Mille, milioni, miliardi di atti che anelano alla libertà. Buon 2013!

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Il mio primo gesto di autonomia che ricordo nitidamente risale alla seconda media. Nonostante mi considerassi già grande mia madre mi accompagnava e mi veniva a riprendere, ogni santo giorno, fuori la scuola. La scusa era che, trovandosi in un luogo periferico e “malfamato”, non era consigliabile che io camminassi da sola.

Ogni mattina cresceva sempre di più in me il disagio di quel gesto, che sembrerà innocuo, ma che mi faceva sentire a disagio e stupida. Perché non potevo camminare da sola? Eppure avevo dato prova di saper attraversare la strada, di guardare sempre le macchine prima di oltrepassarla. Per di più ero una ragazzina docile e obbediente, non avevo mai dato problemi, facevo ciò che mi si diceva, ed allora perché si dubitava ancora di me?

La risposta di mia madre era: “io mi fido di te ma non mi fido degli/lle altr@”. Ma che risposta era? Era come dire che non avrei mai potuto fare qualcosa in autonomia perché altrimenti gli/le altr@ mi avrebbero assalita. Volevo urlare, ribellarmi, gridare ma alla fine andai ben oltre.

Avevo progettato questo momento in ogni suo particolare. Ricordo di averci pensato a lungo, di aver raccolto tutte le informazioni necessarie (memorizzato la strada giusta, alcuni negozi/insegne/palazzi che mi avrebbero aiutata ad orientarmi, calcolato la durata del tragitto e tanto altro). Tutto doveva essere preciso, tutto perfetto, perché solo così avrei dimostrato di esser grande. Infine, quando ero proprio certa di esser pronta, raccolsi tutto il mio coraggio e mi diressi dritta dall’unica persona che sapevo mi avrebbe fatto tentare. Mio padre. Sembra starno ma, tra tanti difetti, aveva anche qualche pregio, ovvero non amava l’idea di mia madre di renderci sempre dipendenti da lei.

Entrai nella stanza da letto dove mio padre stava facendo l’enigmistica, mi avvicinai con le mani giunte e testa bassa, dissi “papà, devo dirti una cosa”. Lui alzò gli occhi e mi guardò senza fiatare. Allora io, riformulando tutti i discorsi che mi ero preparata, me ne uscii con “sento di esser grande e vorrei poter tornare a casa da sola. Domani posso provare?”. Mio padre mio guardò con aria sospetta, non se lo aspettava proprio da quella figlia obbediente una richiesta di autonomia. Eppure, forse perché non avevo mai chiesto niente, accettò a patto che ritornassi a casa subito. Lui avrebbe fatto finta di tardare un quarto d’ora nel venirmi a prendere, così mia madre non si sarebbe preoccupata, e così facendo mi avrebbe dato il tempo necessario per dimostrare di esser grande. Quella sera andai a dormire nell’euforia totale.

La mattina arrivò presto e io già pregustavo quel quarto d’ora di libertà. Era la mia occasione, non potevo fallire. Per tutto il giorno fremetti, non riuscivo ad aspettare, volevo uscire da scuola ed incamminarmi verso casa. Volevo solcare quelle strade senza un sorvegliante, volevo poter scegliere il percorso che più gradivo, volevo poter camminare senza sentire continue raccomandazioni.

Dopo tanta pena quella campanella squillo. Era finita. Quella giornata di studio era finita e da ora iniziava il mio quarto d’ora di libertà. Uscìì da scuola e per la prima volta non dovetti cercare volti conosciuti. Mi misi subito in marcia e inizia a stare attenta a tutto. Camminavo sotto sotto i palazzi, perché da quelle parti le strade erano strette e prive di marciapiedi, mi guardavo in torno e cercavo di orientarmi. “Ah ecco, quello è il palazzo dopo il quale devo girare a destra.. oddio qual è la destra??” panico… poi mi ricordai “è quella con cui scrivi”. Mi guardo a destra, riconosco il fruttivendolo, proseguo. Un’occhiata all’orologio, “sono in orario”. Mantengo il passo. “Chissà cosa dirà mamma quando sentirà il citofono e sarò io a risponderle, mentre papà non è ancora tornato”.

Ero felicissima. Avrei saltellato di gioia ma per la vergogna mi trattenni. Mi sentivo grande. Guardai la strada, ero quasi arrivata. Dovevo arrivare prima di mio padre, altrimenti mia madre non avrebbe creduto che fossi ritornata da sola. Misi la quinta anche se avrei voluto godermi quel momento, ma allora l’importante era rimanere nei patti e mio padre era un precisino doc.

Arrivai al cancello del mio palazzo, dovevo bussare. “Chissà cosa dirà? Che faccia farà? Si arrabbierà?”. Ebbi paura di bussare, pensai di aver sbagliato tattica, forse non mi avrebbe più lasciata sola per un momento, ma era tardi per ritirarsi. Bussai. “Pronto?”, “Mamma sono io”, “E che ci fai qui? Papà dove sta?”, “Ha ritardato e sono tornata da sola, mi apri?”. Il cancello si aprii. Mi aspettavo il peggio, grida, mazzate, tutto e di più. Ed invece mia madre era così stupita che non fece altro che chiedermi come avevo fatto e quando mio padre rientrò le disse che ci eravamo messi d’accordo, che era una prova e che avendola superata rispettando i patti potevo d’ora in poi andare e venire da scuola da sola.

Ero diventata grande. Ce l’avevo fatta!!! In quell’attimo provai a me stessa che potevo farcela da sola, che potevo decidere per me. Oggi guardo quell’episodio con grandissima dolcezza, perché a ben vedere non fu proprio libertà, ma allora la vissi così e fu importante per la mia autostima. Da allora compii molte altre imprese di liberazione, o almeno a me sembravano tali, che fanno parte di un percorso che tutt’oggi non si è concluso e non si può concludere se non ci libereremo tutt@. La mia libertà è legata a quella di tutt@, se solo una persona sarà schiava lo saremo tutt@. Non è retorica, è la verità.

Quello che vi/mi auguro per questo nuovo anno sono mille, milioni, miliardi di questi atti che aspirano, cercano, anelano alla libertà.

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