Quella luce negli occhi

Ieri sono andata a trovare un’amica che fa teatro. Eravamo in soggiorno e si parlava dei suoi prossimi impegni, del monologo che stava preparando, del progetto di un amico a cui avrebbe dato una mano, dell’idea di uno spettacolo fatto solo da donne e tanto altro. La mia amica fa teatro a livello amatoriale e, anche se le piacerebbe da morire vivere solo di quello, non ci spera e punta a trova un lavoro qualsiasi.

Mentre si parlava delle passioni, la sua verso il teatro e la mia verso la scrittura, ci raggiunge sua madre che si siede sul divano e ci ascolta. E’ interessata a tutto quello che diciamo ed anche entusiasta per i progetti della figlia, anche se pensa che “l’arte bisogna considerarla solo un hobby” perché con essa non ci mangi ne ci paghi l’affitto.

Io, che sono un’idealista, che continua a sognare/lottare per ciò che per gli altr@ è impossibile (o meglio percepito come tale), e per giunta sono assai curiosa, ho chiesto alla signora se aveva avuto anch’essa una passione da giovane. Lei mi guarda, sembra apprezzare la domanda, e inizia a scavare nella sua memoria. Bastano pochi secondi per far riaffiorare quei ricordi.

Mi racconta di quando era bambina e lei e le sue sorelle giocavano al “teatro”. Queste donne, allora ragazze, non giocavano e basta, nessun bambin@ gioca e basta, ma simulavano un vero e proprio teatro, un po’ come fanno le “Piccole donne” di Alcott. Mi racconta, infatti, che avevano preso una tenda e, nella parte inferiore, le avevano cucito quella pieghettatura tipica di alcuni sipari. Inoltre avevano rimediato una mazza su cui appoggiare la tenda e dei ganci, che le avrebbe permesso di restare in piedi e coprire una porta. Quindi il loro retroscena era il corridoio, il teatro la stanza a cui si accedeva attraverso la porta, e il palcoscenico lo spazio che c’è subito dopo la porta, che avrebbero oltrepassato aprendo la tenda in due, proprio come si fa a teatro. Lo so, sembra un lavoraccio, ma quando si sta tutto il giorno a casa, perché per tuo padre le donne devono solo saper fare le faccende e nient’altro, allora la voglia di fare altro ti viene e come.

Nella stanza erano state disposte delle sedie in modo che il pubblico, che era costituito dalle stesse sorelle e a volte da amiche o cugine, potesse godersi al meglio lo spettacolo. Quando tutto era pronto, lo spettacolo iniziava. Chi voleva esibirsi si organizzava con le altre per darsi un ordine di entrata e poi via, in scena. C’era chi cantava, chi ballava, chi faceva comicità o interpretava scene di film o di romanzi. La fantasia la faceva da padrone. Mentre la signora mi raccontava queste cose, non ho potuto fare a meno di notare nei suoi occhi quella luce che appare solo quando si parla di qualcosa che ci piace tanto, per cui avremmo dedicato tutta la vita.

La madre della mia amica si era illuminata, il suo volto era diventato bellissimo e i suoi occhi erano pieni di gioia. Si vedeva che quei momenti le erano tanto cari. Poi però aggiunse anche che il gioco terminava appena il padre rientrava. Tutto veniva smontato e nascosto, tutto taciuto, perché altrimenti gli sarebbe stato proibito. Con il tempo e, a causa di un’educazione sempre più forte, dura e violenta, il gioco smise di esser proposto perché la simulazione non bastava più e perché, forse, l’idea che sarebbe rimasto solo un gioco faceva male.

Ho chiesto alla signora se aveva mai desiderato vivere di teatro e lei mi ha risposto di sì, che avrebbe voluto e che un giorno le fu pure chiesto, o meglio lo chiesero a suo padre. Una compagnia la avrebbe presa per alcuni giorni di prova perché avevano notato in lei del potenziale, ma suo padre rifiutò dicendo che “nessuna delle sue figlie avrebbe fatto certe cose, che erano donne serie”. Lei, nonostante bramasse da tempo l’idea di fare teatro, non si oppose al padre, e pian piano accantonò la sua passione.

Oggi questa signora guarda/si immedesima in sua figlia, che sì fa teatro, ma continua a non vederlo come un lavoro, perché questa società ci spezza ogni speranza e ad esser forti non ce la si fa sempre. Io spero che la mia amica riesca comunque a non abbandonare questa sua passione e dal mio canto la supporterò sempre con affetto e forza, perché le passioni sono la cosa più importante che abbiamo e che, almeno a me, fanno sentire viva.

Dedico a tutte voi questo brano, tratto da uno dei miei spettacoli preferiti, con l’auspicio che sempre più donne risultino non rieducabili sia dal patriarcato che ci vuole solo uteri e massaie sia da questa società capitalista che ci ha rinchiuse/schiacciate nella precarietà.

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