Ogni condanna è una sconfitta per tutt@

liberi tutti2

Leggo la notizia delle ennesime condanne a compagn@. Sei persone sono state condannate a sei anni per reati quali “devastazione e saccheggio”. Retaggi del ventennio, parole che puzzano di fascismo.

Ho il cuore pieno di dolore perché so che queste condanne sono legate ad una visione della giustizia che si basa sulle punizioni. Non rispetti le leggi che ti sono state imposte? Allora sei colpevole. Che importa che quelle leggi ti limitino, ti privino di dignità e capacità decisionale, che importa se in nome di quelle leggi tu sia sempre più sottomesso e precario, sempre più discriminato e meno libero. A chi importa delle violenze che in nome di una presunta legalità vengono attuate ogni giorno?

La legge, ci insegnano, sancisce ciò che è giusto e se la trasgredisci allora sei nell’errore. La legge è ciò che non può non esistere, se no, come noi, poveri umani, potremmo mai vivere? Senza padroni non riusciamo proprio a vederci. E allora eccola la vostra dannata giustizia, quella a cui delegate ogni cosa, perché paradossalmente vi è più facile credere che lo schiavista vi dia clemenza che pensare a prendervi da soli ciò che vi spetta.

L’autorità, a cui tanto siete devot@, a cui fate appello ogni volta che accade qualcosa, è questa, è quell’istituzione che va a pescare reati dal codice Rocco per condannare sei persone, come le dieci di Genova, per impartire una lezione a noi tutt@. Puniscine uno per educarne cento. Ecco su cosa si basa la legge.

E la parola punire non è usata a caso, perché la legge questo fa. Punisce ma non attua nulla che possa prevenire o recuperare le vere violenze (la resistenza è altro), altrimenti non solo lei stessa non avrebbe più senso ma si dimostrerebbe che lei stessa, e i poteri che tutela, generano violenza. Se le carceri fossero vuote,come farebbero i politici ad incitare le folle se non ci sono emergenze o presunti attacchi “terroristi” su cui lucrare?

Io il 15 ottobre 2011 ero lì, a piazza San Giovanni, quando gli scontri ebbero inizio e so che la violenza non era quella dei/lle compagn@, e che le dinamiche di ciò che è accaduto sono molto più complesse di ciò che si vuole far passare. Vi rimando a una serie di testimonianza (tra cui troverete anche la mia) che allora il blog Femminismo a Sud pubblicò e che vi potranno servire per farvi una vostra idea, perchè di imporvi la mia, come unica, non mi interessa.

Detto questo, vi prego di non venirmi a parlare di giustizia giusta, perché per me non esiste espressione più falsa. Non esiste nessuna legge, norma che sia giusta se il suo scopo è quello di normare e limitare. Quello che ci serve non è un padrone che ci dica cosa è giusto e cosa non lo è, ma bensì cultura che non sia solo tra le pagine dei libri ma che sia viva, che diventi gesto e azione.

Sento che le mie parole non verranno comprese, perché troppe sono le persone che invocano così facilmente la galera, pene più severe, perfino la pena di morte. Parole che si dicono, forse, senza neanche comprenderne il senso e le conseguenze. Eccola qui, dunque, una delle tante conseguenze. Queste condanne sono l’esempio di come il potere si auto-assolva colpevolizzando chi ha avuto la forza di reagire e dire basta alla violenza e allo stato, che è violenza e non smetterò mai di dirvelo.

Tutta la mia solidarietà ai/alle compagn@ condannat@ alla reclusione perché avevano deciso di esser liber@, con l’augurio che lo siano presto.

Nota

Per saperne di più e restare aggiornat@ sulla questione vi consiglio di leggere il blog di quella meraviglia di baruda.

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