Discorso sul corpo. Parte I: Quando il mio corpo cambiò

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In diversi post vi ho già accennato alla necessità, almeno per me, impellente di intessere un discorso sul corpo. Per farlo non posso che partire da me, dal rapporto che ho con il mio corpo e, dato che è cambiato/evoluto con il tempo, parto dall’inzio.

Fin da quando ero piccola ho sempre avuto un rapporto strano con il mio corpo. Non era mai come avrebbe dovuto essere per gli standard impostici. All’età di 5/6 anni avevo un corpo molto esile e spesso mia madre si sentiva chiedere se mangiassi abbastanza. In realtà mangiavo tantissimo dato che mia madre considerava come “porzione normale di cibo” ciò che per i comuni mortali equivale ad un piatto per due.

Il cibo mi è sempre piaciuto, certo avevo i miei gusti e a volte facevo i capricci, e alcune cose proprio non le mangiavo, tipo i piselli il cui odore mi nausea tutt’ora, ma penso che rientri tutto nella norma. Era la mia costituzione a permettermi di non ingrassare e quindi risultare “troppo magra”. Questa espressione segnatevela perché ha condizionato e condiziona il mio rapporto con il corpo.

All’elementari però la forma del mio corpo non mi pesava granché e questo mi permette di affermare che, almeno in questa prima fase della mia vita, ebbi un rapporto sano con il mio corpo.

Passano gli anni e alle medie il mio corpo inizia ad essere oggetto di attenzioni, sia positive che negative. Ero diventata più alta ma sempre magra, però il sedere stava pian piano facendo capolino mentre il seno no, non ne voleva proprio sentire di svilupparsi. Mentre le mie amiche avevano quasi tutte almeno una seconda, io ero piatta e non mi era venuto neanche il ciclo. Mi arriverà solo in terza media, con mia somma gioia e anche disperazione.

Anche alle medie, quindi, nonostante iniziassi già a guardarmi in un modo diverso, riuscivo ancora a vivere serenamente il rapporto con il mio corpo, anche perché il “dover piacere” non era così impellente. Ero ancora in grado di camminare per strada senza trucco, quando le mie compagne già si truccavano e per questo venivano umiliate in classe dalle professoresse, che avvolte le definivano “clown”. Il mio corpo era ancora qualcosa che riuscivo a guardare con i miei occhi e nella sua imperfezione mi piaceva.

Arrivata al liceo, però, tutto cambia. Il biennio lo vivo abbastanza bene, sono ancora poco attratta dalla logica del “rendersi desiderabile” perché tra amiche, più o meno tutte, eravamo alle prime armi e tutto era nuovo. Dal terzo anno in poi c’è la svolta, forse perché ci sentivamo già proiettati nel mondo degli adulti, ed iniziarono le pressioni.

Il mio corpo, in questi anni, era cambiato, il seno era sempre piccolo ma il sedere no, era cresciuto e aveva iniziato ad essere oggetto di attenzioni, avvolte non desiderate, altre volte sì. Ricordo ancora l’imbarazzo che provai quando un amico mi confessò che era contento quando venivo interrogata alla lavagna, dato che così poteva godersi la vista del mio culo. Non esagero se vi dico che avvampai dalla vergogna e, anche se allora non lo ammisi, quelle parole da una parte mi ferirono e dall’altra mi fecero capire che avevo qualcosa che piaceva.

Il problema ora era decidere cosa farci. Adesso che sapevo che quando ero alla lavagna mi guardavo il culo, che avrei dovuto fare? Cosa, la società moralista, mi impone di fare? Coprirlo, ovvio, ma non sempre, non troppo. Mi munii di giacche, felpe, cardigan, da indossare sulla vita, per evitare sguardi indiscreti. Eppure, come in tutte le classi, anche io avevo quei due o tre compagni carini i cui sguardi, se mai ci fossero stati, non sarebbero mai stati indesiderati. Che loro mi guardassero con desiderio, anche solo fisico, a me andava benone.

