Sulle torture e l’inutilita del carcere

Mi sono sempre dichiarata contro il carcere ma non so cosa significhi esser reclus@ in una cella di 4 metri, avere delle ore “per stare all’aperto”, ore per potersi lavare che spesso coincidono con quelle di “aria”, mangiare cibo scadente o addirittura scaduto, non avere i soldi per comprare francobolli per le lettere, unico mezzo di comunicazione con l’esterno, non poter comunicare con le/gli altr@ detenut@ di sezioni diverse, non avere uno spazio proprio e altre torture. Non ho mai provato questo tipo di privazioni ma la sola idea mi fa gelare il sangue.

Scrivo di ciò perchè ieri ho letto su Intersezioni la lettera di un’ex detenuta delle Vallette, pubblicata da Macerie, che voglio riportarvi insieme ad altri testi che spero facciano riflettere sull’inutilità e crudeltà del carcere.

«È nel corpo che si sente la sofferenza immediata del carcere. Vi racconto le piccole materialità che traumatizzano le membra e fanno del carcere di Torino una delle galere più invivibili (a detta di chi di galere ne ha girate molte e a lungo).
Nel femminile, diviso in 4 sezioni, sono collocate circa 200 donne, 2 in ogni cella.
Le celle sono piccole e scure, hanno dimensioni di 4 metri per 2 nello spazio abitativo che dispone di un letto a castello, un tavolino a muro, 2 sgabelli -se si è fortunati- e 4 piccoli pensili. Il bagno è di dimensioni 4 metri per 1 con water, lavandino e bidet. In cella non c’è acqua calda, che è invece fredda e terribilmente terrosa. Se lasci la moka bagnata il giorno dopo puoi scorgere la traccia grigiastra lasciata dall’acqua. Se le due concelline non sono entrambe smilze e piccoline è quasi impossibile muoversi contemporaneamente senza toccarsi e intralciarsi.
Le finestre sono piccole e basse, infossate verso l’interno e circondate da sbarre e da una grata a maglia fine (messa dopo la protesta delle lenzuola). L’aria già riciclata dall’esterno, chiusa dalle alta mura dei vari perimetri, non riesce a circolare e ad arieggiare la cella. Chi ha problemi di claustrofobia ed asma ne patisce molto.

