Il peso di un cognome

Appena nata mio padre mi ha scelto un nome, mentre sul cognome non c’era da scegliere. Era il suo. Cresco portandomi appresso quello che scoprirò essere un marchio di appartenenza, che mi procurerà sia privilegi che sacrifici. Quando mi presentano usano frasi come “questa è MIA figlia”, “lei appartiene a quella famiglia”, “lei è la figlia di” sottolineando il fatto che io sia di mio padre e di mia madre, della mia famiglia e che di essa ne porto l’onorabilità.

Il delitto d’onore sarà pure stato tolto dal codice penale, ma culturalmente esiste nelle forme più svariate. Essendo figlia di una famiglia medio-borghese mi era vietato fare certe cose, come essere sfacciata, sia nel modo di parlare che di vestire, non potevo alzare la voce, camminare da sola dopo un certo orario, non potevo avere come amici/che persone che non appartenessero almeno al mio ceto.

Il peso di quel cognome l’ho sentito la prima volta quando chiesi a mia madre di uscire con delle amiche e lei prima disse sì, e poi, quando giunsero sotto il mio palazzo, con una scusa le mandò via. La motivazione? Che essendo ragazze delle palazzine popolari non facevano per me. Provai così tanta vergogna che il giorno dopo, senza dirlo a mia madre, chiesi scusa alle mie compagne per il suo comportamento e loro, per fortuna, capirono.

Il cognome che porti è qualcosa che ti identifica, ancor prima che tu possa realmente farti conoscere. La risposta alla domanda “sei figlia di?” può portare il tuo interlocutore a porsi nei tuoi confronti in modo positivo o negativo. Non nego di aver avuto favori per il solo mio nome: un mio professore di liceo, amico di famiglia, mi adorava e mi gonfiava i voti solo perché ero la figlia di. Per fortuna era un professore largo di voti con tutt@, altrimenti sarei stata giustamente odiata dall’intera classe.

Ma quel cognome mi ha anche impedito, tra le tante cose, di vivere bene la mia vita sessuale. Quando sei adolescente e il tuo mondo è la tua piccola città, dove tutt@ conoscono tutt@, come fai a scopare in pace? Ci puoi riuscire, ma prendendo tutte le precauzioni (non solo quelle ovvie) del caso e anche quelle impossibili. Non ci crederete ma, per colpa di una vicina pettegola, mia madre venne informata del fatto che mia cugina andava di nascosto a casa di un ragazzo. Cosa pensate sia successo? Il finimondo.

A questo aggiungete il fatto che la mia famiglia è molto cattolica e che quindi, quando mi sono dichiarata agnostica, mia madre è scoppiata a piangere.  Avevo disonorato la sua famiglia che era stata, da sempre, cattolica. Ancora oggi, ad anni di distanza, non se ne capacitano e pensano che sia un mio modo di fare la ribelle. Mi hanno anche chiesto se fossi satanista, ma questo forse ve lo racconto un’altra volta.

Il cognome, dunque, a mio avviso, è la prima violenza che subiamo. Sancisce che siamo proprietà di un clan che chiamano famiglia. Ci dice che apparteniamo ad una coppia che deciderà per noi ogni cosa. Ci dice anche che siamo coloro su cui peserà la dignità o onorabilità di quell’intera famiglia di cui portiamo il sigillo, ops cognome. Su di noi, ancora infanti, viene scaricata una serie di restrizioni e paure, che chiamano responsabilità, legate al cognome che, se un@ lo sapesse prima, lo rifiuterebbe a priori.

Il concetto di proprietà privata per me ha inizio proprio con l’uso del cognome, che anche se fosse della madre sancirebbe ugualmente un diritto di esclusività. Ovviamente essendo del padre non dice solo che io sono sua proprietà ma che è lui il capo della famiglia, andando ad alimentare una visione patriarcale di essa.

Il problema dunque è proprio la famiglia, che essendo costruita e vissuta come un branco, il primo tra tutti quelli che poi saremmo costrett@ ad affrontare, non può che essere considerato da me come un reato. La famiglia è un reato e forse uno dei più gravi. Attenzione, parlo della famiglia patriarcale e di tutte quelle forme di famiglia che ad esse si ispirano. Penso che la famiglia in sé non sia un concetto cattivo, anzi, ma che debba essere ridefinito in termini che non sanciscano né esclusività né possesso.

Mi piacerebbe sapere quali sono stati i pesi che avete dovuto subire, quali le limitazioni ed anche i privilegi che un semplice cognome vi ha procurato.

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3 risposte a Il peso di un cognome

  1. blogdelbasilico ha detto:

    Ho vissuto esperienze simili, anche se la religiosità estremamente distratta della mia famiglia mi ha tutelata un po’ da certe restrizioni.quanto a libertà e sessualità. Magari c’è stata più ambivalenza, quindi. Mai un “non lo puoi fare”, era chiaro che non l’avrei accettato, ma, che so, un “se vuoi studiare per il 6, ti vogliamo bene lo stesso”, salvo proibirmi di uscire di casa quando al classico cominciavano a fioccare voti non esaltanti. Quando mi fu detto che non dovessi frequentare una ragazza che parlava solo napoletano, avevo 14 anni e mi misi a piangere, gridai “Credevo che foste speciali, invece siete come tutti gli altri”. Purtroppo bisogna essere molto forti, e avere gli strumenti giusti, per comportarsi diversamente da quanto ti viene inculcato. Ora prendo le cose che mi piacciono di quella cultura e le combino più o meno allegramente con le esperienze che vivo a Barcellona. Sperando che, quando toccherà a me avere una famiglia, non incorra negli stessi errori “dei padri” 🙂 .

    • vaviriot ha detto:

      Innanzitutto ti ringrazio per aver condiviso con me la tua esperienza =)
      Inoltre posso dirti che, non credendo nel motto “tale padre/madre tale figl@”, sono convinta che, se vogliamo, potremmo sicuramente evitare tante violenze e restrizioni ai/alle bambin@ che verranno ^_^ Penso che il primo passa sia quello di non vederli più come una nostra proprietà ma come persone, più piccole e con meno esperienze, ma persone che posso insegnarci molto, soprattutto perchè non sono assuefatte come noi di una cultura autoritaria.

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