Vi presento Jes: dal nuovo nato Intersezioni

E’ nato da ieri e già è amore. Sto parlando di Intersezioni un nuovo progetto che promette molto bene. Sono già andata a spulciarmi i post pubblicati e ne ho trovato uno che mi ha commossa, toccata nel profondo e non è un modo di dire. Ci tengo a precisare che non ho provato pietà neanche per un attimo, io ho provato stima, ammirazione e quando Jes ci chiede di guardare le sue foto e vedere sè stess@, beh, io mi ci sono vista in tante cose. Credo che per capire ciò che Jes ci voglia dire non basti una lettura, non basti guardare le sue foto, i suoi video se lo facciamo percependoli come qualcosa di suo, di distante da noi. Lei sta parlando di noi, anche di me che non ho questo disordine genetico ma, cavolo, quanto mi ci ritrovo in quello che dice. La storia di Jes mi ha anche fatto venire in mente il femminismo afroamericano, ciò che queste donne hanno dovuto fare per uscire dall’ombra in cui il femminismo bianco-occidentale le aveva segregate. Se noi bianche lottavamo per l’aborto e la decostruzione della famiglia, le afroamericane lottavano per vedersi riconosciuto il diritto alla maternità e proteggevano la famiglia, perchè era l’unico nucleo in cui non subivano discriminazioni razziali. Jes ci sta dicendo lo stesso, ci sta dicendo che anche se c’è una sovraesposizione della donna, un’erotizzazione selvaggia, anche se la donna è percepita come oggetto sessuale, ci sono soggettività a cui è negata ogni forma di sensualità, erotismo, esposizione. Questo non può non farci comprendere quanto una lotta vada sempre declinata rispetto a tanti aspetti, tante soggettività, che la donna unica non esiste ma esistono le donne e a tutte dovremmo dare la possibilità di autodeterminarsi a seconda delle necessità. Buona lettura!

Vi presento Jes

Rivendicando lo sguardo: Jes Sachse e il potenziale trasformativo dell’osservare.

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Tutti amiamo guardare. Mentre l’atto di fissare è generalmente percepito come un atto da evitare o di cui vergognarsi, Rosemarie Garland-Thomson, studiosa di disabilità e women studies, afferma che lo sguardo, nella sua accezione migliore, ha in realtà il potenziale di creare nuovi significati e società più aperte. Lo sguardo, nell’accezione di Thomson, ha il potenziale per aiutarci a ridefinire il linguaggio che usiamo per descrivere noi stessi e gli altri, creare spazio per coloro che si trovano più spesso esclusi dalle comunità, e forgiare le nostre identità. Lo sguardo è più dinamico e produttivo quando il soggetto dello sguardo, la persona che viene guardata, è in grado di esercitare un certo controllo sull’interazione, e così facendo presentare la propria storia alla persona che guarda.

Jes Sachse è un’artista canadese venticinquenne, con un disordine genetico chiamato Sindrome di Freeman Sheldon. In questo articolo saranno presi in considerazione due progetti distinti nei quali sono state utilizzate fotografie di Sachse, al fine di illustrare come “l’atto di guardare” sia in grado di modificare la nostra percezione delle categorie sociali, nel momento in cui, ad individui palesemente ‘differenti’, sia concesso di presentare le proprie storie. Questo tipo di narrazione ha il potenziale di creare un discorso sociale e categorie più fluide. Il modo in cui Thomson considera lo sguardo fornisce un mezzo per raggiungere il tipo di dialogo sociale che Wilchins e Clare hanno identificato come la chiave per stabilire concetti inclusivi di genere, sessualità e identità in generale.

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Questa foto è tratta da American Able, una serie – nello stile delle pubblicità di American Apparel – realizzata dalla fotografa Holly Norris con Sachse per soggetto. Norris utilizza la parodia per rendere evidente il modo in cui “le donne con disabilità sono invisibilizzate nella pubblicità e nei mass media” (Norris). In proposito scrive che “in una società dove la sessualità viene prodotta ed esibita … nella cultura popolare, l’invisibilità delle donne disabili … nega la loro sessualità” (Norris). La serie utilizza lo stile di American Apparel per sessualizzare Sachse, rivendicando la sua realtà di donna e essere sensuale.