Di conseguenza il minimo da pretendere è che le celle rimangano aperte, mentre c’è la possibilità di uscire dal proprio cubicolo solo 4 ore su 24.
Dalle 9 alle 11 della mattina c’è la possibilità di uscire all’aria, in un cortile spoglio con alte mura e nessuna fontana. Nello stesso orario è concesso fare il bucato e la doccia con l’acqua calda in un unico locale che dispone di 3 docce e un lavandino. Solo 3 persone alla volta possono recarsi a fare la doccia, in sezione si è in 50 donne.
Al pomeriggio la stessa storia. Dall’una alle tre c’è l’aria e ci sono le docce aperte. Se non si fa né l’una né l’altra si rimane chiuse.
All’aria c’è una rete di pallavolo e due porte barcollanti da calcio, ma c’è solo una palla bucata e sgonfia con cui oltre che calciarla per scaricare il nervoso non si può fare nessun gioco.
In più le guardie portachiavi riducono il tempo d’apertura. Ad un quarto aprono e a meno un quarto chiudono, mai all’orario giusto.
Riassumendo… la concomitanza degli orari dell’aria e della doccia riduce il tempo di stare all’aperto e crea l’impossibilità di fare entrambe le cose. Le docce sono poche e fanno schifo, il soffitto è giallo dall’umidità e sgocciola, l’acqua troppo dura fa squamare la pelle, lo spazio per l’aria è triste, troppo assolato e senza fonti d’acqua corrente durante l’estate, senza riparo per l’inverno. Una bella lista di ovvi motivi per lottare. I tempi e gli ambienti delle ore d’aria sono fondamentali per un minimo di sopravvivenza possibile.
Rispetto alla possibilità di fare movimento e sport… ecco non c’è nessuna possibilità.
Esiste una palestra, inagibile da oltre un anno. Hanno aperto un corso di pallavolo per 15 persone che hanno fatto richiesta e dopo mesi sono state chiamate a partecipare.
L’inattività, causata da mancanza di strutture e mezzi, facilita il corpo a sformarsi, a deprimersi di più, a non avere la stanchezza sufficiente per dormire, a trattenere il nervoso, il malessere e la mente affranta. Gli spazi ci sono e dovrebbero essere utilizzati. Ma possiamo aspettare che qualcuno ce li conceda per generosità o sarebbe ora di esigerli con forza?
Per ogni malessere non fisico il carcere propone la Terapia. La visita dallo psichiatra è quella più suggerita dalla direzione carceraria e la somministrazione di farmaci consigliata dallo psichiatra la più generosa.
La maggioranza delle detenute utilizza psicofarmaci per affrontare la sofferenza e l’insonnia. Il carrellino dell’infermeria passa tre volte al giorno per dispensare anestetici all’angoscia della carcerazione.
Per i mali fisici, per qualsiasi male, c’è il Brufen. Mal di collo, Brufen, mal di schiena, Brufen, mal di denti, Brufen… e così via.
Il personale medico non pare così professionale, a volte di fronte a non ovvi malesseri si destreggia nello sperimentare miscugli di farmaci. Al femminile ho visto donne gonfiare con il passare degli anni (io sono entrata più volte per brevi soggiorni), altre dimagrire di molti, molti, molti chili, altre mi hanno raccontato di terribili mali a causa di cure dentistiche errate e rimedi bestiali, siringhe di miscugli di antidolorifici intramuscolo. (se hai male ai denti è la fine. Il dentista in carcere fa schifo, se si sta anni dentro con qualche problema ai denti si rischia di uscire sdentate).
Ricordo che lo scorso Natale nella sezione maschile è morto un detenuto per una terapia sbagliata. Il caso è rimasto all’oscuro. Qualche suo compagno di sezione ha protestato per l’accaduto, ma come risposta ha ricevuto un immediato trasferimento in un altro carcere. I tentativi di zittire chi prende il coraggio di raccontare non devono scoraggiare. Affinché questi episodi non colpiscano più chi è costretto all’interno di un carcere, per la propria incolumità, le violenze, gli abusi e la negligenza di chi gestisce queste gabbie dovrebbero essere diffuse il più possibile e la vigilanza di chi è dentro dovrebbe essere al massimo grado, altro che psicofarmaci.
I problemi di salute derivano anche dall’alimentazione.
Il cibo che passa il vitto è abbondante, ma spesso è immangiabile e misterioso. Nei carrelli della casanza si sono visti frittate spugnose, sughi di carne e hamburger verdi, pasticci di patate acidi, riso sempre crudo e uova vecchie. Chi non ha soldi, chi vive da anni senza alcun legame con fuori o con una famiglia indigente impossibilitata ad aiutarla, oppure chi si è vista arrestare e sequestrare le proprie cose sospettate de essere i proventi dell’attività illecita commessa, si vede costretta a doversi cibare principalmente del cibo che passa il carcere. Diventa impossibile concedersi quei piccoli vizi che ti renderebbero un po’ più lieta, e allora rimandi tutto al desiderio.
L’amministrazione offre a chi non ha soldi 15 euro al mese. Con 15 euro puoi comprarti un pacco di caffè, un pacco di carta igienica, uno shampoo, un bagnoschiuma, un pacco di assorbenti, un pacco d’acqua da 6 bottiglie e un dolcino di quelli economici. E i francobolli? Le buste? Una penna? Una bottiglia d’olio per condire l’insalata? Sei poverella? Mangi insipido e sei costretta ad elemosinare i bolli.
