Riflessioni sul rapporto che gli uomini hanno con il proprio corpo

Sotto un mio precedente post è nata una riflessione molto interessante sul corpo maschile, sul rapporto che gli uomini hanno con esso e di come questa cultura lo abbia condizionato. Spero, riportandovela, di stimolarne altre. Buona lettura:

Giuseppe scrive:
“Io penso che i genitali maschili, invece, siano ancora più tabù. La società ci ha abituato ad una prospettiva maschile e maschilista della donna come “oggetto” da osservare. La donna che lascia vedere-intravedere i propri genitali è molto più facile a vedersi rispetto all’uomo che lascia intravedere il proprio sesso. La ragione penso che sia riconducibile e due motivi: il primo è che per una mera ragione di domanda-offerta la vagina è ed è sempre stata più “commerciabile” del pene. La seconda ragione sta nei risvolti sociali che il pene ha: per un uomo far vedere il proprio pene è un tabù perché averlo piccolo (e molti maschi pensano di avere il pene piccolo) è associato ad essere poco “potenti” in generale e ciò fa perdere “credibilità” in generale all’uomo.
Per ultimo… non so se questo sia un concetto instillato nella mia mente da una società maschilista oppure sia vero, ma credo che in genere la donna tenda ad essere un pochino più esibizionista dell’uomo (correggetemi se sbaglio)…e ciò influisce, secondo me, sul fatto che la vagina della donna rappresenti un tabù meno radicato del pene maschile.”

Le riflessioni di Giuseppe sui genitali maschili sono molto interessanti, dato che su di essi vi sono tabù diversi, ma comunque opprimenti, quanto su quelli femminili. La prima differenza, che a me sembra evidente, sta innanzitutto nel fatto che l’uomo non si pone come oggetto ma come soggetto, ergo non sente il bisogno di esporsi/vendersi ma di mostrare la sua virilità/forza che sì, è legata al cazzo, alla sua lunghezza, alla potenza, alla durata dell’orgasmo ed etc  ma non solo. L’uomo ha sempre potuto esprimere il suo “valore/onore” attraverso il lavoro, mentre la donna, che per secoli è stata merce, pensiamo ai matrimoni combinati, non poteva che puntare sulla “virtù” e sulla bellezza/corpo.

Inoltre, per quanto mi riguarda, l’essere esibizionisti non è un dato correlato al genere, ma bensì all’educazione sessista secondo cui, dato che la donna è un oggetto, allora le si insegnerà a mostrarsi/vendersi, mentre all’uomo ciò verrà negato dato che a lui sono destinati altri modi, ugualmente limitanti, ma differenti. Conosco amici che vorrebbero mettersi la matita nera per gli occhi, oppure vestirsi in modo più eccentrico, travestirsi, ma non lo fanno o hanno smesso di farlo perché venivano derisi continuamente. E se io, in quanto donna, nel momento in cui decido di mostrare il mio corpo divento bersaglio di offese come “puttana” o “zoccola”, ma anche “cesso” e simili, agli uomini toccano “ricchione”, “gay”, “frocio” o “checca” (espressioni omofobe atte ad indicare in modo dispregiativo una femminilizzazione, dato che il trucco/parrucco, secondo questa cultura, sarebbe “roba da donne” e di conseguenza una perdita di mascolinità), ma le violenze subite, per quanto diverse, derivano indubbiamente dalla stessa cultura.  Ma sull’esibizionismo ci ritorneremo dopo.

Intanto bisogna dire che questa “educazione”, tra le tante conseguenze, ha comportato anche un diverso rapporto che si ha con il proprio sesso: mentre le donne, a volte, riescono a parlare della loro fica, di alcuni problemi correlati ad essa, di dubbi ed etc  molti uomini hanno grosse difficoltà a chiedere consiglio, a parlare del rapporto che hanno col proprio cazzo perché su esso ci sono pressioni enormi. E proprio su questo Giuseppe continua a scrivere:

“Sono d’accordo con quello che hai detto relativamente all’uomo come soggetto e non come oggetto nella vita sociale e di coppia, ma non dimenticare che l’uomo ha anche una maggior pressione proprio per via del suo essere uomo. Potrai non essere d’accordo (come anche io concordo che sia un presupposto anacronistico) ma la società si aspetta che sia l’uomo a portare “il pane a casa”.
Non dimenticare poi la competizione “uomo-uomo”, frutto parzialmente da dinamiche di branco (il maschio alfa, per intenderci) e inoltre dalle aspettative sociali di cui sopra. Se voi donne potete confrontarvi e ad un certo punto unirvi e riposarvi, gli uomini devo CONTINUAMENTE sottostare a miti di maschi alfa (atleti, pornostar, miliardari, l’amico che tromba di più…). L’uomo è sempre sotto pressione perché la società ha più aspettative su di esso (soprattutto le donne, che a volte hanno un mito dell’uomo). Persino il sesso è fonte di stress!”