Oggi, a ripensarci, vedo in questi discorsi tutto il trauma generato 59292_411481925589738_2052513554_ndalla fottutisssima dicotomia cervello/figa, santa/puttana che ci impone di spaccarci a metà come se non fossimo una cosa unica.
In quegli anni, il mio corpo, sempre esile, iniziò a non essere più “troppo magro” ma giusto e appropriato, e desiderabile. Molte persone iniziarono a chiedermi se facessi palestra ed io, che col cavolo che potevo permetterla, rispondevo con orgoglio, cosa che non avrei fatto negli anni passati, che ero così di costituzione. Mi sembra fantastico poter finalmente essere magra ma non “troppo”.

Non fatevi ingannare però, il mio corpo era comunque imperfetto e anche il mio naso, da sempre troppo grande, troppo arabo per i gusti standardizzati, mi creava un sacco di problemi. Avrei potuto provare a mascherarlo con il trucco, ma anche se le mie amiche si truccavano, io non ne volevo sapere. Ho iniziato a truccarmi solo dal terzo anno in poi, e solo il sabato, durante le gite e alle feste. Tutti i giorni era una tortura che non mi sarei inflitta.

Il mio avvicinarmi al trucco però ha molto accheffare con il mio avvicinarmi al mondo gotico e dark, quindi non immaginatevi chissà che, ma solo tanta matita, mascara e terra (il viso pallido non mi è mai piaciuto su di me).

Ma ritorniamo al corpo altrimenti mi dilungo su tutt’altro e buonanotte XXD. Il mio corpo piaceva e non piaceva, ed io non sapevo se mostrarlo o meno, se coprirmi o scoprirmi, e come farlo qualora avessi deciso di mostrarlo. Nel dubbio, le ho provate tutte. Mi sono vestita con abiti larghi e non andava bene, perché sembravo uno spaventapasseri, ho usato jeans strettissimi e maglie aderenti e andava bene finchè poi gli amici non esageravano e ti mettevano le mani in culo, innescando sensi di colpa perché secondo gli/le altr@ “li avevi provocati”, poi ho alternato le due fasi e alla fine ho mollato. Mi sono data al dark che era una cosa che comunque non piaceva a nessun@ tranne che a me, e questo era quello che contava.

Quelli a cui non piaceva proprio il mio nuovo stile erano i miei genitori che, nonostante le numerose rassicurazioni, per anni si sono tormentati nei dubbi più assurdi, arrivando ad immaginare sette sataniche e riti da strega. Mi dispiace troppo che l’abbiano vissuta così male. Io, invece, in quegli anni mi sentivo abbastanza bene ed anche il truccarmi l’ho vissuto come un momento goliardico, perché mi permetteva di “distinguermi dalle masse”, facendomi diventare “alternativa”.

Lo so, è una cazzata madornale, un’illusione come tante, ma mi ha aiutata a crescere e superare momenti bui, quindi alla fine mi fa piacere averla vissuta. Mentre navigo in questa nuova dimensione, dark-gothica un po’ mischiata al punk, che butta sull’emo, (che casino XXD) il mio corpo ha un nuovo, inatteso sviluppo. Dimagrisco parecchio, dopo un brutto periodo, e vestendomi prevalentemente di nero il mio corpo ritorna ad essere “troppo magro”. Questa volta non lo vivo come un problema, perché anche se me lo ripetono in molt@, noto che alla fine piaccio comunque, quindi inizio a relazionarmi bene con questa mia fisicità.