I prezzi dei prodotti della spesa sono in continua variazione, solitamente in crescita. Si sospetta che i prezzi siano aumentati rispetto ai prezzi del supermercato, a volte la cosa risulta palese, quando il prezzo originario è ancora appiccicato sulla scatola da dove vengono distribuiti i prodotti. Dove va quel sovrapprezzo? Ad alimentare l’amministrazione carceraria che si lamenta di mancanza di fondi e di scarsità di strumenti? Secondo le normative i prezzi della spesa in carcere dovrebbero essere uguali alla prima area di commercio al di fuori. Risulta difficile capirlo visto che non esiste un elenco noto con la lista di tutti i prodotti disponibili elencati con relativo prezzo precisato. Quindi altro che mantenuto dallo Stato come suole dire la gente indifferente, il carcere è mantenuto dalle stesse detenute che inoltre lo puliscono in cambio di una paga misera e ancora più misera se hai una pena definitiva, dai soldi dello stipendio ti tolgono le spese del vitto e dell’alloggio carcerario.
Altra privazione che è degna di nota è l’impossibilità di tenere il fornellino in cella per 24 ore. Esso viene ritirato alle 9 di sera alla chiusura dei blindi e ridato alle 7 del mattino. E se qualcuna insonne volesse farsi una camomilla oppure degli spaghetti aglio, olio e peperoncino? O se qualcun’altra è mattiniera e vuole bersi il caffè alle 5? “I fornellini non rimangono nelle celle perché alcune detenute sniffano il gas” questa è la scusa che hanno utilizzato le guardie, l’ispettrice e i colleghi civili, mettendo le detenute le une contro le altre, sniffatrici di gas contro cuoche notturne. E perché non incazzarci con chi ha deciso di togliercelo? C’è chi tre volte al giorno somministra terapie stordenti, chi chiude e rinchiude con mille mandate porte che ci fanno soffocare, che portano al suicidio… si preoccupano che con del gas una si possa stordire e così giustificano il fatto che ci possono levare tutto?
Non sarebbe ora di smettere di essere trattate da scolare monelle, ma di comportarci come donne dignitose che si incazzano e si riprendono quello di cui hanno bisogno?
In carcere si sopravvive grazie agli incontri. Nonostante la storie completamente differenti si trovano donne con le stesse paure e la stessa voglia di libertà. C’è sempre una storia divertente o colma di sfighe che vale la pena di essere ascoltata. A volte nascono discussioni su vicende avvenute nel trantran quotidiano, sui fatti di cronaca con punti di vista strampalati, su sogni su fuori, su vicende del passato, su lamentele sullo schifo del carcere. Non c’è mai tempo però per parlare a lungo. Le ore d’incontro sono quelle d’aria, da far incastrare con la doccia e due ore la sera di socialità (si può stare in 4 in cella). È poco il tempo per superare la superficialità delle cose che si dicono, per iniziare a dire le cose che si pensano, non sufficiente per concluderle. Proprio impossibile invece è comunicare con le altre sezioni dello stesso braccio. Al femminile si sono solo quattro sezioni una vicina all’altra ma è come se fossero distantissime, se sei in terza non sai quasi nulla di quello che succede in prima e sono una sull’altra.
È vietato ogni tentativo di comunicare. Se urli troppo dalla finestra per parlare con una tua amica che è in un’altra sezione vieni rimproverata. Con il maschile nel 2011 esisteva ancora la posta libera, senza dover mettere i francobolli. La corrispondenza era fitta, nascevano rapporti epistolari d’amore e c’era l’opportunità di scambiarsi informazioni sulle differenti situazioni di detenzione, di far girare notizie di maltrattamenti e ingiustizie, di tirar su il morale di uno/a sconosciuto/a. Oggi le lettere interne bisogna spedirle, e il tempo di una risposta può essere anche di due settimane, perché l’attesa di una missiva che esce dal carcere ha inspiegabilmente questa durata. Riducendo al minimo l’incontro fisico con le compagne di detenzione, aumentando le distanze tra sezioni differenti, tra maschile e femminile, tra dentro e fuori i legami sono più fragili, aumenta la sensazione di isolamento, diminuisce la possibilità di far girare notizie di maltrattamenti, pestaggi o iniziative di protesta che se comunicare velocemente potrebbero avere una simultanea reazione solidale nelle altre parti del carcere e fuori.
Ma per superare le difficoltà di comunicazione, e gli ostacoli che l’amministrazione penitenziaria frappone internamente tra i detenuti e tra i detenuti e il mondo di fuori è necessaria la consapevolezza che la solidarietà e la determinazione individuale e collettiva sono gli unici strumenti che abbiamo contro le violenze, gli abusi e le umiliazioni che subiamo quotidianamente. Se ci lasciamo drogare tutti i giorni, se accettiamo passivamente le condizioni in cui ci costringono a vivere, se continuiamo ad essere isolate e indifferenti perdiamo la dignità che sola ci rende libere tra quelle mura e non costruiamo nessuna ancora di salvataggio a cui aggrapparci per resistere al mare aperto in cui siamo esiliate.»

