1° Maggio: non ho nulla per cui festeggiare, ma tutto per cui lottare

Crescendo in una famiglia comunista, almeno da parte di mio padre, ho sempre vissuto il primo maggio come il giorno in cui si parla dello sfruttamento in cui versano i lavoratori, un gruppo che, nella mia mente, era omogeneo e uniforme. Poi, crescendo, ho capito che, nonostante il lavoro fosse sempre violenza, questa cambiava a seconda del soggetto. Come donna meridionale subivo violenze diverse da quelle di un mio collega maschio meridionale, ma anche da una donna con prole, da un’immigrata, da una trans ed ect. La scoperta dell’intersezionalità mi ha aiutata molto nel comprendere la vastità di violenze che ci possono essere in un ambito come quello del lavoro.

Dalla teoria però si passa alla pratica e già dai primi lavori capisco che il mio essere donna portava i/le miei/ie datori/trici di lavoro a trattarmi diversamente. Ho fatto volantinaggio e a volte mi veniva chiesto di vestirmi in modo “carino”, ho fatto la cameriera e lì dovevo “esser carina” con tutt@, ho fatto colloqui in cui mi sono sentita domandare se avevo intenzione di avere dei figli o se ero fidanzata ed ho subito qualche avance e qualche contatto fisico non desiderato. Anche se i miei colleghi uomini venivano sfruttati quanto me, era palese che a loro certe violenze venivano risparmiate.

Lo sappiamo tutte: siamo le sfruttate tra gli sfruttati, ma non è finita qua. Quando ritorna a casa la donna non smette di lavorare, finisce solo il lavoro pagato ed iniza quello aggratis. Cucina, pulisce, carica la lavatrice, fa vedere i compiti ai/alle figl@, stira, cuce, rassetta ed ect. Le donne che possono contare sulla collaborazione e divisione dei lavori di casa da parte del compagno sono ancora poche e, quindi, mi capirete se continuo a ribadire questa situazione che resta un grave handicap dato che, anche se continuano a dirci che dobbiamo conciliare, così da poter avere la medaglia di “grande donna”, in realtà ci stanno solo sfruttando, ancora di più degli uomini, perché senza il nostro lavoro aggratis questo paese sarebbe collassato già da anni. Che sulla famiglia, quindi sul lavoro gratuito delle donne, si basi il sistema degli ammortizzatori sociali del paese è cosa nota.

Ma io sono anche bisessuale e ho visto, attraverso esperienze di amiche, cosa vuol dire essere discriminata perché ti piace la fica. I casi non sono tanti, almeno quelli che conosco personalmente, ma è vero anche che ancora troppe poche persone fanno coming out sul posto di lavoro (ma in generale nella vita). Spesso, infatti, si preferisce censurare il proprio orientamento sessuale per non vedersi chiudere delle porte, come invece capita ai/alle trans che subiscono una discriminazione senza pari, che spesso sono costrett@ a prostituirsi,  solo perché si mostrano per ciò che sono, identità che dovremmo riconoscergli senza andare ad indagare se si sono operat@ del tutto o se su quella cavolo di carta di identità c’è scritto “Giuseppe” quando davanti a noi c’è una splendida donna.

Ma se sei donna e pure immigrata la cosa diventa ancora più complicata perché lavorerai a nero, come la maggior parte di noi, ma, non avendo quel permesso di soggiorno, non potrai accedere a tanti servizi indispensabili come la sanità pubblica o la possibilità di denunciare un’eventuale violenza dato che, se capiscono che sei “clandestina” (odio questo termine), ti spediscono nei lager chiamati CIE e poi ti rimpatriano sbattendosene del fatto che hai rischiato la vita viaggiando in container saturi di persone tanto che mancava anche l’ossigeno per respirare, su carri in cui le persone erano ammassate come le pezze ai mercati, hai attraversato il mare su un gommone di ventura, strapieno anche quello, visto persone morire, per scappata da una guerra, dalla fame, dalla miseria, da un padre che voleva venderti o da un governo che voleva ucciderti perché amavi una persona del tuo stesso sesso e tanto altro. Se ne sbattono del fatto che ritornare in patria per te potrebbe voler dire la morte.