Sul rapporto con il proprio sesso aggiunge: “Capita di essere più rilassati, in un contesto di amicizia, e di parlare del proprio cazzo (o delle proprie paure, di qualunque tipo esse siano) ma ci si arriva dopo diverso tempo. Nessuno vuole farsi vedere senza protezione, ed il motivo è molto semplice: ci sono delle grandi aspettative su di noi.”

Personalmente non ho mai nego la pressione che subiscono gli uomini nè nego quella che subiamo noi donne, nè le paragono, perchè sono differenti, anche se derivano dalla stessa cultura: un esempio della differenza sta nel fatto che qualunque cosa le donne facessero, prendiamo il caso in cui seguissero tutte le norme/limiti prestabiliti (vedi donne ministro), resterebbero sempre e comunque in un ruolo di subordinanza (infatti loro stanno sempre alle decisioni dei loro capi partito uomini) rispetto all’uomo che, se si piega, ottiene un posto di potere. Preciso che da anarchica il genere del capo mi è indifferente, non credo nel potere, nei partiti, nelle rappresentanze, ergo non mi interessa avere più capi donna dato che sempre capi sono. Non voglio avere cap@, non voglio avere una società maschilista, non voglio lottare per avere acceso nelle forze dell’ordine, nell’esercito, per ottenere potere che per me significa altra violenza. Il mio discorso vuole solo mettere in evidenza come il sistema sia comunque maschilista. L’unico modo per uscirne, a mio avviso, è cambiare il sistema, che non è uno scherzo, ma neanche una missione impossibile.

Ma ritornando al discorso, sul rapporto con il proprio sesso si unisce Crescenzo che scrive:

“Ragazz*, mi piace molto quello che avete scritto, ma credo che una grossa parte della spiegazione del fatto che si vedano più facilmente “parti” femminili in giro rispetto a quelle maschili sta proprio in un meccanismo fondamentale del dominio che è quello del “guardare ed essere guardati”. Il “male glaze”, lo sguardo maschile, è uno strumento di affermazione del dominio che implica che il dominante guardi e il dominato venga costretto a farsi guardare (è la logica del controllo che sottende il panopticon). Ma le cose sono in continua mutazione e la separazione non è più così netta, questo ha posto allo scoperto il fatto che gli uomini, più delle donne, si ritrovano improvvisamente distanti dal proprio stesso corpo mentre avrebbero un bisogno disperato di (ri)scoprirlo ed esplorarlo. I dispositivi di potere sono innumerevoli e agiscono su tutt* in maniere diverse ma con il medesimo scopo (anche se, sia chiaro, questo non vuol dire che non esistano più dominanti e subalterni, solo che il quadro risulta essere più complesso di quanto apparisse in passato).” E aggiunge “Il fatto è che la struttura patriarcale agisce il dominio in maniere differenti a seconda di fattori quali il genere, l’orientamento sessuale, il ceto, l’etnia, il colore della pelle, la classe, ecc. Ciò che rende questi dispositivi difficili da riconoscere è la loro capacità di creare realtà: se sei immerso in un determinato ambiente socio-bio-culturale fin da prima di nascere è più facile riconoscerlo come LA realtà, e non come una delle tante possibili. Eppure il fatto stesso che vi siano degli scarti tra persona e persona, e tra realtà e realtà, determina la possibilità di decostruire e sovvertire il reale, o quanto meno il proprio percorso biografico (che è già un passo avanti). Le donne, incatenate dal discorso razionalista e androcentrico al proprio corpo, costrette ad un suo scrutinio continuo e diretto dall’esterno, hanno avuto l’opportunità di farci i conti molto prima degli uomini, i quali solo di recente hanno cominciato a provare il peso della “assenza del corpo”, della dicotomia cartesiana tra mente/corpo (maschile/femminile, culturale/naturale, razionale/irrazionale, reale/fantastico, ecc.). Ovviamente potrei sbagliarmi, ma al momento questa ipotesi spiega molte cose.”

