazione’ al non-operarsi, viene fatto riferimento al fatto che già la sola tos (terapia ormonale sostitutiva) la renderebbe sterile.”

La spiegazione la trovate in questo documento, segnalatomi sempre da Frantic, di cui condivido le riflessioni e che riporto per itero affinché si inizi un dibattito sulla sterilizzazione forzata che sembra riconfermarsi la condizione sine qua non per ottenere il riconoscimento della propria identità di genere. Una condizione che continuo a reputare fascista. Buona lettura!

Gioia Ingiustificata, identità negate

Di Michela Angelini

Sono indignata dall’entusiasmo fuori luogo con cui è stata accolta la sentenza Trib.Rovereto n. 194/2013, al pari delle tre precedenti volte (1997, 2011, 2012) per le analoghe sentenze romane. Il titolo del comunicato stampa che annuncia la vittoria di L. è Riattribuzione del genere anagrafico senza operazione né sterilizzazione.

Premetto che sono felicissima per L. e non intendo sminuire né la conquista personale che lei e le altre tre MtF hanno ottenuto, né l’ottimo lavoro che gli avvocati compiono ogni giorno al nostro fianco. Quello che mi sento in dovere di mettere in discussione è la prassi che siamo, ad oggi, costrett* ad affrontare per ottenere un documento congruo al nostro aspetto.

Nel comunicato è scritto che questa è la quarta sentenza che “riconosce ad una persona che non intende sottoporsi ad un’operazione chirurgica e senza che sia accertata la sterilità della stessa il diritto ad ottenere il cambio del genere anagrafico”.

Tuttavia, nelle sentenze possiamo leggere:

“dal 2009 lo stesso pratica terapia ormonale femminilizzante che ha determinato un mutamento del suo aspetto (e il probabile azzeramento del suo potenziale fecondante)” (2013)

“sono descritti gli effetti della terapia ormonale femminilizzante (svolta dal ricorrente a decorrere dal 2003) sulla capacità a procreare nel sesso maschile, la quale risulta enormemente ridotta” (2011)

Più che un “senza che sia accertata la sterilità” a me sembra un “essendo già sterile a causa della terapia ormonale”. A questo punto poco conta il peso del Commissario peri diritti umani che criticava, nel 2008, l’imposizione della sterilizzazione per ottenere la riattribuzione del genere anagrafico e che, nel comunicato stampa, viene citato per la sua influenza avuta sul tribunale: se la sterilità non fosse rilevante ai fini del giudizio,perché sottolinearla in ogni singola sentenza?

Il comunicato cita anche “Una chiara speranza per quelle persone trans che fino ad oggi hanno desistito dall’ottenere la «rettificazione del sesso» per i rischi e le complicazioni imposte da operazioni chirurgiche assai complesse e spesso onerose”.

Non è forse oneroso doversi sottoporre a questo iter giudiziario? Non è forse oneroso dover pagare un CTU, la cui perizia deve confermare “il desiderio della persona di essere considerata a tutti gli effetti una donna” e lo “stabile equilibrio psico-fisico”?

Mi chiedo, una transessuale che voglia comunque operarsi per ottenere un’anatomia femminile, quindi che “non è in stabile equilibrio psico-fisico”, ha forse meno“desiderio di essere considerata a tutti gli effetti una donna” di chi è già a proprio agio con la sola terapia ormonale? Ha forse, questa seconda persona, meno diritto di avere un’identità anagrafica femminile rispetto la prima? L. il cui “aspetto è gradevolmente femminile”, quasi questo fosse un rinforzo necessario per la richiesta da lei avanzata,ha “una diagnosi fin dall’anno 2007, di disturbo d’identità di genere”, ovvero dal 2007ha capito e ottenuto certificazione medica della sua “forte e persistente identificazione nel sesso opposto”. Dal 2009 “pratica terapia ormonale femminilizzante che ha determinato un mutamento del suo aspetto” e, dal 2010 “inizia socialmente a presentarsi come L.“. Inoltre “durante il percorso psicologico della durata di cinque anni, ha espresso con continuità il desiderio di ottenere e mantenere un aspetto femminile”.

Vi pare L. abbia avuto dubbi, dal 2007 ad oggi, riguardo il proprio genere? Per quale motivo questa persona deve aspettare il 2013 (vivendo 6 anni con i documenti maschili) e dichiarare di star bene con il corpo che si ritrova oggi, per ottenere la rettifica anagrafica? L. ha mai dichiarato la necessità di mantenere l’identità maschile durante il suo percorso di transizione? No. L. si è autodeterminata, dichiarandosi donna e rifiutando l’identità che lo stato le ha imposto alla nascita. Non sarebbe corretto fornire le persone transessuali di un’identità corretta quando queste ottengono diagnosi di disforia di genere (cioè quando il medico riconosce che la persona in questione si identifica nell’altro sesso) o, per lo meno, quando questa veste quotidianamente I panni del genere d’elezione? Quando cesserà questa trans fobia legalizzata (1)?

No, tutto questo non importa. L’autodeterminazione individuale, il dichiarare chi siamo, non conta nulla. Lo sa bene una transessuale che si è vista negare l’autorizzazione sia dal tribunale di Piacenza che dalla corte d’appello di Bologna e che ora si sta preparando il ricorso in cassazione.

In Italia una transessuale RESTA uomo fino al momento in cui viene dichiarata ufficialmente sterile: quando viene escluso che possa procreare, solo allora, le si concede il lusso di potersi dichiarare, anche legalmente, donna.

Quanto detto, ovviamente, vale anche per gli FtM che chissà se potranno riferirsi a queste sentenze usandole come precedenti dato che il rapporto tra terapia mascolinizzante e sterilità non è così lineare come nei casi qui esposti.

Gioite. Siate sterili e compratevi il documento in tribunale pagando spese legali e CTU,sperando di essere abbastanza donna per il giudice che vi troverete davanti. Io mi indigno e non sorrido ma, anzi, sono spaventata dal menefreghismo generale (d ipolitici, associazioni e persone trans) nei riguardi della proposta di legge (2), già depositata, che potrebbe eliminare una volta per tutte questi stupidi rituali, tagliando alla radice il problema: il procedimento di cambio anagrafico diventerebbe un atto amministrativo, senza alcun intervento giudiziario. Mi sento frustrata alla sola idea di dovermi sottoporre alla stessa presa in giro qui riportata per vedermi riconosciuta l’identità che vivo nel quotidiano e che nessuna persona che incrocio mette mai indubbio.

1– Rimando alla lettura di “transfobia legalizzata”, al seguente link http://www.academia.edu/3806075/Articoli_vari

2– Modificazione dell’attribuzione di sesso, sottoscritta dai parlamentari Scalfarotto (PD), Airola (M5S), Lo Giudice(PD), che cita all’art. 2: chiunque intenda modificare il sesso indicato nell’atto di nascita, deve farne istanza al prefetto[..] il richiedente espone le ragioni a fondamento della richiesta, allegando documentazione, rilasciata da una struttura pubblica o privata, consistente “anche solo in una relazione psicodiagnostica, che attesti la presenza di una disforia di genere”. E all’art. 5: “Il prefetto che riceve l’istanza di cui all’articolo 1, ne verifica la regolarità e provvede sulla domanda entro 30 giorni con decreto che autorizza la modifica degli atti dello Stato civile”.(http://www.eventiretelenford.it/?page_id=33)

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