No alla dittatura delle taglie: il punk non sarà mai a dieta!!!

In questo periodo sto scoprendo moltissimi progetti sul corpo che hanno come obiettivo quello di contrastare/sovvertire l’immaginario fascista di bellezza che questa società ci impone. Spero di presentarveli tutti ma per il momento mi soffermo su quello che, qualche giorno fa, ho scoperto grazie ad un carissimo amico (Drew ti adoro): si tratta della protesta di una ragazza americana contro la dittatura delle taglie.

Jes M. Baker è la blogger di The Militant Baker e, da pochi giorni, proprio sul suo blog ha posato in una serie di scatti fotografici come forma di protesta contro il marchio Abercrombie & Fitch, brand che, secondo ciò che si legge, non venderebbe abiti di taglie XL nè jeans di taglia superiore ad una 46 italiana.

AF11Nelle foto Jes indossa una T-shirt Abercrombie e, nello sfondo di alcune, troviamo la scritta “Attraente e grassa”. Come darle torto? Come non riconoscere il fatto che la bellezza non è un concetto, quindi non normatizzabile, ma un rapporto puramente soggettivo tra chi guarda e ciò che viene guardato? Ma come non riconoscere anche le azioni coercitive che un sistema autoritario, quale il nostro, mette in atto per controllare i corpi e la sessualità? Come in America anche qui in Italia vi sono brand che non vendono capi oltre la L: come non possiamo definire ciò come una vera e propria dittatura della taglia? Quando si affronta tale problema, molto spesso, ci si sente dire, da chi la discriminazione non la subisce, frasi come “lo sai che è così, che vuoi farci? Non andarci a comprare”. Ecco, secondo queste persone, il problema si risolve evitando quei negozi come se questa scelta, quella di non superare una certa taglia, non fosse una discriminazione da denunciare e contrastare.

Dire ad una persona che subisce una discriminazione che l’unica cosa che può fare è non andare dove viene discriminata è come dire che le cose stanno così e così restano, che bisogna adeguarsi e accettare la violenza subita. Ci rendiamo conto che è follia? La scelta di non superare un determinato “giro vita” non nasce dal nulla, non è la scelta di un bizzarro marchio, è la norma, la scelta che la maggior parte dei brand intraprende perchè secondo questa cultura fascista la donna deve rientrare in determinati standard (che si traducono in taglie per anoressiche) altrimenti viene esclusa, emarginata.

Questa dittatura delle taglie è lì a dirci che o siamo come ci vogliono loro o ci tocca rinunciare agli abiti cool, fashion (sempre secondo loro, ovviamente), e di conseguenza rinunciare ad esser sexy e attraenti. Per loro chi è grass@ non ha il diritto di vestirsi ma solo di coprirsi. E’ come se ti dicessero “sei un cesso quindi qualunque cosa ti metti vale l’altra” oppure “non sarai mai sexy e, dato che il nostro brand punta a questo (citatemi un brand che non ci rende bamboline sexy), non ci interessano le donne come te”.

Ad una persona che vi dicesse questo come minimo gli sputate in faccia oppure state lì a chiedergli scusa per il fastidio causato? Abbassare la testa e rassegnarsi è l’atteggiamento che ci ha portat@ a questo stato di cose, ad avere una società sempre più fascista che reprime e reprimerà sempre tutto ciò che non è “in regola”.

Avete mai pensato alla potenza sovversiva che ha un corpo non normato? Una sessualità non eteronormata? Avete mai considerato l’essere altro non come un handicap ma un elemento di resistenza? Di forza? Di lotta? Su questo argomento ho avuto il piacere di leggere un post bellissimo, che vi ricopio qui sotto, che mi ha commossa ma anche resa entusiasta dato che Laura, l’autrice, ha una grande forza e le sue parole sono come ossigeno per una società come la nostra. Un grazie va anche al blog Mundijenn per averlo condiviso e tradotto. Ma bando alle ciance, eccovi il post. Buona lettura!

Algunas chicas somos más grandes que otras…in italiano

Qualche tempo fa pubblicai un pezzo promettendone la traduzione…e con i tempi lumakiani che mi contraddistinguono ecco che arriva la traduzione!

qui il link originale!