Gli anni passano e cambiano tante cose. Vado all’università e, frequentando una facoltà prevalentemente femminile dove, tutte o quasi, sono vestite e truccate in modo “standard”, non essendo dotata di grande autostima, inizio a sentirmi come un pesce fuor d’acqua. Quindi inizio anch’io a truccarmi in modo più sobrio, mantenendo quel senso goliardico ma sentendo anche un peso, nel farlo tutte le mattine, anche quando non se ne ha voglia. Col tempo il trucco diventa il mio burqa, dietro il quale cerco di nascondere la mia insicurezza e affrontare lo sguardo altrui che negli anni è diventato non l’unico, perché il mio c’è ancora, ma di certo molto più importante del mio.

14155_408804899190774_1196609490_nLa svolta reale in questo mio percorso con il corpo, che fin’ora è stato dettato prevalentemente dallo sguardo altrui, avviene quando comincio a frequentare i movimenti antagonisti dove la rabbia, o inquietitudine, che ho sempre avuto, e che si placava nella musica gotica, ora trovava altri modi per esprimersi. La lotta mi ha cambiato la vita in meglio.

La conoscenza delle compagne/sorelle femministe mi ha aiutata in modi che forse neanche loro sanno o immaginano. Se io oggi nel mostrare il culo non sto al giochino di chi mi impone di scegliere tra cervello e fica, è anche grazie ai mille discorsi fatti, alle risate che ci siamo regalate, agli esempi che le loro vite mi hanno fornito. Oggi il mio rapporto con il corpo non è perfetto, anzi, ma è cambiato molto e anche se a volte le paranoie mi assalgono so di avere gli strumenti per farle rientrare, per vincere quella che per me è una battaglia importante.

La vittoria più grande sarebbe guardarsi allo specchio e vedersi/giudicarsi con il proprio sguardo, vedersi bella nell’imperfezione, ed io su alcune cose ci sono riuscita. Il mio naso mi piace e anche il mio seno, e con il mio sedere ci vado d’accordissimo e lo mostro alla faccia delle moraliste, perchè so che farlo non mi toglie nulla, lo fa solo nello sguardo di chi non mi vedrebbe comunque come una persona ma solo come parti di essa. Come ho già detto altrove, non voglio esser vista solo come un cervello o come un culo, io sono sia l’uno che l’altro ed escluderne uno mi sembra un’amputazione insopportabile.

Continuerò questo discorso sul corpo perchè tante cose bisogna ancora dire e tante altre vanno scardinate, ma per il momento mi fermo qui invitando, chi vuole e chi se la sente, a raccontarmi/ci la sua esperienza.

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2 risposte a Discorso sul corpo. Parte I: Quando il mio corpo cambiò

  1. blogdelbasilico ha detto:

    Il mio corpo è significato ciclo (dolorosissimo) a 9 anni e un fisico che verso i 14, dopo un’impennata che mi faceva una ragazzina alta e formosa, si è arrestato. Sono arrivata a pensare che se metti due tette vere (“non come le mie”) a un doberman i miei compaesani sarebbero andati appresso anche a quello. La trasformazione da bella bambina ad adolescente bruttina mi ha segnata profondamente. Ora che vivo a Barcellona ne faccio ancora una questione etnica, temo, con gli italiani sono meno sciolta, mi sento soppesata, valutata e snobbata. Sarà che l’adolescenza l’ho passata con loro, e non con gli spagnoli. La ricerca dell’equilibrio è fondamentale, mi sembra che lo abbiamo imparato entrambe 🙂 .

    • vaviriot ha detto:

      Anch’io mi sento più giudicata dagli italiani/e, ma a volte non so se è una mia fissa o una cosa reale. Fatto sta che solo in Italia per strada ti fischiano, insultano o addirittura toccano… quindi forse questa sensazione che condividiamo nasce da un perenne e costante giudizio subito dall’età dello sviluppo. Comunque sì, la ricerca dell’equilibrio è importantissima e io ce la sto mettendo tutta, tra alti e bassi, momenti di autostima e ricadute in paranoie stupide, ma penso che più ci provo e meglio andrà o almeno non potrà mai essere peggio che cedere e basta a questa cultura del cavolo. Un abbraccio grande =)

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