Il voto è uno strumento per il potere

In periodo di elezioni il mio discorso risulterà anacronistico e forse utopico, ma sento il bisogno di farlo per spiegarvi il perché non voterò, né ora né mai.

La motivazione più evidente è il mio essere anarchica, scelta che mi ha portato a mettere in discussione i partiti e le rappresentanze. Non credo nel potere e soprattutto non credo vi possano essere poteri buoni. Il potere è per sua natura qualcosa che segna un confine tra chi ne è detentore e chi no.

Come ho scritto nel titolo, per me il voto è uno strumento del potere, ma non del potere del popolo, che si illude solo di esercitarlo attraverso di esso, ma di chi, dalle classi superiori, lo esercita da una vita e non ha alcuna intenzione di disfarsene. Mi si chiederà, giustamente, il perché di questa affermazione. Innanzitutto per un elemento palese a tutt@: il voto non apporta cambiamenti al sistema, dato che permette solo che se ne si cambi il capo. Il voto, dunque, non scalfisce il potere, il sistema gerarchico, l’autoritarismo ma fa sì che questo venga gestito da altri. Chi vota spera che il cambiamento del capo provochi un miglioramento del sistema, soprattutto per i soggetti subalterni. E’ un’idea, questa sì, a mio avviso, utopistica, dato che, anche se dovesse esserci un leader di partito, diciamo così, molto di sinistra, non permetterà mai al popolo di raggiungere una libertà totale, dato che essa minerebbe il suo ruolo di capo. Si limiterà, al massimo, a concedere sprazzi, più o meno diffusi, di libertà che restano però limitati e quindi semilibertà. Chi vota, quindi, per me, aspira alla semilibertà o libertà condizionata. La libertà reale, quella che penso immaginiamo tutt@ è altra cosa, è autorganizzazione e condivisione, collaborazione e assenza di gerarchie.

Un altro elemento che mi porta a considerare il voto come uno strumento del potere è la mancanza di una coscienza politica nell’elettorato. Sinceramente penso che un buon 80% di chi vota non abbia una coscienza politica, ma voti in base ad altre questioni che non vanno sottovalutate. Immagino che le persone, ad esempio, che lottano da anni per vedersi riconosciuto il diritto ad una casa*, votino chi gli promette che si interesserà al caso. Oppure, chi ha bisogno di un lavoro, uno qualunque, voterà chi glielo assicura.

Detto questo, non intendo dipingere queste persone come dei/lle traditori/trici, perché il bisogno, la necessità, la miseria e la fame sono dei problemi che hanno la meglio su ogni altro. Io non posso chiedere a queste persone di non vendersi il voto se poi non posso aiutarle in qualche modo. Il voto è spesso anche un ricatto, un mezzo che incatena le persone ai leader dei partiti che gli promettono chissà quale eden e poi, puntualmente, li deludono. Per rompere questo meccanismo bisognerebbe capire di cosa hanno bisogno queste persone e soprattutto trovare un modo per fargliele ottenere. Ciò, però, non ce lo si può aspettare dal potere il quale ha la necessità di mantenere lo status quo che gli assicura una lunga vita. Il potere non può lavorare per la sua estinzione. Lui sa che, se il popolo dovesse capire che per risolvere i problemi c’è bisogno solo di ascolto, organizzazione e collaborazione, la sua esistenza sarebbe in serio rischio.

Il voto è il mezzo attraverso cui, almeno per me, il potere illude il popolo. Gli mostra che attraverso un voto, una semplice x, ha la capacità di cambiare le cose quando invece esse non cambiano mai. Lo fa sentire potente, forte, quando fa solo il gioco di chi lo tiene per il guinzaglio da decenni.

Ma, volendo pensare con la testa di chi crede nelle rappresentanze, cerco di fare ancora un altro ragionamento. Se il voto fosse uno strumento di potere reale del popolo, questo lo si potrebbe esercitare solo qualora la maggioranza di chi lo esercita sia dotato di una coscienza politica.

Cosa vuol dire questa espressione? Penso che ognuno ne abbia una sua definizione, quindi io vi descriverò la mia:
Innanzitutto, per me, avere coscienza politica vuol dire avere pensiero critico, ovvero la capacità di analizzare ogni cosa nel suo insieme. L’errore che ritrovo spesso, nei partiti (che per me non fanno più politica da illo tempore) e nei movimenti trasversali, è l’agire per obiettivi che se da una parte può portare ad una qualsivoglia soluzione, dall’altra appiattisce i discorsi e quindi rende, tutta l’azione che si compie, valida solo in superficie.

Vi faccio un esempio, così ci capiamo: la PAS. E’ quella fantomatica sindrome che più movimenti, gruppi e singol@ contrastano, giustamente. Il problema però è che trattandosi di una lotta trasversale ha come unico obiettivo quello di impedirne l’uso nei tribunali. Ora, la lotta di per sé è giusta, ma non l’appiattimento del discorso che vi gravita attorno. La PAS non è solo uno strumento autoritario ma è anche il prodotto di un processo che tende a psichiatrizzare ogni emozione dell’uomo e della donna. Non è un caso che la psichiatria fosse uno degli strumenti preferiti dal fascismo e dal nazismo. Mettere in discussione solo un anello, quale la PAS, di un’intera collana, quale la psichiatria, è per me miope. Pensare che con la sola eliminazione della PAS si sia raggiunto un qualche successo significativo rispetto al sistema è ingenuo. Io sono per la cancellazione della PAS ma anche di tutta la medicalizzazione che ci circonda. La psichiatria non è qualcosa di neutro ma è una scienza che ha molto accheffare con la società, la cultura e soprattutto il potere. Da sempre ne è stata fedele servitrice e questo dovrebbe farci capire come, non accettare la PAS, ma per esempio considerare l’omosessualità/lebismo/transessualità una malattia, le pratiche sadomasochistiche una depravazione, non faccia che il gioco della stessa.