L’abbiamo tradotto e rivisto a più mani e occhi..in armoniosa rete direi..e ora spero che molti più occhi possano assaporarlo e trarne spunti di riflessione sul tema!

Alcune ragazze siamo più grandi di altre
Riflessioni attorno alla grassezza [1]
scritto da Laura
pidoperdonzine@hotmail.com

You’re the one for me, fatty.
Morrissey
I wanna riot- a riot of my own.
The Clash
Don’t gonna be a Twiggy, gonna be as I am.
Fun People

C’è una lettera di F. Engels, l’altro padre del marxismo, al genero di Marx, P. Lafargue, in cui, oltre a lamentarsi dell’abuso della parola “autoritario” da parte degli anarchici, parla di Bakunin e del suo “obeso corpo”. Il vecchio stratagemma del riferimento personale squalificante in tutto il suo spelendore e un esempio di autoritarismo, non ci sono dubbi.

La lettera in questione è del 1871 e, a parte le distanze epocali, mi illumina chiaramente. Un anno fa una presunta attivista conosciuta nell’ambiente si riferì a me su Facebook come a una “grossa grassa”[2]. Nonostante il tanto femminismo, post- e trans- femminismi, femme-inismo, queer, punk, anarchismo, post-strutturalismo e festivals Belladona[*], rimasi virtualmente senza risposta. L’insulto facile e retrogrado aveva provocato il suo effetto doloroso e paralizzante. “Grassa” è la parola. L’insulto. La ferita. E la maggior parte delle volte ci lascia senza parole.

So che ciò che disse questa persona è ridondante: qui, come in molti altri posti, essere grassx è essere molte altre cose negative. Essere grassx è anche essere bruttx, non desiderabile, poco salutare, flaccidx, senza forma, tontx, lentx, grossx. Una palla, qualcosa senza grazia. So che non sono grassa in tutti questi sensi e so anche che alcunx di voi cercheranno foto su internet che confermino quello che dico. Però sì, sono grassa. Non solo secondo i discutibili canoni o le idealizzazioni normative o nell’opinione di certx micro-facisti che frequentano anche ambienti che si dichiarano libertari, attivisti e simili. Mi spiego meglio.

Sono grassa perchè oggi scelgo di nominarmi così, con questa rara rabbia che ti fa sentire a volte orgogliosa e allegra: esco dal closet delle taglie (Kosofsky Sedgwick – Moon, Tendencies, 1993), dal corpo-padrone (Juan Nicolás Cuello, 2011), questo corpo che non si può obiettare, eccetto che per poche persone: quelle che si esercitano, quelle che mangiano bene, quelle che si misurano e misurano le altre. Sono grassa, così, oggi, perché non si nasce grassx (giocando con de Beauvoir, Preciado, Sedgwick, Moon e Berlant), ma occorre un fare costante, che non corrisponde solo a una patologia o a un disordine psicosomatico o a una relazione squilibrata con il cibo e con il consumo in queste società.

Come donna grassa appena uscita dal closet mi chiedo alcune cose. Quanto è troppo? Quando si comincia a essere troppo grassx, troppo altx, bassx, effeminatx, mascolinx, calvo o peloso, flaccidx (o troppo viziosx)? In che momento smettiamo di essere qualcunx per essere solo grassx? Troppa visibilità/voluminosità ci invisibilizza, paradossalmente. Ci riduce a un soprannome, a un isulto (autorx come Lauren Berlant sottolineano che perdiamo addirittura il nome proprio per cominciare a essere solo una cosa eccessiva). O, ancora peggio, ci riduce a qualcosa che deve togliersi dalla vista. O cancellarsi, se non si riesce a trasformarsi in un’altra cosa con sforzo, volontà, sudore e lacrime (la persona magra che la grassezza rinchiuse sotto sette lucchetti).