L’intersezionalità, a mio avviso, è un aspetto fondamentale nelle analisi critiche ma anche nelle pratiche per la sovversione dei poteri/violenze, dato che senza si rischia di creare discrimine tra chi è già discriminato. Credo che si possa tranquillamente dire che sia la realtà che ci circonda sia la cultura sessista di cui tutt@ siamo imbevuti costituiscono uno dei motivi per cui le donne hanno un rapporto, poi bisogna sondare di che tipo, con il proprio corpo e gli uomini invece stentano ancora ad avercelo. Ma come sapete, se mi leggete da un po’, avere un rapporto con il proprio corpo non vuol dire che questo sia “buono”, come dimostra il mio “Discorso sul corpo” (Parte I/ParteII)

Della stessa opinione è Crescenzo: “Avere un rapporto con il proprio corpo non implica che questo sia un rapporto positivo, hai ragione. Sebbene sia già qualcosa, una base di partenza, magari da decostruire ma che esiste e ti costringe a farci i conti quotidianamente. Il corpo maschile è stato virtualizzato (sia chiaro, non c’è vittimismo in questo: sono gli uomini stessi ad aver reso invisibili i propri corpi, vittime e carnefici… Quindi, come dire… Grazie, ma non mi occorre nessuna solidarietà, preferisco lo scontro): le sue abilità sono divenute denaro, oratoria e razionalità, i suoi sensi si sono fatti oggettivi e astratti. Il corpo è divenuto un peso da abbandonare alla “animalità” delle classi subalterne. Tutto ciò non implica una sorta di gara a chi la spara più tragica, solo la necessità di trovare un percorso comune ma con la consapevolezza di dover partire da costruzioni in parte diverse.”

E come dargli torto? La necessità di discorsi, seppur diversi, sul corpo è indubbia, dato che per liberarci dovremmo aiutaci a vicenda. Come donna non posso che parlare per me, del mio rapporto con il corpo, che è personale e non punta alla generalizzazione, ma so bene che la mia liberazione passa anche attraverso quella dei miei compagni, a cui questa cultura ha dato altri ruoli, altre limitazioni, altre etichette, in cambio di potere. Ma c’è chi questo potere non lo vuole, chi ha deciso di disertare una “mascolinità” che non lo rappresenta, che gli è stata imposta fin da bambino e che per questo sta percorrendo una strada verso la riappropriazione di un “essere uomo” che vada aldilà degli stereotipi, delle pressioni e dei ruoli, un percorso che necessariamente deve passare anche per il corpo.

E proprio su una caratteristica che, secondo la cultura maschilista, sarebbe prettamente femminile, ma come vedremo non centra nulla con i generi, che si è sviluppato un altro discorso interessante. Ritorniamo sull’esibizionismo che avevamo lasciato in sospeso. Crescenzo scrive:

“Riguardo l’esibizionismo (che è DECIDERE di farsi guardare), sinceramente non me la sento di fare statistiche di alcun tipo, posso solo parlare della mia esperienza da maschio (biologicamente), socializzato come uomo ed eterosessuale. La sensazione di imbarazzo, provata quando mi sono accorto che la finestra del bagno della casa dove mi trovo permette una buona visuale da un gran numero di finestre circostanti, è durata solo un minuto o poco più, poi sono entrato nella doccia e con mia grande sorpresa ho scoperto che non solo non mi dava fastidio, ma che la cosa mi provocava anche un certo piacere.”

Anche a me è capitato di accorgermi di esser spiata e di provare per i primissimi minuti fastidio e poi piacere, però va detto che una cosa è decidere di farsi guardare altra è che ti venga imposto lo sguardo altrui e, alle donne, questo capita ogni sacrosanto giorno.

Crescenzo continua a scrivere:
“Sul farsi guardare sono d’accordo. Avere la possibilità di scegliere potendo dire: ecco, tu mi guardi ma perché io te lo permetto, anzi perché io traggo piacere dal tuo stesso sguardo. In questo modo la relazione è “in equilibrio”. Cosa ben diversa è l’essere costretti a farsi guardare, lì la relazione è asimmetrica e il piacere è concentrato da un solo lato che gode non tanto di ciò che vede ma dell’atto stesso del dominio visivo. E’ l’idea stessa che sottende le riviste scandalistiche (tipo Novella 2000), la pornografia con le “hidden camera” (videocamera nascosta), le gag dello spioncino nei film comico-erotici degli anni ’70 (Pierino et similia). …Forse è anche uno dei meccanismi all’opera nella fruizione degli zoo…”

Quando ciò avviene senza consensualità, quindi quando ti impongono di esser oggetto, come nel caso della donna, gioca molto il senso di potere/dominio che, chi ti impone il ruolo di oggetto, ha: anche nello stupro l’elemento più importante è il senso di onnipotenza. E negli zoo potrebbe benissimo valere lo stesso meccanismo, ahinoi!

