Le pari opportunità che non vorrei

Sono giorni che continuo a pensarci. E più ci penso e più mi sale il vomito. L’intervista a Marta mette in luce ciò che sappiamo tutt@, Genova è ovunque vi sia resistenza. Ma una frase, di quella testimonianza, continua a martellarmi nel cervello.

“Una poliziotta, la ricordo bene, una poliziotta con i capelli biondi mi ha sputato e mi ha chiamato puttana più di una volta”

La violenza è violenza e che te la faccia una donna o un uomo non cambia nulla. Ma questa frase mette in luce quello che alcune di noi dicono da tanto tempo, ovvero che gareggiare per ottenere potere/prestigio all’interno di un sistema fascista come il nostro è follia.

Quando parlo di pari opportunità mai penso a questo. Mai lotterei per permettere alle donne di avere “l’opportunità” di partecipare alla violenza di stato. La sola idea mi fa star male. Per alcune donne, però, questa è una vittoria. Quante si rallegrano quando leggono notizie come: “l’accesso all’esercito ora è esteso anche alle donne” o “nelle forze dell’ordine il numero delle donne aumenta”? Quante vogliono una maggiore presenza delle donne ai posti di comando?

Eh sì, secondo alcune, avere una fica ti rende immune dal fascismo, dal razzismo e dal sessismo. Ma è una cazzata e la realtà ci dice ben altro. Avere una fica non vuol dire nulla se non che si è percepite come soggetti subalterni. A questo destino di sottomissione ci si può ribellare, anzi ci si deve ribellare, ma c’è chi lo fa pensando a sè stessa, ad una carriera che vede decollare, e chissenefrega se lo fai sulla pelle delle altre, e chi invece rifiuta il potere e decide di lottare dal basso e di rimanerci.

La violenza agita da questa poliziotta dimostra come non tutte le donne possano esser sorelle e che pensarlo sia stupido e miope. Quello che ha subito Marta è violenza di genere, perchè è stata punita in quanto NoTav e in quanto donna. Quel puttana dice qualcosa di molto chiaro: indica l’offesa verso la donna che si autodetermina, che si ribella, che lotta per liberarsi dal fascismo che ci circonda. Tanto è vero che le hanno detto più volte “era meglio se te ne stavi a casa”, perchè è quello il luogo dove ci vogliono rinchiudere/murare vive.

Mi chiedo cosa ne pensino, di ciò che è accaduto, quelle pari opportuniste che in questi anni hanno chiesto più sicurezza, più forze dell’ordine, più legalità. Dove siete? La vostra indignazione si manifesta solo davanti ad un culo, una tetta, una coscia? E’ questa la vostra lotta antisessista, la censura, e non sovversione, delle immagini lesive della “dignità” della donna? E l’immagine di Marta col braccio rotto e il labbro scassato non lede nessun@?

Sono incazzata, si, lo sono a livelli stratosferici e per farvi capire cosa intendo dire vi riporto un pezzo di un’intervista a Maria Galindo, che ho letto qualche giorno fa su Intersezioni, e che vi invito a leggere per intero perché dice tante altre cose condivisibili. Buona lettura!

(…) SG: Quindi c’è una gerarchia…

MG: Non solo una gerarchia, ma lo dico in spagnolo: è un processo di “caudillizacion” [la creazione di un “caudillo” o leader carismatico]. La figura di Evo Morales è al centro di tutto. Ed è veramente un grosso errore. Per le donne è molto contraddittorio ed è ben mascherato. Perché? La prima legge, che era la più importante, è stato lo stanziamento di una somma di denaro, la “bono Juana Asurdo” (chiamata come un’eroina della rivoluzione contro la Spagna del diciannovesimo secolo.) È un pagamento che viene fatto a ogni donna che fa un figli* – come è stato fatto da ogni governo fascista. Non è molto: mille ottocento boliviani (261 dollari statunitensi). Non ci si fa nulla. Ma d’altra parte, “donne” significa “bambini.” Le donne più povere in Bolivia – magari loro potrebbero aver bisogno di quei soldi. Ma per ottenerli devono andare dal dottore, che ti dà un foglio che dice che avrai un bambino, e poi devi andare in banca per prendere il sussidio dallo stato. Ma le donne boliviane più povere non hanno la carta d’identità da presentare in banca. Quindi è davvero assurdo. Ed è una specie di ritratto del modo di pensare di questo governo.

Dall’altro lato, a partire dagli anni novanta, per una politica delle Nazioni Unite, c’è una sorta di quota di donne in ogni partito politico. È una politica liberale, non socialista, questa politica della “parità.” Quindi ogni partito ha una percentuale di donne, che vengono in certa parte elette come deputate e senatrici. È un processo iniziato negli anni novanta, ed è copiato ovunque in America Latina, non è originariamente boliviano. Il movimento sociale delle donne qui non ha mai chiesto di avere una rappresentazione parlamentare. È venuto dall’ONU. Dagli anni novanta, i partiti, anche di destra, hanno detto “OK, siamo gentiluomini, approveremo questa legge.”

E quindi dagli anni novanta c’è una bassa percentuale di donne in parlamento, donne che vengono elette per rappresentare il partito. Non per rappresentare la società o le donne nella società. E questa percentuale di donne non costituisce mai una voce per le donne. Loro rappresentano una voce femminile per il partito, che fa una bella differenza. È un fenomeno consueto della politica in tutta l’America Latina. Evo Morales ha preso la stessa idea dominante e l’ha messa nella sua politica. Ora c’è una percentuale più alta di donne, credo che sia intorno al 40%, non sono sicura, in realtà non ci faccio molto caso. E la stessa politica si applica ai ministri di governo e ai giudici. Ma con le stesse regole: le donne del nostro partito faranno quello che vogliamo noi. Le donne che hanno responsabilità per la sanità, per molti aspetti non fanno in realtà nulla per le donne. Perché è sufficiente essere lì e dire, “Sono qui, sono una voce per le donne.”