macerie @ Luglio 8, 2013

Quando leggo richieste di maggiore sicurezza e di pene più severe vorrei che si pensasse a queste testimonianze e a quello che è successo a Montalto di Castro dove, gli 8 ragazzi che stuprarono una ragazza di 14 anni, hanno ottenuto la messa in prova per 24 mesi e potranno, quindi, continuare a vivere la loro vita più o meno come prima. La ragazza, invece, non solo ha dovuto subire le umiliazioni/offese di un’intera cittadina, da cui è stata costretta a scappare, ma non è stata neanche tutelata dalla giustizia tanto elogiata da molt@. Di vedere quei ragazzi andare in galera a me non importa ma neanche voglio che i violenti restino impuniti. Una ragazza è stata stuprata, ma qui i violenti non sono solo gli imputati ma l’intera cittadina che, invece di proteggere la vittima, prendeva le difese dei carnefici. Contro l’indifferenza di queste persone, contro la loro violenza, cosa si farà? La violenza di genere ha una natura culturale e fingere che ciò non sia un dato di fatto impedisce, a chi lotta contro di essa, di raggiungere dei risultati effettivi. La giustizia che difronte ad uno stupro concede messe alla prova è la stessa che condanna velocemente e pesantemente chi resiste quotidianamente ai tanti fascismi che esistono, chi ruba per fame o è sprovvist@ di un maledetto foglio di carta, detto permesso di soggiorno, mentre assolve appartenenti alle forze dell’ordine che uccidono, torturano e stuprano. Eccola la vostra giustizia. E proprio sullo stupro di Montalto riporto il testo scritto dalle Coordinamenta femminista e lesbica di collettivi e singole di Roma, letto su Femminismo a su, le cui riflessioni condivido in pieno.

Sulla sentenza per lo stupro di Montalto di Castro, sulla lotta delle donne, sul bambino di Rosy che sarà dato in adozione….ovvero sull’antisessismo sessista.

E’ stata emessa la sentenza per gli otto ragazzi, all’epoca dei fatti minorenni, rei confessi, che sei anni fa hanno stuprato in gruppo una ragazza di quattordici anni in una pineta di Montalto di Castro a margine di una festa di compleanno.

Il tribunale dei minori di Roma, presieduto da Debora Tripiccioni, che lo scorso gennaio aveva sospeso il processo giunto al termine della fase dibattimentale e nella quale il PM aveva chiesto quattro anni per ciascuno dei ragazzi, ha decretato che gli stupratori saranno sottoposti al regime della messa in prova per 24 mesi. Svolgeranno cioè lavori socialmente utili due volte alla settimana e potranno continuare a studiare e a lavorare e a condurre normalmente la loro vita.

Alla fine di questo periodo e in base al giudizio che sul loro comportamento sarà dato dagli assistenti sociali e dal giudice delegato a seguire i loro progressi, potranno anche ottenere la dichiarazione di estinzione del reato loro contestato. Quello di violenza sessuale di gruppo per aver stuprato a turno una loro coetanea.