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La foto qui a fianco invece, è un contributo di Sachse al progetto Envisioning New Meanings, nel quale donne con disabilità o fisicamente diverse sono state invitate ad utilizzare la multimedialità per raccontare le proprie storie. Il progetto comprende autoritratti di Sachse e centra la percezione del corpo come casa, come proposta da Clare.

 In entrambi questi progetti Jes Sachse si propone come soggetto e ci invita a fissarla. Cioè, a guardare bene. In Staring: how we look, Thomson afferma che lo sguardo è “una risposta al carattere distintivo di qualcuno e uno scambio di sguardi può perciò generare un riconoscimento reciproco” (Thomson, 196). Suggerisce che “l’atto positivo del guardare” prevede la partecipazione attiva di entrambi, la persona che guarda e quella che viene guardata. La persona che guarda deve consentire all’interazione di essere trasformativa ed essere disponibile a venire cambiata dall’evento. La persona che viene guardata è responsabile nel dare forma ad una storia comune, in modo tale da consentire a entrambe le parti di riconoscere reciprocamente la propria e altrui “piena umanità” e creare spazio per entrambi (Thomson, 203). Tale tipo di sguardo può portare alla ridefinizione dei termini e ad un allentamento dei confini intorno ai soggetti di tale scambio.

Body Language (video al fondo dell’articolo) è un documento realizzato da Sachse come contributo al progetto Envisioning new Meanings. Si noti il modo in cui l’autrice richiede il coinvolgimento attivo degli spettatori. In questo filmato, Sachse non solo invita lo sguardo, ma lo utilizza anche come strumento con il quale condividere la propria esperienza e aiutare gli altri a capire. Si rivolge direttamente allo spettatore dandogli suggerimenti, chiedendo “Hai paura?” e dicendo “voglio che guardi queste foto e veda te stesso” (Sachse, Body Language).

In Body Language, Sachse è impegnata in quell’attacco alle categorie sociali che Wilchins reclama in Queer Theory, Gender Theory. Wilchins scrive che le persone che non rientrano nella binarietà di genere diventano “oggetti di discorso, non partecipanti (di esso)” (Wilchins, 61). Eppure, qui Sachse realizza uno spazio dove non è solamente una partecipante, ma anzi è colei che agevola il discorso. Fa spazio per se stessa nelle categorie di essere umano, donna, e essere sessuale. Sachse espone la propria umanità facendosi vulnerabile, “Ho avuto paura quel giorno”, e scegliendo immagini che ritraggono le sue amicizie e la sua arte così come il suo corpo. Ci racconta la storia di una vita, non di una disabilità, e questo racconto totale è ciò che vediamo. Sachse afferma la propria femminilità includendo fotografie che mettono in risalto la sua grazia e sensualità.

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Sachse è illuminata da una luce calda che dà alla scena un senso di morbida femminilità, quasi angelica. Gli angoli e le curve del suo corpo appaiono fluide e morbide, comunicano una sorta di femminilità innata. Guarda verso la finestra, ma il suo corpo è rivolto in avanti. Anche se forse non apertamente sessuale, la posizione di Sachse e il modo in cui presenta il suo corpo allo spettatore, la sessualizzano. Eppure Sachse appare non come destinataria passiva dello sguardo, ma come una donna a proprio agio e pienamente in controllo. Sta di fronte all’obbiettivo invitando gli sguardi degli spettatori, mantenendo allo stesso tempo un senso di padronanza della situazione. Appare a suo agio e sicura di sé. E’ come se l’avessimo colta nel bel mezzo di una conversazione. Il pubblico è invitato a interagire con Sachse in modo dinamico. L’immagine invita il tipo di ‘interazione positiva nello sguardo’ di cui parla Thomson.

