In Svezia la sterilizzazione forzata per i/le transessuali è stata riconosciuta incostituzionale

Questa notizia mi era sfuggita. Nello scorso dicembre la Corte d’appello di Stoccolma ha dichiarato incostituzionale la sterilizzazione forzata a cui erano sottoposte tutte le persone transessuali che volevano modificare l’indicazione di genere sulla carta d’identità. 142 trans hanno chiesto allo Stato le pubbliche scuse, che devono ancora arrivare, oltre che ad un risarcimento che, per quanto mi riguarda, sarà sempre inadeguato rispetto a quello di cui gli/le hanno privat@. E detta da una come me, che di certo non è una fan del “bisogna procreare”, può risultare molto strano.

Eppure c’è una bella differenza tra chi sceglie di non avere figl@, pur potendo, e chi invece è costrett@ a rinunciarci perchè, secondo alcun@, la sua riproduzione sarebbe deleteria, chissà poi per quali assurdi motivi. La questione della sterilizzazione forzata è qualcosa che dovrebbe interessarci tutt@, non solo chi ne è vittima (e nella storia di soggetti se ne sono alternati), perchè non solo è un’evidente violenza fascista ma anche perchè deriva da quella malsana idea di controllo del corpo a cui, un qualunque Stato, in un modo o nell’altro sottopone ognun@ di noi. In Italia, per esempio, da una parte viene impedito ai/alle transessuali di generare e perfino di adottare, mentre dall’altra alle donne si impedisce di abortire operando, in entrambe i casi, un controllo sul corpo altru@.

Per quanto riguarda il transessualismo c’è anche un altro aspetto che va analizzato, ovvero quella tendenza alla normalizzazione che non sempre è aderente alla volontà della persona. Non tutte le persone transessuali infatti si riconoscono nella dicotomia donna/uomo come d’altronde accade per tant@ cisgender. Su questo punto vi segnalo questo articolo* sul Campeggi@ trans queer femminista che si è appena concluso ad Otranto a cui mi è dispiaciuto un sacco non aver potuto partecipare ma di cui attendo report dettagliatissimi.

Ma, ritornando al tema del post, quello su cui mi interrogo è ciò che emerge anche da questa intervista a Lucia, una donna trans a cui il tribunale di Rovereto ha permesso di ricevere il cambio anagrafico senza l’intervento di riassegnazione di sesso chirurgica.

La sentenza potete leggerla qui ma, per sintetizzare, riporto solo la spiegazione dei due elementi su cui si sarebbe basata:

– Da una parte fa proprio il principio di diritto secondo cui «nei casi di transessualismo accertato il trattamento medico chirurgico previsto dalla legge 164/82 è necessario nel solo caso in cui occorre assicurare al soggetto transessuale uno stabile equilibrio psicofisico, qualora la discrepanza tra psicosessualità ed il sesso anatomico determini nel soggetto un atteggiamento conflittuale di rifiuto nei confronti dei propri organi genitali, chiarendo che laddove non sussista tale conflittualità non è necessario l’intervento chirurgico per consentire la rettifica dell’atto di nascita». Dirimente diviene finalmente il benessere psicofisico del soggetto: un intervento chirurgico è necessario solo dove sia utile per rimediare alla eventuale conflittualità vissuta dalla persona.

– Il secondo elemento di rilievo rispetto alle precedenti statuizioni consiste nell’ancorare l’interpretazione della legge allo stesso dato costituzionale. Sostiene il collegio di giudici, infatti che «[t]ale condivisa interpretazione poggia, per un verso, sulla considerazione che il dato letterale della legge 164/1982 legittima una rettificazione di sesso anche in assenza di preventivo intervento chirurgico, e ciò in quanto prevede solo che debba essere autorizzato quando necessario, (senza peraltro precisare i termini dello stato di necessità e nemmeno specificare se per caratteri sessuali debbano intendersi quelli primari o secondari e fino a che punto debbano essere modificati) e, per altro verso, su una lettura costituzionalmente orientata della normativa in parola, ponendosi sulla scia della pronuncia della Corte costituzionale n. 161/1985 che ha identificato un concetto ampio di identità sessuale ex art. 2 e 32 Costituzione».