Questo è quanto riportato in maniera scarna dai media ed è la fine di una storia di grande violenza e non solo per quello che hanno fatto alla ragazza i suoi coetanei, ma per quello che le ha fatto il paese in cui abitava, Montalto di Castro, attraverso l’atteggiamento ipocrita e sessista, minimizzando il tutto come “bravata”, dicendo che lei se l’è cercata perché indossava la minigonna e attraverso il sindaco PD, zio di uno degli otto, che si è dichiarato pronto a stanziare dei soldi per il reinserimento dei ragazzi e neanche un euro per lei.

E’ stata costretta ad andare via dal paese, a vivere in un’altra città, a prendere coscienza a soli quattordici anni dell’orrore di questa società, di cui la sentenza dell’11 luglio scorso non è che l’atto esemplare.

La così detta “giustizia” di questa società non ci appartiene, né i suoi tribunali, né le sue carceri e non ci appartiene chiedere condanne esemplari per nessuno, ma le sentenze che i tribunali esprimono sono una cartina di tornasole della gerarchia dei valori di questo sistema patriarcale e capitalista, della sua struttura portante e dei suoi metri di giudizio:

-quindici anni di reclusione per “devastazione e saccheggio” a chi ha manifestato al G8 di Genova nel 2001 e sei anni per chi ha manifestato  il 15 ottobre 2011 a Roma……

-tre anni e sei mesi per i poliziotti, tra cui anche una donna, che hanno ucciso Federico

Aldrovandi e nessuna condanna per chi ha ucciso Stefano Cucchi, Carlo Giuliani, Giuseppe Uva….

-mesi di galera per chi ruba al supermercato, venti anni per chi rapina una banca…..

La gerarchia di valori che esprime questo elenco significa che al primo posto della pericolosità sociale sta chi manifesta dissenso politico  o semplicemente alterità nei confronti di questa società perché basta solo la partecipazione ad una manifestazione per subire pesanti condanne.

Sullo stesso piano c’è la tutela della proprietà privata. Anche un paio di magliette rubate all’Oviesse sono costate ad una ragazza la traduzione in cella di sicurezza nella caserma del Quadraro qui a Roma e lo stupro di gruppo da parte di tre carabinieri e un vigile urbano ( a proposito, che fine hanno fatto costoro? C’è uno straccio di processo o non è dato sapere?).

Non parliamo, poi, se qualcuno/a osa  rubare dei cibi , qualche salame o qualche formaggio dagli scaffali di un supermercato. Le patrie galere sono piene di gente detenuta per reati così.

Le istituzioni in divisa hanno una totale impunità, tanto che questo è chiaramente un benefit per il loro “lavoro”, come qualcuna/o si ostina ancora a chiamarlo, come per un impiegato sono i buoni pasto.

La società neoliberista ha annullato il valore della vita umana, perché anche la vita degli individui è considerata una merce, ha senso solo se può essere in qualche modo e fino a quando fornisce possibilità di profitto.

Quindi, giù, giù, nella scala dei valori troviamo l‘uso di un corpo, il suo abuso , la sua eliminazione.

Perché questo nullo  e/o bassissimo valore dell’essere umano che impregna l’impostazione socio-economica della società  dovrebbe trovare una risposta  diversa quando si tratta di una donna o della violenza che subisce?

Il neoliberismo è la configurazione attuale del capitalismo e del patriarcato e, come ogni configurazione ha i suoi modi particolari di esprimersi.

Uno di questi è la strumentalizzazione della violenza sulle donne, sulle diversità e dei diritti umani.

Per cui, da una parte sbandiera attenzione e riprovazione nei confronti di questi aspetti e approva  convenzioni, come quella di Istanbul, propone Task Force, spende parole e convegni, crea associazioni, ma fondamentalmente, dall’altra, lo scopo è creare controllo sociale, leggi securitarie, inasprimento delle pene e strumenti di asservimento.

Così può militarizzare il territorio qui da noi  e portare le guerre neocoloniali nel terzo mondo.

Mai vista una società tanto ipocrita e mistificante dove regna l’antirazzismo razzista, l’antisessismo sessista, la carità pelosa e il devastante “politicamente corretto”.

