Riflessioni sullo stupro di Delhi

Sullo stupro di Delhi si sono dette tante cose, ma ho voluto aspettare per dirvi la mia. Non conosco l’India e quel poco che so non poteva di certo aiutarmi a capire cosa effettivamente stava accadendo. Penso che dell’India debba parlarne chi la conosce e allora ringrazio la compagna che ha scritto questo post (che vi invito a leggere) non solo per le riflessioni che mi ha suscitato ma anche per l’articolo che ha linkato. Parlo del testo di Noopur Tiwari, una giornalista indiana che vive a Parigi.

Le parole di Noopur mi hanno colpito perchè mi hanno ricordato ciò che qualche anno fa abbiamo vissuto in Italia e che temo potrà riaccadere presto anche in altre forme. Sto parlando della caccia all’immigrato, all’uomo nero che viene a stuprare le donne italiche.

In Italia il problema fu l’etnicizzazione dello stupro, sembrava infatti che il problema fosse la provenienza dello stupratore e non la violenza che aveva compiuto, o che si pensava avesse compiuto. Ricordo infatti dei linciaggi, sia fisici che mediatici, contro uomini che poi si rivelarono innocenti, solo perché erano immigrati e quindi considerati/percepiti come possibili stupratori. Fu il delirio, che non risparmiò neanche la mia famiglia.

Ricordo che tra cugine non si parlava d’altro, tutte erano terrorizzate dagli immigrati. Io cercavo di spiegare che era una follia, che lo stupratore è uomo e basta, che lo stupro non è una violenza legata all’etnia ma alla cultura e che quella maschilista è presente ovunque. Per mesi non mi credettero, continuarono a temere gli immigrati ma alla fine mi diedero ragione. Perché, sfortunatamente, intorno a noi gli stupri accadono e quando te ne accorgi e capisci che tale violenza è compiuta da uomini e, nella maggioranza dei casi, da conoscenti o parenti, italiani al 100%, capisci che tu stessa sei stata stuprata, sì stuprata, da uno Stato che ti ha usata per approvare leggi e decreti razzisti.

A Delhi sembra accadere qualcosa di simile. L’isteria è in atto e anche i linciaggi. Il nemico da abbattere lì non sono gli immigrati ma gli uomini delle classi più povere. La scusa per noi era che ci stupravano in quanto italiane, mentre qui risiederebbe nell’essere donne colte e quindi più libere di pensiero. Eppure sappiamo che sono menzogne, che una donne è stuprata in quanto donna e forse qualcosa di più.

Durante le guerre i soldati sono soliti stuprare le donne, perché così facendo raggiungono due obiettivi: attraverso il corpo della donna violentano lo stato intero, e in secondo luogo cercano di ingravidarle per cancellare l’etnia di cui fanno parte. La donna è da sempre considerata una proprietà, prima della famiglia, poi del compagno/marito e infine dello stato. Noi siamo marchiate fin dall’inizio come proprietà di altri e siamo trattate infatti in tal senso. Le donne però appartengono solo a loro stesse ed è per questo che aggettivi come italiane, arabe, indiane mi fanno paura. Il mio corpo e la mia mente non appartengono a nessuno, a nessun uomo e a nessuna donna, men che meno a nessun gruppo o stato. Io sono mia e mia soltanto.

Dunque, a mio avviso, lo stupro su di una donna nasce non solo dalla brama di sentirsi onnipotenti ma anche dal voler violare una proprietà di qualcun altro. Non so se siano giuste queste osservazioni ma voglio condividerle con voi, per approfondirle e nel caso cambiarle. Lo stupro sembra quindi essere una violenza che si carica di significa orribili a seconda della circostanza in cui viene compiuto, ma essi sono sempre e solo motivi culturali. Il problema non è la classe o l’etnia ma la cultura di cui ci alimentiamo ogni giorno.

E se il problema è culturale il linciaggio o la pena di morte non sono e non potranno mai essere la soluzione. Ho tremato a leggere queste parole, perché sono violente quanto lo stupro. So che, come è accaduto in Italia, anche in India si cerca di generare il mostro, di creare l’immagine stereotipata dell’uomo malato, bestiale, che non sa contenere gli impulsi, con il solo scopo di deresponsabilizzarsi. Se il problema è nell’individuo, nella sua testa, allora si risolve punendolo.

Ma non è così e la galera come la pena di morte non risolvono nulla. Il problema è culturale e questo vuol dire che riguarda tutt@ noi. La cultura si cambia solo se si inizia a fare autocritica, a capire da dove nasce la violenza e cosa realmente va abbattuto, in termini di pensiero e non di vite. Non voglio la morte di nessuno perché so che non è utile né a me né alla donna stuprata, è utile solo alla cultura violenta che la ha generata e che con quell’atto continua a crescere.

La violenza* non si combatte generando altra violenza. Ciò che vorrei accadesse è che la si smettesse di chiedere galere, pene più severe, leggi* più ferree e si iniziasse a pretendere il cambiamento culturale che non può e non avverrà mai per mano dello Stato, la cui nascita e vita si basa sulle discriminazioni, ma per via degli individui. Non ci servono approvazioni o lascia passare per dare vita al cambiamento. Non si chiede al proprio carceriere la libertà, ce la si prende.