Body Language riguarda anche il rivendicare il corpo come casa. Eli Clare scrive in proposito che “casa comincia qui nel mio corpo” (Clare, 12). Quindi essere casa significa anche abbracciare i nostri propri corpi. Sachse ci invita nel suo “farsi casa” e fa eco al sentimento di Clare dicendo: “Hai bisogno di sapere che questo è tutto” (Sachse, Body Language). Jes ci mostra una serie di immagini in bianco e nero di lei sola con il suo corpo.

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L’immagine qui a fianco mostra Sachse rivolta nella direzione opposta rispetto alla macchina fotografica, quasi ripiegata in se stessa. Sembra concentrata, ignara dell’esistenza d’altro – in questo momento il suo corpo è “tutto.” La forma che il suo corpo prende in questa foto ricorda il disegno di una casa – il suo busto forma le pareti e le spalle e le braccia il tetto al di sopra. Appare qui racchiusa, introversa, concentrata nella ricerca della casa e quasi rannicchiata al suo interno.

La messa in discussione del linguaggio da parte di Wilchins è estremamente importante per la nostra capacità di rivendicare i corpi che ci appartengono come casa. Il linguaggio è intimamente legato alla nostra capacità di descrivere noi stessi e costruire identità. Come scrive Clare: “anche il linguaggio vive sotto la pelle. Penso alle parole storpio, queer, freak, bifolco…. Segnano il bordo frastagliato che si erge tra odio di sé e orgoglio “(Clare, 12). Il modo in cui assegniamo etichette identitarie colpisce le comunità e i ruoli nei quali ci sentiamo a casa. Parte dello sforzo di trovare casa, allora, è trovare il modo di espandere i confini di tali etichette – donna, queer, disabile – di darci spazio a cui appartenere.

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Questa espansione dei confini viene in parte raggiunta dalla serie American Able. Obiettivo esplicito della fotografa Holly Norris è stato quello di mettere in evidenza fino a che punto le donne disabili sono escluse dal nostro concetto di “donne normali” e, di conseguenza, spesso desessualizzate (Norris). La serie riesce a farlo per via della natura della sua stessa modalità, prendendo in giro gli annunci apertamente sessualizzati di American Apparel. Tuttavia, credo che la parte più potente di entrambi, questa serie di foto e Body Language, è il modo in cui riescono a costruire storie intorno a Jes. La serie si apre con l’immagine qui a fianco. Sachse sta sfacciatamente davanti alla macchina fotografica, con indosso eccentrici occhiali da sole e un sorriso. Appare sicura di sé, e si sporge in un modo che suggerisce proprietà dello scatto e afferma la propria presenza. Sembra reclamare la propria femminilità, ma forse più importante, di essere vista. 

La serie sessualizza Sachse, affermando chiaramente la sua sessualità e femminilità, mostrandola a letto con una donna con addosso lingerie. Alcuni hanno sostenuto che il modo in cui Sachse è stata sessualizzata “manca il punto della questione” (Jean). In merito verrebbe da dire che l’obiettivo del progetto non è quello di commentare il modo in cui vengono mercificate le donne nelle pubblicità di American Apparel, ma di mostrare che questi annunci danno spazio soltanto ad un tipo specifico di donna.

American_Able1 Fotografie come l’immagine Tops and Bottoms costringe gli spettatori a dare spazio ad altri modelli nelle nostre definizioni di donne e di esseri sessuali. Clare scrive che le persone disabili sono spesso reificate in senso medico, “trasformano i nostri corpi in reperti” (Clare, 121). Fa notare che ciò comporta l’idea che le persone disabili siano asessuate perché “la reificazione sessuale è completamente intrecciata con la sessualità … [e] nella creazione di noi stessi come esseri sessuali” (Clare, 129). American able de-medicalizza e de-problematizza la disabilità di Jes Sachse. La reificazione che realizza di Sachse può essere vista come riabilitazione da un certo punto di vista, trasformandola in una donna sessuata. L’attenzione è posta sulla sua presenza sessuale, ci viene presentata un’immagine sessuale, invece di una medica.

