Discorso sul corpo. Parte II: lo spezzettamento

Da giorni sto provando a scrivere questa seconda parte. Non sapevo quale argomento affrontare, perché di cose da dire ce ne sono troppe, ma una in particolare è quella che penso faccia male a tutt@ e che, infondo, è il motivo per cui, alcun@ di noi, non hanno un buon rapporto con il proprio corpo. Ve lo premetto, così facciamo prima, affrontare questo tema per me è faticoso, doloroso e mi mette anche un po’ a disagio ma, è vero anche, che sono stanca di girarci attorno senza riuscire a compiere passi in avanti. Però se da una parte mi ansio solo all’idea di denudarmi, raccontandovi le mie paure, dall’altra credo che sia anche ora di farlo, di scardinarle con la speranza di buttarsele alle spalle. Quindi, il primo passo, non può che essere nominare/raccontare ciò che ci fa male.

Me lo sono chiesto per tanti anni: perché non amo il mio copro? Perché quando mi guardo noto solo quelli che  gli altr@ definiscono difetti e che io ho imparato a vedere come tali? Perché cazzo non riesco a sentirmi figa appena metto piede fuori?

Le risposte possono variare a seconda delle persone, io qui vi dirò quello che per me è il punto cruciale: lo spezzettamento del corpo. Fin da quando ho iniziato a vedermi con gli occhi altrui, dando al loro giudizio un peso anche maggiore rispetto al mio, ho sempre percepito una costante, ovvero che non venivo giudicata come persona intera ma come pezzi di essa.

Non è un caso che nel mio post precedente, in cui vi narro il modo in cui ho vissuto il cambiamento del mio corpo e con esso il modo in cui veniva percepito, parli spesso di parti di esso: culo, naso, gambe, seno ed etc.

Non so se è capitato anche a voi, ma io mi sono spesso sentita giudicata, anche da amici, in modi simili a questo: “vavi di corpo non stai male, hai un bel culo e belle gambe, il seno però è piccolo e il tuo naso troppo grande, ma alla fine sei un tipo”. A pensarci oggi mi sembra di avere un menù di fronte, con i pezzi di prima scelta e gli scarti, ma allora, anche se non la vivevo bene, accettavo che fosse così e ne prendevo il bene e il male.

In questo spezzettamento ci sono così tanti risvolti psicologici che non so se sono in grado di descriverveli tutt@, non sono una psicologa quindi mi arrangerò con i termini che conosco.

Okay, respiro… se vi dico che mi vien da piangere mi credete? Ho sempre pensato che fosse importante raccontarsi, ma cazzo quanto pesa. Però continuo e tocchiamo il nervo che fa più male.

Sapere di essere pezzi e non persone intere, ci porta innanzitutto a fare discorsi come questo, e posso assicuravi che l’ho fatto qualche giorno fa con una cara amica: “ciò che è bello si mostra, ciò che è brutto si nasconde”. Le parole sono uscite da sole, non ci abbiamo neanche pensato, noi femministe convinte, riot girl che però se cagano sotto di mostrare le proprie imperfezioni, e ve lo dico con sincerità perché se sto qui a raccontarmi è perché non sono perfetta e ho le mie incoerenze.

Io voglio mostrarle le mie imperfezioni, ma devo togliermi dalla testa questo meccanismo che mi porta ormai a scindermi, a vedermi comunque divisa in parti per giunta già giudicate da altr@. Chi cazzo ha deciso che il mio naso era grande? E seppure lo fosse, cazzo, a me piace. A me piace davvero, ma non riesco a fottermene del giudizio altrui. Mia cugina, per esempio, se l’è rifatto perché sentirsi offese e umiliate 24 ore su 24, quando vai a scuola, quando esci per strada, quando stai per i cazzi tuoi, non è facile. E non diteci che siamo deboli, perché non è così. Quello che subiamo è violenza, una violenza costante e feroce che non può lasciarti illesa, perché ti colpisce sempre, non ti dà tregua.

E’ vero che non tutt@ arrivano alla chirurgia plastica, ma chi lo fa non credo sia più debole degli/lle altr@, è solo che non tutt@ siamo brav@ a crearci le protezioni. A me lo dicono sempre di alzare qualche muro, ma è difficile e sinceramente non è quello che vorrei fare, di muri ce ne sono fin troppi.

Non so se sto divagando, forse sì. Allora ritorniamo al punto, perché è quello che voglio sondare. Essere divisa in piccoli pezzi vuol dire guardarsi allo specchio e vedersi come una bambola a cui vanno cambiate alcune parti per arrivare alla perfezione. La perfezione, ovvero l’accettazione che aspiriamo di avere, che ci serve per vederci “giust@”. Ma è una follia, un delegare ad altr@ un giudizio che deve e dovrebbe essere nostro, dato che si tratta del nostro corpo.

Quando camminate per strada e vi sentite ripetere per una, due, tre, dieci, venti volte la stessa cosa, oppure cose diverse che però ti sviliscono sempre, ad oggetto di desiderio o scherno, la forza per reagire dove la si può trovare? Da dove dobbiamo partire per riattaccare i pezzi e ridarci una visone intera? Io voglio vedere vavi e non parti di essa.

L’ho già scritto altrove, che mi si noti per il culo o le gambe, o che non si apprezzi il mio naso a me va bene, non devo piacere a tutt@, ma perché me lo devi sbattere in faccia? E soprattutto, chi cazzo sei per giudicarmi? Non ti piaccio, okay, non provarci con me. Ti piaccio, okay non venire però a urlarmelo in faccia quando sto camminando per i cavoli mie. Ti piacciono le mie cosce, bene, mi fa piacere, ma non sono solo due cosce, sono una persona e se durante la chiacchierata manco te ne accorgi che hai davanti una figura intera allora ciao, è stato un dispiacere.

Io non voglio negare il mio corpo, ma non posso neanche dire che lo vivo bene. Sono ancora divisa in pezzi, nella mia testa ancor prima che in quella degli/lle altr@, perché se ti insegnano a vederti così non puoi farci molto. E’ un lavaggio del cervello di cui siamo responsabili tutt@.

Ma, come per ogni violenza, anche qui ci devono essere modi di uscirne. Non credo ce ne sia uno giusto, ma diversi. Dei miei tentativi vi parlerò appena prenderò coraggio, che già scrivere questo, che poi è poca cosa, mi è salita l’ansia.

Mi fermo qui, dunque, respiro, dato che l’ho scritto tutto di un fiato, e come sempre vi invito a raccontarmi la vostra esperienza anche se so che è dura, quindi decidete voi =)

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