Per me non si può combatterne un elemento e difenderne altri perché, anche se la lotta alla PAS, che non è presente nel DSM, dovesse essere vinta, la psichiatria e il processo di medicalizzazione che è alimentato dalla cultura e dal potere, a breve distanza, genererà altri strumenti che incateneranno le donne e gli uomini e che ci riporteranno a iniziare una lotta, che considereremo nuova, ma che è vecchia perché è sempre la stessa: la lotta non dovrebbe dunque essere solo contro la PAS ma contro la psichiatria in generale. Quindi, lottare per obiettivi, accettando calderoni di ogni sorta, produce una lotta miope i cui frutti penso siano palesi a tutt@. Niente cambia realmente.

Questa miopia però e determinata dalla mancanza di quella, che io definisco, coscienza politica e che, almeno per me, dovrebbe portare a valutare ogni singolo problema nel suo insieme e a trovare delle alleanze che non appiattiscano, ma, anzi, rendano sempre più complesse e ricche le soluzioni. Personalmente preferisco fare un’azione complessa ma incisiva a più livelli che limitarmi a quello superficiale. Contestualizzare, quindi, renderebbe impossibili i calderoni ma d’altronde permetterebbe azioni più radicali ed efficaci, e di conseguenza cambiamenti reali e tangibili. Per di più impedirebbe a tante frange politiche, destra e centro destra (per me il PD/IDV e compagnia sono centro destra), e movimenti violenti e fascisti  di ripulirsi la faccia e presentarsi in vesti nuove. I calderoni, sappiatelo, fanno tanto bene a queste persone che prima o poi ci ritroveremo in parlamento insieme ai fasci che già ci governano da anni, la cui puzza è vecchia ma la faccia sembra nuova. Non sono più fasci, ma semplicemente di destra (cosa che per me non è meno deleteria).

Ora, dopo tutto questo scrivere, arrivo a ciò che volevo dire. La mancanza di una coscienza politica, che potrei definire mancanza di una visione di insieme, di una lotta a livello generale in cui non si vuole cambiare un elemento ma l’intero sistema, fa si che le persone si riducano a dover sceglie tra il peggio e il meno peggio. Porta, chi ha voglia di fare, di cambiare, a sentire più impellenti i piccoli obiettivi che non un cambiamento radicale, porta queste persone a non interrogarsi sul fascismo o sul razzismo, a non chiedersi se quell’azione fatta con quel tot di soggettività possa sdoganare pensieri e idee violente ed autoritarie. Il non porsi il problema è un problema. Ed anche se è fatto con le “migliori intenzioni”, rischia, come fa, di causare più problemi che altro (cioè ne risolverà uno di problema ma ne genererà almeno 10). Questo, mi chiedo, vi sembra giusto? Vi sembra logico?

Sappiate che anche nei movimenti antagonisti ci sono problemi, perché nessun@ di noi è immune da questa cultura quindi anche qui trovate riprodotti pensieri e metodi opinabili, ma dato che questi movimenti si definisco antifascisti, antirazzisti e antisessisti allora un@ può andare a chiedere spiegazione, a ragionarci, a scazzarsi cercando di mettere in evidenza come quel metodo, quell’azione prestino i fianchi proprio a ciò che si vuole combattere. Il dialogo non è sempre facile ma può esserci una rivendicazione forte, perché, per esempio, se ti definisci antisessista poi non mi copri.

Nei calderoni, invece, questi temi li si può porre solo come criticità, ma, dato che per definizione non si posizionano, saranno privi di quella forte rivendicazione che invece, in altri contesti, che si definiscono in modo netto, c’è.

Quindi il voto, per me, si riduca a poche cose, che con il fantomatico potere del popolo non hanno nulla a che vedere:

  1. Votare uno per non far salire l’altro, anche se nessun@ ci rispecchia davvero
  2. Votare con la speranza di ottenere quello o l’altro favore, perché si è stanchi della miseria e della fame
  3. Votare per vedersi assicurati e, perché no, aumentati i propri privilegi (le classi ricche chissà perchè votano?!)

Ma la libertà, in tutto questo, dov’è? E soprattutto dov’è il cambiamento? Vi fa più paura scendere in piazza e pretendere quello che vi/ci spetta che andare a votare, sapendo già che così facendo delegate di nuovo ogni decisione a poteri che vi deluderanno? Votate per stringere ancora più forti le catene che vi soffocano? So bene che la libertà fa paura, perché se per secoli abbiamo vissuto sotto l’uno o l’altro potere, capisco che è difficile vedersi senza, alla lunga quasi ci si affeziona al proprio seviziatore. Eppure il cambiamento è proprio davanti a noi e anche se sarà un appello gettato al vento, io ve lo propongo: i giorni delle elezioni raduniamoci nelle piazze, sfiliamo nelle strade e buttiamo in aria, strappiamo, quelle schede e decidiamo di delegittimarli tutt@.

Note

* anche se non sarebbe necessario, lo puntualizzo: non mi riferisco ai movimenti che compiono occupazioni a scopo abitativo, dato che essi si autodeterminano e non aspettano che i poteri gli concedino ciò che è un loro/nostro diritto.

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