Un transessuale e tre cani. Come sono visto da un’enciclopedia italiana

Riporto questo interessante post, pubblicato su Intersexioni, sulla definizione di Transgender che troviamo sulla Treccani. Alle riflessioni di Egon, autore del post, vorrei solo aggiungere due righe sulla questione dell’atteggiamento dei/lle transessuali rispetto alla patologizzazione che subiscono. Come ben dice l’autore, tale stato di cose viene accettato solo perchè permette di ottenere un riconoscimento sociale, ma solo se si è dispost@ a cambiare sesso definitivamente. Cioè, se si accetta la sterilizzazione forzata. Questo aut aut ovviamente rientra nella visione binaria che domina la nostra cultura: ti “accett@” solo se non metti in discussione l’esistenza dei due generi, rientrando in uno dei due. E’ un ricatto, non c’è altro modo di definirlo. Un ricatto che da una parte permette, a chi vuole compiere l’operazione definitiva, di vedersi riconosciuta la propria identità di genere, e dall’altra discrimina chi non desidera farlo. In questo modo, lo stato, cerca di contenere e in un certo senso normatizzare qualcosa che invece mette in discussione l’idea del binarismo. Assodato ciò, la patologizzazione del transessualismo è una stronzata, detto molto chiaramente, e bisognerebbe parlarne di più affrontando però anche le conseguenze che comporterebbe la sua uscita dal DSM, almeno all’interno di questo sistema che costringe le persone ad essere riconosciute/accettate da uno stato-padrone come se fossimo ad un quiz televisivo dove chi rientra nelle norme va avanti e chi è “strano/non conforme” viene rimandato indietro con una finta scelta: vuoi essere riprogrammat@ in modo da non disturbare il sistema oppure emarginalizzat@/discriminat@? Pigia il botton e buona fortuna! Sarcasmo a parte, con tanto amaro in bocca vi lascio al post. Buona lettura!

Un transessuale e tre cani. Come sono visto da un’enciclopedia italiana 

di Egon Botteghi

Mi chiamo Egon e sono un uomo transessuale di quarantadue anni.

Da quando ho “deciso” di affrontare quello che sono, ho pagato un prezzo salato a questa società che ha ancora forti resistenze nei confronti delle persone come me.

Lo stereotipo del transessuale è quello di un maschio biologico, perverso, “talmente omosessuale” da sentirsi donna, dedito alla prostituzione e a giri malfamati.

Anche se lentamente si comincia a conoscere anche la mia realtà, quella di coloro che sono nati in un corpo biologicamente femminile, che aiuta a decostruire questa visione, lo stigma è duro a morire: per i benpensanti noi siamo persone pervertite, esagerate, disturbate, pazze, non naturali, costruite, infantili, irresponsabili, egoiste, indecenti.

La famiglia che si trova ad affrontare il “disvelamento” di una persona transessuale attraversa una tormenta.

La famiglia che avevo costruito si è spezzata, mi sono separato, sono dovuto fuggire di casa e sono stato cacciato dal lavoro.

Per fortuna ho ottenuto l’affidamento congiunto dei miei figli.

La mia famiglia di origine, invece, ha reagito in maniera ambivalente, mi ha aiutato a ritrovare un lavoro ed una casa, ma la mia transessualità era vissuta come una tragedia ed i miei genitori non mi parlavano più.

Forse è comprensibile, forse è una reazione quasi fisiologica, in un contesto in cui la mia condizione è fuori da ogni concezione, è impossibile anche solo da pensare.

Per loro ero una lesbica che aveva perso il controllo, una persona egoista che non sapeva più quello che faceva.

Dopo tre anni di percorso, fatto di sedute con psichiatri, interminabili test con psicologi, visite endocrinologiche, istanze al tribunale, dopo l’operazione di rimozione del seno, mia madre si riavvicina e mi dice (parole sue) di aver fatto il salto, di accettarmi per quello che sono.

Vorrebbe che anche mio padre si calmasse e ricominciasse a parlarmi, che i nostri rapporti si distendessero, e mi chiede il favore di trovarle scritti di medici che possano spiegargli la mia condizione (di andare a parlare direttamente con i professionisti che mi seguono per adesso non se ne parla!).

Trovo molte testimonianze bellissime di altre persone trans, spesso anche con figli, che hanno dovuto affrontare il mio stesso percorso di allontanamento, di svalutazione, ma mia madre vorrebbe poter contare sull’autorevolezza della classe medica.

Per una fortuita coincidenza, proprio in quel momento, quindi all’incirca un mese fa, si scatena sulla stampa uno strano caso: su molte testate giornalistiche in rete rimbalza un articolo che da solo potrebbe rovinare il lento lavoro fatto dalla mia famiglia per “accettarmi” e la mia pazienza nell’aspettare questo momento.

Si tratta della notizia del convegno che si è tenuto per celebrare i vent’anni di attività del SAIFIP, servizio di adeguamento tra identità fisica e identità psichica, del S.Camillo di Roma. Il direttore generale del detto ospedale, Aldo Morrone, dice che nonostante la crisi, nell’ultimo quinquennio le operazioni di riassegnazione del sesso sono aumentate del 25%.

