L’inutilità della censura nella lotta all’immaginario sessista

Ogni giorno sul web, in tv, sui giornali, sui manifesti che tappezzano le città, ci sono culi, tette, bocche aperte a simulare pompini, che sono vendute e ti vendono qualunque cosa. Queste immagini sono lì a dirti che:

– La donna è un oggetto, pari a quello che si vuole vendere. Non a caso ci sono infiniti esempi di pubblicità che giocavo sul doppio senso, su frasi come “Te la diamo gratis” che portano ad associare la donna, che si vede nel volantino, a qualcosa che è in vendita insieme al vero oggetto o servizio pubblicizzato.

– Il corpo della donna è sempre erotizzato e, per giunta, lo è sempre in modo etero. Queste pubblicità hanno l’obiettivo, da una parte, di attizzare il testosterone, imponendo all’uomo una sola sessualità e un solo corpo da considerare erotico/desiderabile, e ,dall’altra, di obbligare le donne a guardarsi con gli occhi dell’uomo che loro stessi stanno plasmando.

– Il corpo propostoci è sempre photoshoppato, ovvero rappresenta quella presunta perfezione che non esiste se non attraverso l’uso di programmi che ci cancellano quei tratti che ci rendono unici e umani. Ci invitano/obbligano ad essere dei cloni, a raggiungere un livello di omologazione (detta perfezione) che ricorda tanto l’immaginario fascista, dove tutt@ erano ugual@ tra loro e marciavano come se fossero un tutt’uno.

Quello che mi sconvolge di queste pubblicità non è, ovviamente, il nudo, di cui tappezzerei l’intero pianeta, ma la sua strumentalizzazione e erotizzazione con fini normatizzanti. Come ho già chiarito in precedenza, non considero reato né poco dignitoso, l’uso del proprio corpo per fini lavorativi. Quello che mi fa arrabbiare è il modo in cui il nudo, che è un elemento di per sé sovversivo, in una società bigotta come la nostra, sia stato strumentalizzato proprio per alimentare quella stessa cultura.

Affermo questo perché nonostante la presenza di culi e tette (la fika non ce la fanno vedere), la cultura ci continua ad insegnare che quell’uso del corpo è sbagliato, è immorale, poco dignitoso, portandoci a guardare con discrimine e pregiudizio le donne che di questo campano, mentre dall’altra continua a ridurre la donna ad un oggetto per il piacere etero.

Cosa c’è di sbagliato in tutto questo? Tante cose. Sbagliato è, per me, non l’uso del corpo ma la normatizzazione che attraverso di esso si porta avanti. I corpi propostici non sono liberi, ma assoggettati ad una cultura che li vuole perfetti ed etero. L’erotizzazione, che secondo me di per sé non è dannosa, lo diventa se ha lo scopo di ridurre la donna ad oggetto, privandola quindi della sua dignità di persona, e proponendo sempre un’unica versione della sessualità, quella etero-dominante escludendo automaticamente tutti gli altri generi.

Ciò accade perchè quei corpi che guardiamo non si autodeterminano, nel senso che possono solo scegliere se farsi usare o meno, ma non come. Questo discorso ovviamente vale per qualunque altro lavoro in cui, almeno per me, è impossibile parlare di libera scelta (abbiamo davvero possibilità di scegliere, ancor prima quale tipo di lavoro svolgere, se lavorare o meno?).

Difronte a tale situazione cosa si può fare? La pratica che spesso mi ritrovo proposta è quella della richiesta di ritiro della pubblicità. Una richiesta che si fonda sull’idea che, essendo quell’immagine lesiva della dignità della donna, essa debba essere eliminata.

Ma come si fa ad eliminare milioni di foto, immagini, fumetti, film, video ed ect? Ma soprattutto è davvero questo quello che si vuole? Censurare? So che alcune delle persone che scelgono questa pratica sono coscienti del fatto che non basta limitarsi a far ritirare quella o l’altra pubblicità, ma che urge un cambiamento culturale senza il quale la singola censura è inutile.

