Ti accetto perché consumi: brevi riflessioni sul Pride

“La cosa più bella di quella sera fu vedere la rabbia sulle facce delle persone picchiate, avevano il sangue in faccia e sul corpo e non scappavano, tornavano indietro, continuavano a tornare indietro perché non ci fregava niente di morire, volevamo lottare per quello in cui credevamo: era la nostra serata” (Sylvia Rivera)

Come vi avevo detto nel post precedente, sabato ho partecipato al Pride di Napoli e da allora ho un peso sullo stomaco che devo tirar fuori. Dato che non vi era uno spezzone che mi rappresentasse veramente, in cui potessi dire, sì, questo è quello in cui credo*, mi sono buttata nella mischia e ho seguito lo spezzone centrale.  Sul camion c’era un dj più una vocalist (si chiama così?? scusate ma non frequento le discoteche) professionista e i/le solit@ ballerin@ dai corpi stereotipati che vengono pagat@ per “aumentare la temperatura” come se tutt@ ci eccitassimo allo stesso modo. Personalmente non mi sono eccitata per nulla, sia per la scelta dei corpi che non rispecchiano i miei gusti sia per questa erotizzazione forzata che a me fa scemare ogni pensiero vagamente erotico.

Ma, da questo camion fashion/cool oltre ad esser “pompata” musica stracommerciale da discoteca (genere che odio perchè non sopporto la musica no sense, ma è una questione di gusti), come nei peggiori canali televisivi privati, ogni 5 minuti, e ribadisco 5 minuti, ci veniva ricordato che quella sera ci sarebbe stata una “Magnifica” festa alla Mostra d’Oltremare. Ora, capisco la necessità di pubblicizzare questa festa,  per chi viene pagato prevalentemente per questo, ma farlo ogni cinque minuti è insostenibile.

Ma il problema, per me, è stato anche un altro. Oltre alla musica e alla pubblicizzazione dell’evento serale non ho sentito un discorso appropriato, uno slogan che avesse un significato superiore al “siamo tutti criminali” (pseudo rivendicazione dell’illegalità???). Non sono riuscita neanche a sentire l’intervento di De Magistris perché, i carri che seguivano quello da cui parlava, si sono limitati solo a spegnere la musica ma non a fargli da cassa di risonanza, riportandolo anche con un sunto oppure ribattendo alcune affermazioni, per permettere a tutt@ di farsi un’idea su quel che veniva detto, come se ciò non ci riguardasse pur parlando di noi e per noi.

Per questi motivi e anche per l’orario, dato che mi muovo con i mezzi, all’altezza di Piazza del Plebiscito, abbandono il pride e mi avvio verso la stazione con un’angoscia dentro. Ho continuato a ripetermi che all’interno di quello spezzone altro non ero che una consumatrice. Mi “accettavano” in quanto compratrice di servizi, beni ed etc. Inoltre vi era la palese assenza di un discorso antisessista. La parola “puttana” l’ho sentita pronunciare in discorsi del tipo “guarda come è vestita quella puttana”, “ma hai visto come mi ha guardato quella puttana” ed etc. per non parlare di un discorso sul sesso anale dove una ragazza lesbica affermava di non praticarlo perché prettamente maschile. Ma l’apice si è raggiunto quando qualcuno ha dato del “lui” ad una lesbica.

Mentre cerco di dare un ordine a queste idee immagino con un’amica, con la quale sono andata al Pride, uno spezzone trans-puta-femminista-queer dove i corpi non debbano essere normati per piacersi e piacere e dove alla musica (di migliore scelta) si alternino momenti di piccole riflessioni, anche provocatorie, divertenti, ironiche, ma che lascino/facciano nascere qualche dubbio/domanda a chi le ascolta. Ho sempre difeso la necessità del Pride e, mai e poi mai, accetterei che venisse osteggiato, ma è anche vero che ho sempre creduto che dovesse onorare le sue origini e ispirarsi a quella rivolta di Stonewall del 1969 da cui, oggi, mi sembra distante anni luce.

Ammetterlo non è facile, ma questo Pride non è stato il mio Pride. Mi sono sentita fuori luogo e offesa da quel trattamento da “produci-compra-consuma”. Le lesbiche, i gay, i/le trans, gli/le intersex, le persone queer non sono tutte uguali, non appartengono tutte alla stessa classe sociale, etnia, fascia di età, grado di scolarizzazione e non tener presente queste differenze vuol dire cancellarci, marginalizzarci ancora di più andando contro il motivo stesso del Pride.

Non so se è stata solo una mia percezione, se ho sbagliato spezzone o se era davvero così, so solo che avevo bisogno di scriverlo e di ribadire che non è questo che vorrei da un Pride e, soprattutto, che non vorrei più sentirmi trattata come un bancomat. Detto questo, vi lascio alle parole di Sylvia Rivera, attivista della rivolta di Stonewall, mentre ci racconta cosa accadde durante quella notte del ’69 e che spero riaccada ancora affinché quel tacco, lanciato contro un poliziotto, non debba mai toccare terra.

Note

  • Declinato quindi secondo i pilastri che io ritengo essenziali: antifascismo, antirazzismo, antisessismo e antispecismo
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