Ora mi chiedo, perché parlare di crisi di settori economici mentre si sta parlando di salute delle persone (che tra l’altro soffrono effettivamente la crisi, visto che, con il crescente depauperamento delle risorse stanziate, le liste di attesa per le operazioni si fanno sempre più lunghe); e poi noi transessuali non siamo il restyling di una macchina da mettere in commercio o la collezione della settimana della moda.

Così passa l’idea che si abbia a che fare con fabbriche di corpi messe insieme per rispondere ai capricci di persone fuori di testa.

E infatti, di penna in penna, di giornale in giornale, si arriva alla diffamazione vera e propria de “Il Giornale”, assolutamente meritevole di una denuncia, in cui tale notizia giunge al grado più infimo di declinazione.

Il “signor” Veneziani, credendo di essere divertente, scrive: “Ma gli italiani come reagiscono alla crisi? Cambiano lavoro, partito, banca, Paese? No, cambiano sesso. Ho davanti agli occhi una statistica vera e impressionante: da quando c’è la crisi le operazioni per cambiare sesso hanno avuto un’impennata pazzesca”. Per poi continuare prendendo rozzamente in giro la condizione transessuale con una tale superficialità e disinformazione, che se fossimo in un paese serio sarebbe stato perlomeno richiamato..: per esempio quando scrive: “È più facile che rifare la carta d’identità” ha idea, Veneziani, di quanti anni ci vogliono per cambiare i documenti, quale operazioni siamo costretti a fare, quanto sangue e quante lacrime dobbiamo versare?

Indignat* per quanto stanno scrivendo, ci ricordiamo di aver visto e letto altre cose, come l’articolo di un medico su di un sito di endocrinologia, in cui venivano dette  delle scorrettezze assolute sulle persone FtoM, cose così pesanti e gravi che l’articolo è stato fulmineamente rimosso dal sito a seguito delle reazioni della comunità transgender.

Ed ecco che si arriva alla voce dell’Enciclopedia Treccani, voce di cui sono venuto a conoscenza grazie alla segnalazione di una donna transessuale.

Si tratta della parola “transgender” contenuta nel “Dizionario di medicina” (2010), dunque di questa autorevole enciclopedia, non dei consigli di Nonna Papera nel “Manuale delle giovani marmotte”.

Chi l’ha scritta parte dicendo che “in genere il transessuale aborre l’omosessualità”, ignorando forse che esistono molte persone transessuali omosessuali, ovvero uomini trans gay e donne trans lesbiche, e facendo cadere una parola così pesante come “aborrire” tra due insiemi di persone, gli/le omosessuali e gli/ le transessuali, che invece lottano insieme strenuamente, almeno fin dai tempi della rivolta di Stonewall nel 1969, per rivendicare il loro diritto ad una vita libera dall’oppressione, dal pregiudizio e dalla paura.

Prosegue affermando che “il transessuale cerca di cambiare quello che considera lo sbaglio della natura circa il suo corpo. A seconda delle circostanze sociali, economiche e legislative dell’ambiente in cui vive, il transessuale cerca rimedio in ormoni e altri farmaci, in interventi estetici e infine nel cosiddetto cambiamento di sesso chirurgico. In realtà, la chirurgia non ha affatto tale potere: può al massimo costruire una apparenza del genere sessuale agognato mentre distrugge irreparabilmente l’anatomia di quello originario”.

Dire che il/la transessuale considera il suo corpo uno sbaglio di natura significa aderire ad una visione della transessualità antiquata e costruita dalla scienza medica (ma certo siamo in un dizionario medico e tant’è), in cui la maggior parte dei/delle transessuali, qui ed ora, in Italia, nella seconda decade del XXI°secolo, non si rispecchia più.

La realtà infatti è molto più complessa e se si chiedesse ai dirett* interessat*, molt* risponderebbero di sentirsi nat* in un mondo sbagliato piuttosto che in un corpo sbagliato.

Il dire poi che l’operazione chirurgica non può correggere questo errore ma solo distruggere la parte sana della persona in questione, è la prima di una lunga serie di affermazioni pesantemente, anche se surrettizziamente, giudicanti, opinioni personali dell’autor*, che evidentemente aderisce ad una certa scuola di pensiero (mi sembra di intuire quella psicanalitica), ma dandola per scontata, per verità assodata e assoluta, invece di considerarla per quello che è, ovvero una particolare visione all’interno di un complesso interrogarsi anche da parte della classe medica che segue la “questione” transessuale.

Infatti chi ha redatto la voce si arroga il diritto di dire che distruggere il nostro corpo è “esattamente quel che vogliono a livello inconscio questi pazienti: attaccare e distruggere in se la parte ‘cattiva’ maschile o femminile della propria identità psicofisica, con una fantasia secondaria di riparazione (➔  riparazione e riconciliazione) maniacale di costruzione dell’anatomia del sesso opposto.”; ricordandoci anche – se magari ci saltasse in mente di dare una nostra opinione a riguardo, di avere una voce autonoma rispetto ai medici, di scendere in strada e  lottare per i nostri diritti –  che “il transessualismo è una patologia di area psicotica, un delirio circoscritto, strenuamente resistente alla terapia psicologica, particolarmente nella nostra epoca, nella quale si è sviluppata una forte collusione di tipo ideologico in ambito sociale e medico. Si confondono tali patologie con l’omosessualità (➔ sessualità) e il problema si sposta sul piano dei diritti civili, riducendo la già bassa disponibilità di questi soggetti a confrontarsi con i problemi psicopatologici profondi.”