E sullo stupro Crescenzo conclude:
“Riguardo lo stupro, non ricordo chi fosse, ma nel periodo in cui andava di moda l’idea della sterilizzazione chimica per gli stupratori uscì fuori la storia di uno stupratore che, nonostante la sterilizzazione e i farmaci che gli impedivano la possibilità di avere un’erezione, continuava a stuprare usando oggetti. Non comprendere il meccanismo di dominio che sottostà allo stupro, vuol dire mancare completamente l’obiettivo.”

Personalmente credo che Crescenzo abbia ragione, dato che non prendere in considerazione i meccanismi di potere che si instaurano in ogni tipo di violenza vuol dire non comprenderne la natura e quindi non avere gli strumenti necessari per contrastarla. Ed infatti ciò è anche il motivo per cui continuerò a dire che le leggi non bastano se nulla viene fatto a livello culturale: il sessismo non si combatte con il giustizialismo ma con un lavoro costante atto a cambiare la cultura che lo genera.

Invito, come sempre, chi volesse a contribuire e ringrazio Crescenzo e Giuseppe per lo scambio di riflessioni che spero ne generi altre, perché sul corpo ancora c’è da dire, da affermare e sovvertire, dato che, come ci ha dimostrato l’intervista di Jes su Intersezioni e ora le parole di Crescenzo e Giuseppe, il rapporto che abbiamo con esso cambia a seconda di tanti fattori e quindi l’analisi e le lotte che ciascuno di noi può fare non possono prescindere dal considerarli tutti.

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2 risposte a Riflessioni sul rapporto che gli uomini hanno con il proprio corpo

  1. Claudio ha detto:

    Sono assolutamente d’accordo con quanto scritto, e vi ringrazio: è difficile trovare qualcun@ veramente sensibile a questi argomenti!
    Sul dominio mi viene in mente un’osservazione. Uno degli spauracchi del conformismo dominante è la cultura BDSM. Nonostante le logiche di mercato capitaliste sfruttino a volte, per puri scopi commerciali ovviamente, determinate immagini concernenti tale cultura, il trarre piacere dalla dominazione/sottomissione reciproca e consenziente permane come un tabù gigantesco, e viene visto come un pericolo. Nel fare violenza, sessuale o meno, a qualcun@, io impongo il mio volere, e determino le sorti e la natura della vittima, riducendola ad oggetto. Il meccanismo tipico dello stupro, come ben avete scritto. Il BDSM depotenzia tale meccanismo, trasformando il potere in scelta, snaturandolo e ritorcendogli contro il suo stesso potenziale distruttivo: nella scelta nessun@ determina nessun altr@. Tale processo, a mio avviso, crea libertà…e la libertà come sappiamo è pericolosa per il potere. Al livello macroscopico, penso appunto all’utilizzo delle immagini nelle pubblicità, la violenza, anche se più sottile, consiste proprio nel determinare le altre persone oggettivandole: se rendo oggetto il/la modell@ che si presta ad essere esibit@, perchè ne faccio mia proprietà comprandone l’immagine (non è una critica verso i/le modell@, ovviamente: tutt@ veniamo comprati tramite lo sfruttamento del lavoro); determino, inoltre, intere categorie di persone (categorie stabilite prevalentemente dal potere di mercato, o comunque culturalmente affermate e da esso sfruttate), e così facendo creo pregiudizi e quel che è peggio trasformo in realtà delle divisioni che nulla hanno di reale all’infuori dei meccanismi culturali imposti dagli strumenti repressivi quali stato, chiesa, scuola, ecc…; infine, il determinare coattamente le individualità si estrinseca nell’influenza che ho sull’osservante/spettatore/potenziale consumatore, stabilendone subliminalmente i gusti, le opinioni, l’identità sociale.
    Per questo la pubblicità, di per sé, è uno stupro alle nostre menti…e la comunicazione libera ed indipendente rappresenta un tipo di autodeterminazione tanto pericoloso quanto continuamente represso, al pari di meccanismi sovversivi come appunto il BDSM.

    • vaviriot ha detto:

      concordo con te in toto, sia sul BDSM, che amo molto, sia sulle pubblicità… inoltre credo anch’io che la soluzione sia nella sovversione/creazione di altri immaginari che rispecchino quella varietà di soggetti e desideri che ritroviamo nelle realtà e nella liberazione della sessualità in cui, tutto ciò che viene fatto con consensualità, non può mai ricadere nella violenza.
      grazie mille per aver lasciato le tue riflessioni =)

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