Vorrei che non equivocasse le mie parole e non passasse l’idea che essendo contro la galera vorrei vedere gli stupratori “impuniti”. No, non è quello che voglio, ma non accetto neanche l’idea della galera. Non è che bisogna per forza scegliere tra ciò che ci viene proposto, si può anche cercare altro.

Il carcere per me è inutile perché non risolve il problema né a livello culturale né individuale. Il carcere è quella struttura che permette allo Stato di lavarsene le mani, perché attraverso di esso scarica la responsabilità sui singoli. Il carcere ci dice che lo stupro è un problema di quel solo uomo. Ma non è così e non smetterò mai di dirlo.

Lo stupro è un problema culturale e quindi va risolto in tal senso. Non serve rinchiudere il singolo in una cella minuscola, non serve fargli assaggiare la violenza della polizia carceraria e degli altri detenuti. Tutto questo non farà altro che riconfermagli l’idea che vale solo chi ha più potere e che la violenza è l’unico modo per ottenere e reggere questo potere. Ed è per tali motivi che quest’uomo, appena uscirà, se ne avrà occasione, ricommetterà un’altra violenza.

E’ questo che vogliamo? Alimentare un circuito marcio e che non fa altro che irrobustire la cultura che genera lo stupro? Non sarebbe meglio puntare sulla prevenzione e sul recupero?

La prevenzione si può avere solo cambiando l’immagine della donna nella società e debellando il concetto di proprietà privata. Ma è un obiettivo a lungo termine e molto difficile da raggiungere, perché implica una messa in discussione da parte di tutt@. Quindi non lo si può attuare ora, ma si può da adesso lavorare affinchè il cambiamento avvenga. Il recupero invece si potrebbe attuare anche domani, se solo lo si volesse. Gli uomini che compiono stupri non lo fanno perché folli o psicotici, lo fanno perché c’è una cultura che gli dice che si può, che è lecito. Stiamo addestrando gli uomini ad essere violenti quando non lo sono. E’ una violenza orribile che dobbiamo troncare. L’uomo non è violento ma, come qualunque essere umano, può diventarlo se gli si fa un continuo e costante lavaggio del cervello.

Non so come possa avvenire il recupero degli stupratori, so solo che bisogna smantellargli l’idea che li ha portati a compiere quella violenza, bisogna fargli capire che la donna è una persona e che appartiene solo a sé stessa. Ma possiamo di certo iniziare insieme ad immaginarlo.

L’articolo di Noopur mi è piaciuto anche perché ha messo in evidenza la strumentalizzazione da parte dei media di questi stupri. Noi ne sappiamo qualcosa e anche se conosciamo il modo in cui vengono sovraesposte alcune storie di violenza, perché il voyerismo macabro fa alzare il numero di copie e click, mentre altre, forse scomode, vengono taciute o passate sotto banco, nonostante ciò a volte ci lasciamo trasportare dalle notizie oscurando la nostra capacità critica.

Noopur scrive “Come individui, sia che lavoriamo per i media sia che ne siamo consumatori, dovremo costantemente verificare ciò che andiamo dicendo, perché lo stiamo dicendo e a cosa porta il dirlo” e penso che non ci sia invito più saggio e ragionevole.

Ciò che manca nell’articolo è la messa in discussione del legame tra “le basi dell’induismo, le caste, il ruolo subordinato che ha la donna, da figlia a moglie o tragicamente a vedova” come descrive bene Luca in questo post che vi consiglio di leggere.

E, in generale, sul legame tra religione e società, tra religione e lotte per l’emancipazione che ritroviamo in molti paesi vi consiglio quest’altro post che dà numerosi spunti di riflessione, molti dei quali condivido, su come la religione non possa essere compatibile con il femminismo ma come d’altronde esistano tanti tipi di fede non religiosi da combattere.

Vi segnalo anche quest’altro post che tratta il tema del neocolonialismo italiano rispetto a tale notizia ma, a ben vedere, tale discorso, può valere anche rispetto a tutte le notizie proveniente da un qualunque paese estero.

Note

* ci tengo a precisare che per me la violenza è un male da debellare ma non la confondo con la r-esistenza. Spesso si usa il termine violenza anche per indicare azioni che con essa non hanno alcun legame, almeno per me. La violenza è compita da chi detiene una posizione di potere o privilegio sugli/lle altr@, la r-esistenza è l’azione che i soggetti subordinati compiono per liberarsi dal potere. Io sono e sarò sempre per la r-esistenza, qualunque forma essa abbia.

* La legge per me non è una risposta, anche se ne capisco la necessità in questo sistema. Infatti ho sempre lottato affinchè una legge come la 194 non venisse abrogata, perchè è ciò che in questo sistema per sopravvivere va fatto, ma d’altra parte lotto perchè nessun@, e in primis lo Stato, possa legiferare e quindi limitare la mia libertà, obiettivo che però è a lungo termine. Regolamentare è sinonimo di limitare, anche se ci sembra che ci tuteli. Per capire cosa intendo vi invito a leggere questo articolo di cui condivido la posizione delle femministe che lottarono negli anni 7o.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Antiautoritarismo, Antifascismo, Antipsichiatria, Antirazzismo, Antisessismo, Autodeterminazione, Omicidi Sociali, Pensieri Sparsi, R-Esistenze. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...