Io sò Carmela: l’indifferenza uccide

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Alcuni giorni fa ho letto la notizia dell’uscita del fumetto in ricordo della storia di Carmela. Per chi non lo sapesse Carmela era una ragazzina di 13 anni che, nell’arco di quattro giorni, è stata stuprata tre volte da cinque persone. Quando Carmela ha raccontato le violenze subite non è stata creduta e quell’indifferenza l’ha spinta a suicidarsi lanciandosi dal balcone di casa di amici.

Dopo la sua morte il padre ha ritrovato il diario dove la ragazza aveva scritto ciò che aveva subito e su cui si basa anche il fumetto. Ciò che è scritto in questo diario forse darà una svolta alla vicenda giudiziaria che non si è ancora conclusa perché, mentre per i minorenni coinvolti è stata concessa la “messa alla prova” (cioè hai sbagliato ma ti diamo altre possibilità, come se si potesse giocare con la vita altrui), i maggiorenni attendono l’ultima sentenza.

Chi mi legge da tanto lo sa che sono contro il carcere e quindi non auspico la massima pena ma neanche l’impunità, dato che entrambe, nei fatti, non cambiano nulla: chi verrà condannato (se verrà condannato) rinchiuso in carcere non capirà cosa davvero ha commesso e non sarà mai riabilitato e chi è stato lasciato impunito penserà di essersela cavata. Queste persone hanno commesso una delle violenze più brutali che esista e il fatto che siano stati in cinque, di età diversa, deve farci sorgere dei dubbi, grossi dubbi, su come stiamo educando i bambini che poi diventeranno uomini.

Perché nessuno di loro si è fermato? Perché nessuno di loro l’ha aiutata? Perché nessuno di loro si è posto il problema dell’età e della consensualità? Ma che educazione sessuale stiamo dando ai ragazzi? Che messaggi stiamo inviando/alimentando? Se queste cinque persone hanno stuprato una ragazzina di 13 anni senza porsi nessun problema, il problema dobbiamo porcelo noi.

Oltre a riconoscere le responsabilità personali dovremmo riconoscere anche quelle collettive. E’ indubbio che la nostra società alimenti stereotipi sessisti e che nella cultura dominante la donna sia sempre paragonata ad un oggetto. E’ una bambola al servizio del piacere del maschio. Una delle frasi che più mi ha colpita e che è tratta dal diario di Carmela è questa: “Mi diceva sempre che ero bella. È bello quando ti dicono che sei bella. Ti senti di essere qualcosa. Invece non sei niente”.

Quando l’ho letta mi sono commossa perché in essa si sente tutta l’ingenuità di quei 13 anni, di chi inizia ad approcciarsi all’altro sesso ma non ne sa granché, ha gli occhi di chi guarda per la prima volta qualcosa che non conosce. A 13 anni ci saremmo ritrovate tutte in queste parole. Ma poi arriva l’ultima frase, quella di chi è stata violata e si sente svuotata, si sente niente. Lo stupro è qualcosa che ti annienta e ti svuota e non so come si riesca a superarlo. Ma, quando riesci a trovare la forza per denunciarlo, come si può sopportare di non esser credute? Come si fa a reggere l’indifferenza? E di chi è la responsabilità di questa solitudine?

Le responsabilità della morte di Carmela vanno dunque ricercata oltre che nelle azioni dei singoli violenti, anche nella società che non fa nulla per impedire che le donne vengano stuprate, umiliate, molestate e poi lasciate sole (e non parlo solo del taglio dei finanziamenti ai centri antiviolenza, ma proprio della cultura che tende a non credere alle donne che denunciano, trovando mille e più scuse per i violenti).

I governi sanno parlare solo di tutela, di che tipo poi è tutto da vedere, ma mai si pongono il problema che noi donne dei tutori ce ne sbattiamo e vogliamo solo avere ciò che ci permetterebbe di uscire da questa situazione di subalternità. Primo tra tutti il cambio culturale, unica e vera protezione contro la violenza di genere. Se la società, se le persone smettessero di alimentare questa cultura machista, anche in quelli che, secondo alcuni, sono gesti piccoli ma che alimentano il tutto, pensate alle battute da bar, ai fischi per strada, ai luoghi comuni che si usano ogni santo giorno sulle donne, se ognuno facesse la sua parte, non sentiremmo più storie del genere.

Ma non basta, non basta cambiare il proprio modo di essere, bisogna anche reagire quando si è davanti a qualcuno che alimenta quella cultura violenta. Se un amico, un compagno, un collega di lavoro vi parla in modo sessista, se cerca in voi uomini complicità per i suoi discorsi machisti, non voltatevi dall’altra parte, reagite, ditegli che quello che sta dicendo è sbagliato e che ricorrere a certi stereotipi è nocivo. Vi dirà che “è solo una battuta”, un modo di dire, che lui sta parlando “tanto per farsi due risate”, che “dai! a volte è vero ma ci sono delle eccezioni” e tanto altro e voi diteglielo che sono scuse e che è sbagliato, che questa cultura va cambiata tutta, anche dalle piccole cose, perché è vero che se fischi una donna per strada non la stai stuprando ma è anche vero che alimenti la cultura che porta e giustifica lo stupro e che comunque quel tuo fischio è una molestia.

O si cambia tutto o nulla cambia. E bisogna partire da noi e da ciò che ci circonda. Non abbiamo bisogno che lo stato-padrone ci dica “forza, potete farlo, potete cambiare la cultura”, dobbiamo solo volerlo e essere costanti in questo. E’ un lavoraccio, lo riconosco, perchè di questa cultura maschilista siamo pregn@, ma non è impossibile.

Spero, dunque, che la storia di Carmela porti a riflettere anche su questo aspetto, quello dell’indifferenza che uccide, perché una donna può essere stuprata in tanti modi e, oltre quello fisico, il non esser creduta è un ulteriore stupro la cui responsabilità è indubbiamente di tutt@ noi.

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8 risposte a Io sò Carmela: l’indifferenza uccide

  1. Francesca ha detto:

    A chi andrà l’incasso per la vendita di questo fumetto?

  2. Alfonso Frassanito ha detto:

    Sono il Padre di Carmela nonchè Presidente dell’Associazione IoSo’Carmela, mi sento in dovere di dare risposta alle vostre domande, la vendita del fumetto è gestito direttamente dall’Editore quindi i proventi restano nell’ambito del circuito editoriale, anche se lo stesso Editore ci ha dato la disponibilità a fornirci le copie che serviranno per realizzare i progetti che intendiamo proporre nelle scuole e altre copie che l’Associazione direttamente venderà in occasione di eventi organizzati allo scopo di raccogliere fondi e a chi vorrà acquistarlo da noi contattandoci direttamente, resto a disposizione p.er ogni ulteriore chiarimento.
    Alfonso Frassanito

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