Eppure, anche se so che il termine non piacerà, sempre di censura si tratta. Perché dico questo? Perché il problema non è la singola immagine ma la cultura che l’ha prodotta. Si possono far ritirare milioni di immagini ma se non si mira al centro del problema si rischia di non ottenere alcun cambiamento. Un’immagine la si può far ritirare ma una cultura come la si ritira? Per me la risposta è nella sovversione di cui cercherò di illustrarvi gli aspetti che io reputo positivi:

L’autodeterminazione e mancanza di autorità. Per far ritirare una pubblicità bisogna rivolgersi all’IAP che, prendendo atto delle varie motivazioni, decide se accettarle o meno. E’ un delegare a terzi la decisione di sancire ciò che è lesivo e ciò che non lo è nei confronti della donna. Ma in base a cosa si decide tutto questo? Quali canoni vengono seguiti? A me questo meccanismo fa venire il prurito, perché mi ricorda tanto quei padri delle mie amiche che decidevano cosa era consono o meno per le loro figlie. La sovversione invece non richiede il lasciapassare di terzi e ha bisogno solo dell’autodeterminazione di chi la compie.

Un immediato risultato. Come ho già precisato, per me le pubblicità non sono lesive per l’uso del nudo, ma per il messaggio che veicolano. Ora se l’obiettivo che si vuole raggiungere è, come credo, quello di lavorare sulla cultura e sulla visione della donna che essa genera, come si pensa di farlo attraverso la richiesta di ritiro della suddetta immagine? Mi spiego: la censura non serve a nulla a livello culturale dato che non permette ai/lle destinatar@ del messaggio pubblicitario di capirne la pericolosità. Le motivazioni per cui una pubblicità viene ritirata, spesso, sono note solo a chi si è impegnat@ per raggiungere questo obiettivo, ma alla maggior parte delle persone nulla di questo sarà arrivato e soprattutto nulla nel loro modo di pensare sarà cambiato. Far ritirare una pubblicità non serve se il suo spazio sarà occupato da un’ulteriore pubblicità sessista che però è meno di impatto. Che il sessismo sia soft o strong non fa alcuna differenza. La sovversione invece permette di raggiungere le persone comuni, perchè se invece di ritirare quella pubblicità, ci munissimo di scale, spray, mascherine, pennarelli, scope, colla e chi più ne ha più ne metta, e andassimo a decostruire quell’immagine con parole o immagini che riteniamo opportune, avremmo raggiunto due obiettivi: le persone che passeranno di lì e vedranno la nostra sovversione forse recepiranno il messaggio o comunque non ne potranno restare indifferenti. In secondo luogo, se un lavoro del genere venisse fatto sistematicamente, si riuscirebbe a dare alle persone gli strumenti necessari per decostruirsi da sè l’immaginario propostoci da tutti i media, il che vuol dire rendere tutt@ più consapevoli del sessismo che c’è in giro.

Solo rendendo le persone più consapevoli si può prospettare quella rivoluzione culturale a cui, in modi diversi, tutt@ aneliamo. Ma la liberazione per me non può iniziare se ancora oggi deleghiamo a terzi, vedi IAP, la decisione di ciò che è o non è sessista. Un tempo si diceva “il corpo è mio e me lo gestisco io” e penso che nel dirlo si facesse riferimento anche alla volontà di non delegare più a terzi (padri, mariti, fratelli ma anche giudici, medici, governi, istituzioni o enti di qualsiasi tipo) ciò che solo a noi spetta decidere.

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2 risposte a L’inutilità della censura nella lotta all’immaginario sessista

  1. mariatinka ha detto:

    Concordo pienamente. Aggiungerei che tutto ciò che lede la donna sta ledendo anche l’uomo e dintorni. Rosario Gallardo è pronto ad agire chiunque voglia unirsi a noi mi può scrivere info@rosariogallardo.com. zona Milano… ;D

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