Il bambino di Rosy, la ragazza uccisa pochi giorni fa dal compagno a casa dei genitori dove si era rifugiata, sarà dato in adozione perché i nonni sono stati giudicati troppo poveri per mantenerlo. Anche la povertà è una condanna. Se non sei capace di mantenere tuo nipote ,vuol dire che sei un inetto/a e ti sarà portato via. L’idea di dare del denaro direttamente ai nonni  perché possano mantenere il bambino viene da questa società considerata “immorale”: non si danno dei soldi a chi non è in grado di guadagnarseli.

Una società che sbandiera tanta attenzione ai minori da multare, denunciare, privare della potestà chi viene sorpreso ad elemosinare con i figli/e per strada e tanto violenta da recidere affetti e legami familiari con una freddezza nazista.

Che cosa significa tutto questo per noi che vogliamo lottare contro la violenza maschile sulle donne?

Significa non farsi irretire dalle manifestazioni di attenzione del potere, non farsi strumentalizzare, ribadire una distanza incolmabile.

La nostra liberazione passa attraverso l’autodifesa, l’autorganizzazione, il rifiuto della delega, la presa in carico della lotta, la creazione di luoghi di donne e di reti di donne in autonomia consapevoli  della necessità dell’uscita da questa società.

Le coordinamenta

Oggi, inoltre, leggo su Infoaut la lettera che Marianna, una ragazza arrestata a maggio per non aver rispettato alcune misure cautelari, ha scritto per annunciare di aver iniziato uno sciopero della fame dall’11 luglio perchè, giustamente,non regge più tutte le privazioni che gli arresti domiciliari comportano. Vi riporto la sua lettera e intanto continuo a chiedermi/vi a cosa serva tutto questo se non a compiere ulteriore violenza sulle persone.

«Oggi, giovedì 11 Luglio 2013, inizio uno sciopero della fame…
Per colpa di un parapiglia con dei poliziotti dentro una camionetta, della conseguente accusa per resistenza ci hanno incastrato in mezzo ad un processo, dentro galere ed ora agli arresti domiciliari con il divieto di comunicare con l’esterno.

Dopo 4 giorni di carcere, 2 mesi di firme giornaliere, e poi ancora 17 giorni di carcere, dopo il rigetto di domande di domiciliari a casa di amici, ho ottenuto gli arresti a casa dei miei genitori, in un piccolo paese della campagna piemontese.

Ritorno nella mia stanza d’adolescente, abbandonata dopo le superiori, ripercorro a ritroso i passi verso l’autonomia che mi ero creata rispetto alla famiglia. I risparmi personali si sono velocemente asciugati, le casse detenuti devono anche aiutare tanti prigionieri messi in condizioni peggiori.

Giudice e Pm non vogliono dare la revoca delle restrizioni. È dal 4 Maggio che non posso parlare a lungo con un amico, se non le parole rubate durante le udienze in tribunale. È più di due mesi che rinchiudo le mie lettere dentro un cassetto, e la postina qui porta solo bollette e depliant con le offerte dell’ipermercato.

Il divieto di comunicazione con l’esterno che mi hanno imposto dovrebbe essere inutile a questo punto, il 19 luglio avremo una sentenza di condanna di primo grado, le dichiarazioni sono state fatte da tutti quanti, non c’è alcuna informazione che potrebbe passare e modificare il racconto dei fatti per i quali stiamo venendo giudicate. Dicono che da qui potrei istigare qualcun altro a commettere dei reati… sono sicura che in giro c’è gente agitata e pronta a far fracasso, ma non aspetta certo che glielo dica io.

In strada la gente si rivolta perché ne ha la necessità personale, si agita con disordine, senza avere sempre chiarezza d’idee e scopi unanimi, senza aspettare la parola di qualcun altro esterno alla faccenda.

Ieri è stata di nuovo rifiutata l’istanza per la revoca del divieto di comunicazione e per il permesso di lavorare in una cooperativa agricola. Dato che ad Agosto il tribunale funziona a regime ridotto dovrò attendere fino a Settembre per poter, forse, vedere un viso amico, per poter lavorare, per guadagnarmi due soldi per fare la spesa.