Attraverso questi progetti, Jes Sachse e Holly Norris sono state in grado di espandere le nostre nozioni di chi è sensuale o femminile e, forse anche di rendere più sfumati i confini esistenti tra categorie. Jes Sachse è presentata come amica, amante, donna, artista. Lei è disabile e anche sensuale, femminile e anche forte. Questi progetti raccontano storie di una vita multiforme e “consentono [agli spettatori] di riconoscere la sua piena umanità” (Thomson, 203). La serie American Able rivendica la sessualità delle donne con disabilità. Mette in discussione restrizioni tradizionali su chi è autorizzato a/può essere visto come/ essere sessuale. Cambia il discorso. Body Language mette il potere nelle mani della persona guardata. Nelle parole di Thomson, Sachse ci mostra “come guardarla” (Thomson, 200). Ci guida attraverso la propria identità e cattura ritratti che mettono in risalto la bellezza e la completezza del suo corpo. Sachse coinvolge attivamente il suo pubblico nella maniera rivendicata da Thomson. Insieme, questi progetti hanno la capacità di abbattere barriere e creare categorie sociali più flessibili. Possono anche riuscire a ripristinare il potere di quelle persone che sono “rese altro” dalla società, mostrando che gli individui hanno il potere di rivendicare la propria presenza e iniziare a cambiare il modo in cui la società concepisce l’identità.

Body Language

Testo tradotto del video (a breve sarà disponibile versione sottotitolata):

Non devi comportarti ‘come si deve’
non devi strisciare sulle ginocchia
per cento miglia nel deserto
in penitenza
devi solo lasciar che l’animaletto soffice
del tuo corpo ami ciò che ama
(mary oliver)

Linguaggio del corpo
di jes sachse
Dal giorno in cui subii la fusione spinale da bambina, la mia colonna vertebrale fa resistenza sotto la pelle. Ho deciso di posare nuda su questa gru. Ero, e sono, proprio come voi. Sento. Rido. Amo. Cresco.
Quando mi dite che sono coraggiosa, non crediate che non abbia paura.
Avevo paura anche quel giorno. Il giorno che mi sono strappata i vestiti di dosso e ho iniziato a fare le foto. Se vi importa di capire, dovete sapere che non l’ho mai fatto: permettervi di vedermi nuda. Non mi sono neanche mai permessa di vedermi nuda, ma avevo bisogno di capire che cosa avevano da fissare tutti gli altri. Così quel giorno ho guardato. Con estrema attenzione, a lungo, fotogramma dopo fotogramma.
Sola, piena di cicatrici, bella.
Avete paura? Io ho paura ogni volta che cerco di amarmi completamente.
Se volete capire, dovete sapere che non c’è altro. Voglio che siate impaurit*. Voglio che guardiate queste foto e vediate voi stess*, e voglio che immaginiate di amare tutto. Ogni neo, ogni cicatrice.
L’ultima fotografia zooma sull’immagine di un tatuaggio sul suo petto: il contorno di un cuore con un nastro con sopra scritto: deforme.

(traduzione del testo Claiming the Stare: Jes Sachse and the Transformative Potential of Seeing – scritto da ChelseaM – e del testo di Body Language – scritto da Jes Sachse – di feminoska, revisione di Body Language di H2O).

Approfondimenti:

American Able Project and Holly Norris Photography

Envisioning New Meanings Project

Jes Sachse Blog

Citazioni da:

Clare, Eli. Exile and Pride: Disability, Queerness and Liberation. Cambridge, MA: South End, 2009. Print.

Envisioning New Meanings of Disability and Difference. Web. 26 Sept. 2011. http://www.envisioningnewmeanings.ca/?page_id=2

“Holly Norris | American Able.” Holly Norris. Web. 26 Sept. 2011. http://hollynorris.ca/americanable

Jean, Abby. “American Apparel, Meet American Able.” Web log post. Forward: Feminists With Disabilities. Disabled Feminists, 10 May 2010. Web. 24 Sept. 2011. <http://disabledfeminists.com/2010/05/10/american-apparel-meet-american-able

Thomson, Rosemarie Garland. Staring How We Look. Oxford: Oxford UP, 2009. Print.

Wilchins, Riki Anne.  Queer Theory, Gender Theory: an Instant Primer. Los Angeles, [Calif.: Alyson, 2004.] Print.

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