Volevo fare il militare perchè avrei avuto uno stipendio

Sono ferma alla stazione, attendo il treno. Il sole picchia forte e ringrazio il cielo di avere il mare di fronte. Ad aspettare vi sono poche persone, me ne rallegro, perchè, normalmente, viaggio in condizioni insostenibili. Penso che potrei trovare anche un posto a sedere, se mi va bene. Stormi di gabbiani ci sorvolano, ci sono le barche dei pescatori pronte a partire, vedo anche i primi gruppi di persone che si godono il sole… beat@ loro!!

Sono passati 10 minuti e del treno nessuna notizia. Spero sia in ritardo, altrimenti mi toccherà aspettare almeno una mezz’ora prima che ne passi un altro. Fa caldo e decido di trovare un posto all’ombra, dato che è l’una e si fa sentire sia la fame che la stanchezza. Mentre sorseggio un po’ d’acqua dalla bottiglietta che, per precauzione, mi porto sempre dietro, vedo arrivare in stazione un gruppetto di ragazzi che decidono di sostare proprio accanto a me.

Parlano in modo accorato, sono tra l’incazzato e il deluso. Parlano di lavoro. C’è chi viene sfruttato come cameriere e chi fa il muratore, ma già non ce la fanno più. C’è chi il lavoro non lo trova e non sa più dove sbattere la testa. Ad un certo punto, uno di loro, dice “io lo avevo detto a mio padre che era meglio se mi arruolavo”. Mi si stringe il cuore, vorrei poter non ascoltare ciò che so che diranno. “Quando avevo 18 anni litigai con mio padre perché volevo fare il militare e lui mi disse che era meglio fare altro… oggi però avrei uno stipendio e la possibilità di fare carriera”, “hai ragione, potevi entrare anche nei carabinieri” dice un altro, e un altro ancora “ho sempre voluto fare il poliziotto”.

Li guardo, vorrei poter dire qualcosa di sensato, qualcosa che trasmetta il mio orrore per tutte le forze dell’ordine, ma cosa potrei dirgli? La mia terra non offre opportunità di lavoro, non c’è futuro per chi ha una laurea, figuriamoci per chi ne è sprovvisto e non ha nessun@ che lo possa aiutare. La mia terra non è per giovani. Questi ragazzi sono giovani, avranno si e no 22 anni, potrebbero essermi fratelli. Li continuo a guardare, osservo la rabbia mista alla delusione/rassegnazione che traspare dalle loro facce. Vorrei potervi stringere e dirvi che le cose cambieranno, ma non è così.

Ci ho riflettuto durante tutto il viaggio, “cosa potevo dirgli? Cosa poteva contrastare la loro ammirazione per le forze dell’ordine?”. Gli avrei potuto dire che avrebbero ricevuto un addestramento violento, che avrebbe modificato le loro personalità rendendoli autoritari e fascisti. Avrei potuto elencargli le innumerevoli e feroci violenze commesse da chi dice di volerci proteggere. Avrei potuto parlargli delle cariche che ho visto e subito, dei/lle compagn@ trattenut@ in questura senza motivo, dell’angoscia che provo ogni volta che vedo un militare, del cameratismo, delle brutalità commesse nei CIE, nelle carceri, a Genova. Avrei potuto raccontargli di Genova, di quello che ho sentito da chi l’ha vissuta, dei traumi che ancora oggi si porta dietro. Ma continuo a chiedermi se mi avrebbero capita, o meglio, se pur capendomi non avrebbero comunque preferito questo alla fame o alla camorra.

Nella mia terra la camorra vive di questo, della disperazione che un ragazzo di vent’anni prova pensando al futuro. La provo anch’io. Continuo ad ascoltarli, ma non li guardo più, mi fa troppo male quello che questa terra ci sta facendo. Fisso il mare e sento che alcuni di loro progettano di andarsene, di emigrare, come un tempo. Anch’io lo farò e vorrei non sentire dolore in questa scelta, di non sentirmi una fuggiasca.

Il treno sta per arrivare, mi alzo e butto l’ultimo sguardo verso questi ragazzi e i loro progetti di trasferimento. Vorrei potergli dare fiducia ma non ne ho neanche per me, vorrei potergli dire che la soluzione è la lotta ma penso che mi risponderebbero male. A modo loro, questi ragazzi, cercano di non farsi schiacciare. Uno di loro ha fatto una battuta, sorridono fragorosamente. Salgo sul treno e trovo un posto a sedere, accanto al finestrino. Guardo fuori e, nell’azzurro del mare che ancora riesco a vedere, disperdo la rabbia che ho nei confronti di questo sistema che porta giovani ragazzi ad aspirare a lavori violenti, autoritari, alla mercè dei potenti di turno solo perché, sembra, non esserci altra scelta. Quanti ragazzi conosco che si sono arruolati? Tanti, troppi. Quanti che aspirano a farlo? Una marea. Quanti lo farebbero di loro spontanea volontà? Credo nessun@, perché l’ammirazione per il potere è qualcosa che ci insegnano ma che non ci appartiene. Se la smettessimo di insegnare ai/alle ragazz@ l’amore e il rispetto per l’autorità, facendogli nascere un desiderio di ammirazione, se la smettessimo di riprodurre noi stess@ meccanismi gerarchici forse questi discorsi non avrebbero luogo, forse centinaia di ragazzi, soprattutto meridionali, non deciderebbero di andare in guerra, di alimentare una cultura violenta, sessista e fascista, forse queste vite non verrebbero condotte a scegliere una via che li modificherà/distruggerà completamente. Perché, come tutt@ i/le bambin@ sanno, la violenza prima la si subisce e poi la si riproduce, e se non si rompe questa catena la lotta contro ogni forma di violenza sarà sempre fallimentare.

Il treno parte e lascio che la rabbia si trasformi in forza, voglia di cambiamento, di seminare rivolta e brama di libertà. Arriverà quel giorno in cui nessun@ pronuncerà più queste parole, arriverà il giorno in cui non esisteranno le istituzioni e i tutori di esse, arriverà il giorno in cui vivremo e non sopravviveremo, in cui i soggetti non si divideranno più tra subalterni e dominanti, arriverà la libertà per tutt@… ma solo quando lo vorremo. Nel frattempo possiamo solo resistere e lavorare/lottare affinché questo giorno arrivi quanto prima per tutt@.

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