Sto pensando ora che sarebbe stato meglio rimanere in carcere.

Lì avrei potuto inviare lunghe lettere e riceverne, sicuramente avrei potuto conoscere più a fondo donne con storie interessanti, avrei continuato a condividere tempo e spazio con persone con le mie stesse tensioni, le stesse preoccupazioni, con l’opportunità di stringere complicità ed avere delle idee da costruire insieme. Dentro forse avrei potuto avere la possibilità di incontrare il mio innamorato al colloquio, oppure un amica o un amico, con cui condividevo parte del mio tempo, della mia vita fino all’altro ieri.

Qua, mi ritrovo in un luogo passato, a fare le mie confidenze ad un piccolo cane, a percorrere ripetute volte il perimetro dei muri di cinta, a sentire il tempo sprecato, a far indigestioni di letture per finire a non capire più nessuna parola, a far vorticare i pensieri in maniera dolorosa, perdendo i punti di riferimento, vedendo svanire i progetti e sentendo scivolare via i legami non avendo alcun modo di mantenerli e stringerli, trovando conforto nei momenti di debolezza solo nella vista di piccole formiche che trasportano gigantesche foglie.

In questo limbo, in un isolamento dolce, con la nutella in grossi barattoli di vetro, con coltelli di metallo per pelare e tagliare le patate e con la possibilità di vedere il cielo sopra la mia testa in qualsiasi momento (ciò a differenza della galera), ma senza alcun contatto umano – se non con i miei genitori, che si, son gentili, ma il tempo dello svezzamento è già da tanto tempo tramontato -, senza possibilità di dialogo non ci voglio più stare.
Non attendo più carte e scartoffie, risposte ad istanze… non mangio più.

Voglio parlare con i miei amici, abbracciarli, scrivere lettere alle forti donne che ho conosciuto in carcere, voglio poter telefonare a mia zia, ad una mia cara amica del liceo, ad un mio amico che è all’ospedale perché si è rotto il bacino.

Voglio poter lavorare, per essere indipendente a livello economico e non un peso per qualcuno e per prendere aria.
Vorrei essere libera, ma son cascata nella trappola giudiziaria.

Evadendo potrei soddisfare i miei desideri, ma aggraverei la situazione e il gioco non ne vale la candela.

L’unico strumento che mi rimane è me stessa.
Non mangio e rido… per non arrabbiarmi troppo.»

Marianna, agli arresti domiciliari ad Oglianico, in via Fiume 16a

Luglio 13, 2013

Da queste lettere si evince come il nostro sistema giudiziario non faccia altro che condannare e assolvere in maniera del tutto iniqua, mettendo, da una parte, sempre al primo posto la sicurezza dei diversi poteri, condannando quindi chi vi si oppone, mentre dall’altra sottovaluta/minimizza tutte le altre violenze. Inoltre, questa giustizia, prende in considerazione solo il concetto di responsabilità individuale, mentre assolve/non considera le cause/responsabilità collettive. Mi chiedo quindi come, quegli 8 ragazzi di Montalto, potranno comprendere la gravità del loro atto se la loro stessa città li ha giustificarti/coccolati/protetti. Se la società che ci circonda continua a generare scusanti per la violenza di genere, se in caso di stupro si continua a difendere il violento e mettere sotto accusa la vittima, ditemi a cosa servono questi 24 mesi di prova? A cosa servirebbero 2/6/8/10 anni di reclusione se una volta terminati ci si ritroverebbe nella stessa società che alimenta/giustifica la violenza di genere, insieme a tante altre? Ditemi perchè preferiamo questa ingiustizia invece che affrontare il vero problema, ovvero la nostra cultura? Mentre continuo a pormi/vi queste domande vi invito a leggere e diffondere questo appello per l’amnistia sociale.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Antiautoritarismo, Antifascismo, Antisessismo, Autodeterminazione, Discorso sul Corpo, No al Carcere, Omicidi Sociali, Pensieri Sparsi, R-Esistenze. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...