Più chiaro di così: smettete di andare ai pride (anche se il movimento di rivendicazione e orgoglio iniziò proprio dal gesto di una donna transessuale che tirò una scarpa ad un poliziotto all’ennesima retata contro il popolo lgbtqi) e rinchiudetevi nello studio dei/ delle vostre psicologhe, a farvi riprogrammare la vostra, seppur “strenuamente resistente” mente “delirante”.

Cosa direbbe l’enciclopedic* autor*, se sapesse che i nostr* psicolog* sono pagati proprio per accompagnarci in questo complesso transito, reso difficile anche grazie ai pregiudizi che la Treccani continua a propagare?

Direbbe forse le stesse cose che diceva mia madre, prima del “salto” che ricordavo inizialmente, quando urlava che la mia psicologa era più pazza di me e la odiava perché, invece di fermarmi, come lei si sarebbe auspicata, mi aiutava a liberarmi dall’ansia che l’affrontare la mia condizione mi dava.

Mi stupisco allora di apprendere che il/la curator* ne è a perfetta conoscenza, dal momento che nel seguito descrive quanto avviene in Italia, ovvero che “ormai da circa 25 anni nelle strutture pubbliche si prevedono gruppi di psicoterapia propedeutici a interventi a base di ormoni e a manipolazioni chirurgiche, quale premessa obbligata al cambio di sesso anagrafico sui documenti. Questo atteggiamento, che si basa sull’idea di correggere un supposto ‘sbaglio’ della natura, preferisce eliminare il perturbante ‘disordine’ psicologico piuttosto che confrontarsi davvero con la complessità  dell’identità, che riguarda tutti. In realtà non c’é alcuna evidenza di tipo biologico alla base del disturbo. Ne sono consapevoli anche coloro che propongono terapie ormonali o chirurgiche, che mirano solo a ridurre – più o meno stabilmente – a livello sintomatico l’angoscia del paziente. Di converso, è noto che individui portatori di autentiche alterazioni dei cromosomi sessuali sviluppano una identità di genere molto più in relazione al tipo di allevamento psicologico che hanno ricevuto nella prima infanzia, che non in relazione alla loro combinazione cromosomica. Lo sforzo psicoterapeutico dovrebbe essere invece quello di riportare sul terreno del simbolico il dramma di queste persone, incatenato nella concretezza del corpo. I transessuali dovrebbero essere aiutati a tollerare il dubbio, a sopportare i limiti della realtà, a trovare un aggiustamento individuale tra angosce e difese meno distruttivo, a migliorare il rapporto psicofisico con se stessi e con gli altri.

Da questa lunga citazione si desume che l’autor*:

1° – pur criticando l’idea della transessualità come “sbaglio di natura”, mostra però di non essere aggiornat* sul fatto che tale idea è veicolata dalla classe medica, una storia che i medici hanno cucito addosso alle persone transessuali, come una sorta di teoria ad hoc che ancora cercano di convalidare senza riuscirci, e che le persone transessuali hanno accettato per ottenere quello che era loro indispensabile alla sopravvivenza hic et nunc (della serie: io ti dico ciò che vuoi sentirti dire e tu mi dai quello che io voglio, ovvero il riconoscimento sociale nel genere percepito, l’unico mezzo per vivere decentemente nella società in cui sono nato).

2° – la soluzione proposta dall’esimi* è il lasciare sole le persone transessuali  che, con la loro peculiarità di genere, si scontrano e vengono schiacciate da questa società che fa del binarismo sessuale maschio – femmina e di genere uomo – donna il suo fondamento, in attesa che gli altr* si interroghino sulla “complessità dell’identità”.

3° – mostra di rimanere ancorat* agli insegnamenti di J. Money, sull’importanza dell’educazione al genere (“il genio” succitato, psicologo, diceva che si poteva tranquillamente riassegnare il sesso dei neonati intersessuali, tanto ci avrebbe pensato la famiglia e l’ambiente a tirali su come femmine, omettendo nei suoi studi i suicidi ed i fallimenti). Da sottolineare come gli intersessuali vengano qui definiti come “individui portatori di  autentiche (noi trans siamo dei fake?) alterazioni”.

4° – conclude quindi consigliando a tutt* i professionist* che ci seguono nei nostri folli deliri, e che evidentemente niente hanno capito, di aiutarci “a tollerare il dubbio, a sopportare i limiti della realtà, a migliorare il rapporto psicofisico” con noi stessi e “con gli altri”…

evidentemente anche con mia madre, che se mai leggerà questa illustrissima voce, forse per lei abbastanza autorevole, tornerà a vedermi come l’assassino di sua figlia.

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