Insultare è un modo di stigmatizzare, si sa. La reiterazione dell’offesa subita ci impiglia in una storia che ci precede e che non abbiamo del tutto scelto. I nostri corpi sono il prodotto della storia politica, non solo della storia naturale (Preciado, Manifiesto Contrasexual, 2002). La grassezza, come il genere e altri dispositivi, non è naturale (Judith Butler, El género en disputa , 2007). I nostri corpi grassi sono corpi fabbricati come stigmatizzabili, senza alcun dubbio. Come il corpo da puttana, il corpo lesbico, nero, povero, migrante, trans, intersessuato o infantilizzato. Il corpo che non combacia e non ci sta, il corpo che eccede, che fa esplodere limiti, cuciture e cerniere, sedili dell’autobus, frontiere, finzioni e permessi legali.

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10 risposte a No alla dittatura delle taglie: il punk non sarà mai a dieta!!!

  1. mundijenn ha detto:

    facciamo rete e continuiamo a distruggere il fascismo delle taglie!!!

  2. flavio ha detto:

    mah.. mi pare come il discorso sul reato di odio.. più si fanno notare le differenze esaltandole e meno saranno accettate come le altre. finirà che diventerà di moda esser grassi come lo è adesso esser magri (del resto nel passato è già stato così visto che i dipinti di nudo sono spessissimo di persone con molti chili addosso).
    che poi è soltanto una caratteristica come un’altra essere grassi o magri. bisogna ignorare i canoni ed esaltare la propria utilità. la guerra logora solo coloro i quali la combattono.

    • vaviriot ha detto:

      il fatto già che si parli di differenze è sintomo che esista una norma e che su quella ci si basi per descrivere ciò che è altro. lo scopo di questi progetti non è l’esaltazione o l’invito ad esser grassi, ma la lotta ad un immaginario che ci invisibilizza: se sei grasso non esisti se non in quanto malato. Questi progetti vogliono solo muovere una critica ai canoni che ci vengono imposti, senza volerne crearne degli altri… rivendicare con fierezza l’esser grasso non vuol dire imporlo ad altr@. Per quanto riguarda il passato, il fatto che si sia passati da corpi in carne e corpi anoressici, canoni di bellezza scelti sempre da uomini, rende palese solo una cosa: il modo di ragionare non è cambiato, c’è sempre la volontà di imporre schemi, canoni, modi di essere “giusti” con lo scopo di normatizzare e quindi controllate meglio il popolo. E, per la guerra, io sono contro, sono e sarò sempre per la resistenza che è altra cosa.

  3. butze ha detto:

    Come grassa appena uscita dal closet, riporto quella che è stata una delle frasi che mi hanno ispirata ad iniziare questo cammino “Il primo vero gesto reazionario è chiamare le cose con il proprio nome (Simone de Bouvoire)”.
    E allora dico, si, siamo grasse. E allora? L’agettivo grasso aveva un’accezione neutra finchè qualcuno non ha deciso che dovesse essere intriso di disprezzo e ribrezzo.
    Back to basis 🙂

  4. Severs ha detto:

    la scena punk da oltre 30 anni non fa altro che proporre modelli di magrezza estrema e fisichetti palestrati e asciutti: trovatemi un solo gruppo punk che abbia un frontman ciccione (e usando il termine ciccione sono autoironico, in quanto anche io in sovrappeso)! Questa cosa svela secondo me in realtà come quella scena sia in realtà assolutamente meno libera di quanto voglia far credere: il modello è sempre quello del ragazzo bianco, tatuato, muscolosetto, magro e incazzato, SEMPRE. È una scena che si propone di essere anti-establishment ma se ci fai caso poi è un vero e proprio establishment alla rovescia. È più facile trovare esempi femminili, nei gruppi di riot girls ad esempio, perché loro hanno preso coscienza di questo fatto, mentre gli uomini continuano a subire questo modello in silenzio, con il beneplacito silenzioso delle donne che apprezzano senza porsi troppe domande.

    • vaviriot ha detto:

      Severs hai ragione, io non credo di conoscere gruppi punk maschili in cui il frontman sia grasso, ma sappi che ho una cultura musicale molto scarsa. Mi informerò. Intanto posso dirti che per punk, nel post, si intende quella corrente che nasce come sovversiva, riot, anormativa… che poi molta parte si sia omologata, commercializzata non è in dubbio, ma quella natura rivoltosa continua ad esistere soprattutto tra le riot girls

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