Il mio pensiero oggi va anche alle sex worker che in Italia sono criminalizzate un giorno sì e pure l’altro, solo perché siamo dei bigotti moralisti di merda che se da una parte con le prostitute ci vanno, senza fare distinzione tra vittime della tratta e sex worker autodeterminate, dato che tutto fa brodo per l’italico uomo, dall’altra osteggiano la regolamentazione di questo lavoro che porterebbe a galla tanta ipocrisia che si preferisce tenere sotto il tappeto. Infondo noi c’abbiamo il vaticano e pure il “papa buono”, giusto?.

E le donne disabili? Io non conosco quasi nulla delle violenze che subiscono e per questo trovo interessantissimi tutti i post che mi permettono di guardare il mondo con i loro occhi. Vorrei poter leggere dei vostri disagi, delle vostre rivendicazioni e anche dei modi che vorreste mettere o mettere in atto per sovvertire lo status quo. Nessun@ ha il diritto di parlare per l’altr@, nessun@ può parlare per voi, quindi se volete questo spazio è a vostra disposizione come per tutt@ gli/le altr@.

Non so se ho dimenticato alcune soggettività e nel caso mi scuso, sto scrivendo di pancia, come al solito d’altronde, e ci tengo a precisare che, da quando lavoro, ho capito il vero significato di parole come “sfruttamento”, “sottopagata”, “dipendente”, o di espressioni come “niente ferie”, “no malattie”, “lavorare per bisogno”, “non poter dire di no” e tante altre. Ho vissuto sulla mia pelle la violenza del lavoro, lo schifo che è il lavoro nel sistema capitalistico, quell’essere ridott@ a stipendio, paga, ore a cui corrisponde un massimo di 5 euro, se sei fortunata. Ho visto il mio corpo esser violato in tanti modi, in modi anche schifosi, ho visto la mia intelligenza esser svenduta, umiliata e derisa. Ho dovuto fare buon viso a cattivo gioco perché mi servivano quei pochi spiccioli, a volte ho trovato complicità tra i/le collegh@ altre volte una competizione che mi ha fatto rabbia.

Adesso sto in quel periodo che l’espressione “pezze al culo” descrive egregiamente e che mi porta a fare un lavoro che ho sempre cercato di evitare, quello della call center. Lo trovo orribile, davvero, ma ho trovato solo questo e non posso dire di no, e devo pure impegnarmici dato che mi pagheranno solo rispetto ai contratti portati a termine. Mi appresto dunque a questa nuova fase della mia vita precaria in ogni sua parte e mi chiedo cosa cavolo ho da festeggiare, io, che un contratto decente forse non lo vedrò mai e che anche se lo vedessi lo vivrei sempre come una violenza, perché sarei comunque ridotta a quel dannato numero fatto di cifre che si tramutano in soldi che penso siano ciò di più schifo l’umanità abbia inventato.

Oggi io non ho nulla per cui festeggiare ma tutto per cui lottare, insieme alle altre soggettività che sono sfruttate, discriminate, sottopagate in modo diverso rispetto dal mio ma ugualmente orribile e ingiusto. Lottare solo per i diritti di alcune soggettività è come farsi la guerra tra discriminart@ e a me non interessa acquisire privilegi sulla pelle altrui: o tutt@ saremo liber@ o nessun@ lo sarà mai per davvero. Quindi oggi cercate di guardare anche oltre la vostra situazione e cercate di capire come e quanto sia importante unirsi per modificare, in modo radicale e per tutt@, il sistema così da eliminare tutte le schiavitù e non solo di migliorare la propria che comunque resterebbe ugualmente schiavitù.

Auguro a tutt@ una buona lotta con la speranza che un giorno riusciremo ad unirci.

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