La sentenza di Lucia apre indubbiamente un grande spiraglio nella lotta per porre fine a questa violenza dato che fa emergere l’aspetto più importante della questione, il benessere del soggetto, che dovrebbe essere sempre anteposto a ideologie fasciste di sterilizzazione e di normativizzazione forzate (intesa come rientro nel sistema binario uomo/donna), che non dovrebbero neanche esistere. Il problema della normativizzazione lo evidenzia la stessa intervistata quando afferma: Sono consapevole di essere portatrice in toto di tutte le influenze e di tutti i luoghi comuni della nostra società. Devo essere sincera, io stessa ho faticato a concepire questa sentenza. Per me era diventato normale essere una persona trans, ed era importante essere accettata come tale. Mi pare anche un po strano essere definita con la “F”. In verità so che non sarò mai come una donna che nasce donna, e in questo senso questa “F” mi disorienta un po’. Mi chiedo senza avere una risposta certa: se avessi avuto la possibilità di scegliere con una casella in più, DT come donna transessuale, l’avrei preferita? Due caselle sono poche: o aumentano le caselle o scompaiono. Colgo l’occasione per chiedere a Barbara cosa intende quando si definisce una ex donna trans. Io non credo che riuscirei a definirmi così nemmeno dopo l’operazione.”

La scelta di Lucia ovviamente è personale ma mette in evidenza qualcosa che potrebbe sfuggire a molt@, ovvero la volontà di alcun@ trans di non riconoscersi nel sistema dicotomico. La frase “o aumentano le caselle o scompaiono” mi piace molto e penso che rendi benissimo l’idea per cui molte persone trans/queer/femministe stanno lottando. Il superamento del genere, del binarismo a cui ci costringono ad aderire pur non volendo. E a tal proposito vi consiglio di leggere questa intervista doppia, Preciado/Butler, che penso possa essere fonte di diversi interessanti riflessioni dato che il dibattito sul genere come costrutto sociale è tutt’altro che concluso.

Note

* Riguardo al decreto contro il femminicidio, pur condividendo tutte le riflessioni che vengono fatte, sento di doverne aggiungere un’ulteriore che sottolinei il fatto che con esso si è strumentalizzata la lotta alla violenza di genere per far approvare un decreto che reprime ulteriormente il movimento No Tav come se la violenza che le donne di questo movimento subiscono non sia violenza di genere. Il “puttana” e “se stavi a casa tua non ti succedeva nulla” perchè crediate lo abbiano detto a Marta? La lotta alla violenza di genere o è antifascista o non è.

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4 risposte a In Svezia la sterilizzazione forzata per i/le transessuali è stata riconosciuta incostituzionale

  1. frantic ha detto:

    quella di lucia apre sicuramente la strada rispetto a chi decide di non operarsi (ottime notizie!) ma non rispetto al discorso fertilità/non fertilità: nella sentenza, come ‘giustificazione’ al non-operarsi, viene fatto riferimento al fatto che già la sola tos (terapia ormonale sostitutiva) la renderebbe sterile. qui qualche info in più: http://www.academia.edu/4224200/Gioia_Ingiustificata_identita_negate

  2. Pingback: Gioia Ingiustificata, identità negate | Sopravvivere non mi basta

  3. valentina ha detto:

    scusate, ma in italia è esattamente lo stesso, mascherato forse in modo diverso. per chiarmarsiinunaltromodo bisogna aver finito il “percorso” del tutto cioè in particolare per le donne che diventano uomini ci si deve operare per forza e togliere ovaie ecc questa non è sterilizzazione forzata????

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