E quindi fanno una selezione accurata delle donne per tenere fuori quelle che sono pericolose, che alzano la voce, che pensano con la loro testa. C’è un sacco di ostilità nei confronti delle donne ribelli nei movimenti sociali oggi in Bolivia. Non è responsabilità di Evo Morales, è semplicemente come stanno le cose in questo momento.

Perciò, quello che dicevi sull’aborto – è come andare con un autobus sulla luna. Siamo molto lontan* da quel punto. Ho intervistato tutte le donne del governo [Maria conduce un programma alla radio, trasmesso da Mujeres Creando], tutte le dirigenti di movimenti per le donne che sono con Evo Morales, Bartolina Sisa (un movimento chiamato come un’eroina Aymara del 1700 che combattè contro gli spagnoli) ho intervistato tutt* quell* che fanno parte di questi movimenti. Ho chiesto loro dell’aborto. Perché l’aborto è un problema di povertà. Le giovani donne bianche, se hanno 400 dollari possono ottenere un aborto. Le indigene, giovani povere che non hanno i soldi, abortiscono con grossi rischi, e muoiono. E sono molto spaventate.

SG: Ci sono dottori nel paese che praticano un aborto sicuro per 400 dollari?

MG: È tutta una questione d’ipocrisia. Prova ad andare al grande cimitero di La Paz – mentre cammini vedrai su entrambi i lati della strada piccole cliniche. E lo sai, una stanza non può essere una clinica. E tu vedi clinica, clinica, clinica, clinica… “Se hai una domanda, vieni qua, clinica femminile”. Tutti quei posti sono per gli aborti. Lo sanno tutti, non è un segreto.

SG: E il governo non interferisce?

MG: No no, non fanno nulla. Ma per esempio, lo scorso dicembre una giovane donna a Santa Cruz ha ucciso il suo bambino – il bambino è nato e lei l’ha ucciso. È finita in prigione per omicidio. E lei ha detto, “Sono stata violentata. Questo bambino non lo volevo.” La polizia non fa nulla. I dottori fanno soldi, non tanti, ma li fanno. Ma quando una donna è così sola, così vulnerabile, come quella ragazza, allora finisce in prigione. È un caso d’ipocrisia. Ma nessuna donna di questi movimenti sociali locali è favorevole a parlare positivamente del diritto – non il mio diritto, di femminista – ma del diritto di scelta di quelle ragazze della campagna. Non sono pronte – ho chiesto a ognuna delle donne presenti in parlamento dell’aborto. Sono tutte contro. Tutte. Non ce n’è una che dica, “OK, hanno il diritto di scegliere.” Dobbiamo combattere per questo diritto, che è molto concreto.

SG: E probabilmente la maggior parte di loro ha qualcuna nella famiglia allargata o conosce qualcuna…

MG: Oh certo, certo, certo… Perché l’aborto in Bolivia è un problema di massa, non è il problema individuale di una ragazza in particolare. Perché non c’è educazione sessuale nella legge e nelle scuole. C’è una sorta di cultura maschilista nella sessualità, che significa che ogni ragazzo vuole mostrare il suo potere su una ragazza. Quindi è davvero un enorme problema di massa. E si vedono molte donne giovanissime con figli, e nessun padre. Alla nostra radio facciamo una lista di padri che non pagano per i propri figli, ed è un grande successo. Trasmettiamo il loro nome, la loro età e dove lavorano. Cinque volte il giorno, e nessuna donna deve pagare per questo [servizio]. Ed è molto interessante perché non è diretto solo a quelli che vengono nominati, ma è un messaggio per l’intera società. (…)

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3 risposte a Le pari opportunità che non vorrei

  1. Pingback: #Napoli: di quelle disoccupate aggrappate alle ringhiere – Al di là del Buco

  2. emanueleboccianti ha detto:

    Questo è stato l’errore del femminismo storico, il suo punto debole e la sua onta: l’aver spinto verso una cultura in cui le donne diventavano un po’ più come gli uomini. Avrebbe invece dovuto andare nel senso esattamente opposto, e promuovere una civiltà in cui erano gli uomini a diventare un po’ più come le donne. Chè già quello in cui si era negli anni 60 era un mondo che trasudava testosterone.

    • vaviriot ha detto:

      Hai ragione Emanuele, una parte del femminismo prese quella direzione e fu quella a cui si diede più visibilità. Ma, come allora, anche oggi, ci sono tante donne come me che, pur rivendicandosi l’esser femminista, prendono le distanze da quest’ultime. Non per caso esistono i femminismi =)
      Per la questione donna e uomo, potrei dirti che non so cosa significhi, ovvero che, partendo dal presupposto che siano costrutti sociali (non esiste l’uomo o la donna, ma solo una serie di stereotipi culturali… per me sarebbe più corretto parlare di bio-uomo e bio-donna.) non so cosa significhi diventare “come le donne”. Personalmente auguro a noi tutt@ la possibilità di liberarci dagli stereotipi e essere noi stess@, e nel farlo di aumentare la nostra capacità critica e l’empatia che, per me, sono indispensabili per qualunque cambiamento.

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