Sul lavoro e la dignità

Inizio questa mia riflessione copia-incollando una storia, una testimonianza, che ho letto tra i commenti di un’accesa e interessante discussione, che potete leggere per intero QUI.

Ancora mi domando come si fa a misurare la consapevolezza delle persone, la quantità di libertà con cui chiunque compie qualsiasi scelta e il grado di dolore che è sopportabile o rigettabile dal punto di vista di chi una cosa non la fa. Perché mia cugina, molto onorevolmente, ha le braccia e le mani quasi del tutto paralizzate dopo più di 10 anni di montaggio in fabbrica. Quando ha lasciato Napoli e ha trovato lavoro fuori, con il marito e la figlia appena nata, le abbiamo fatto tutt* gli auguri “evviva! Ti sistemi”, ha pagato il mutuo e cresciuto una figlia (nei ritagli di tempo, perché per pagare quel mutuo hanno lavorato sia lei che il marito – lui oggi con qualche problemino di alcolismo – tutti i giorni per nove ore al giorno). A 44 anni non riesce a stringere la scopa per pulire a terra, le dita non si chiudono abbastanza, non può prendere i pacchetti di pasta dal pensile perché, nonostante la fisioterapie, se alza le braccia, comunque non ha forza. La soluzione è andare a fare pompini? e chi lo dice? Se non ti piace non li devi fare, perché essere costretta per fame e fare pompini è uno schifo, ma certo. Anche quelli dopo un po’ probabilmente stancano, portano malattie professionali. Ma chi può stabilire che è meno dignitoso fare la cubista o fare pompini, rispetto a montare elettrodomestici che verranno venduti nei paesi dell’est? (oggi accade il contrario, dai paesi dell’est gli elettrodomestici arrivano in occidente, lavoratori e lavoratrici sono in condizioni ancora peggiori di quelle in cui ha lavorato mia cugina). Qualcuno a mia cugina l’ha salvata?
Quale era il suo livello di consapevolezza quando è entrato in fabbrica, riusciva a capire che dopo un tot di anni avrebbe sviluppato una serie di malattie professionali? Lavorare per il capitale, mantenendo in piedi questo sistema economico quando mi ha danneggiata? Che dite, andiamo ad ammazzarla quella stronza di mia cugina?

Serbilla

Oltre a dare tutta la mia solidarietà alla cugina di Serbilla, voglio soffermarmi con voi su queste due parole: libertà di scelta e dignità.

La prima, da quando ho iniziato il mio percorso femminista, mi ha sempre suscitato grandi dilemmi. Cosa significa libertà? Cosa vuol dire avere la possibilità di scelta? Come mi accorgo quando ne ho e quando ne sono priva? C’è differenza tra il poter sceglie e avere la possibilità di scegliere tra le opportunità proposteci da altr@?

Per trovare delle risposte ho dovuto analizzare il contesto, e quindi la società, in cui viviamo. Essa è capitalista, ergo si basa sullo sfruttamento che chiamiamo lavoro. Il lavoro, in questo sistema, altro non è che mercificazione. Hanno reso ogni centimetro del nostro corpo e del nostro cervello merce, che lo si voglia ammettere oppure no.

Alla luce di questo, non potendo cambiare per il momento il concetto di lavoro, lo si può solo rendere “più sopportabile” potenziando i diritti dei/lle lavoratori/trici. Uno di questi diritti è lo stipendio. Elemento che ci rende merce, è inutile negarlo, ma che in un sistema capitalistico ti permette di sopravvivere, perché la vita non è un diritto (lo è per i pro-life solo prima che esci dall’utero, quando sei un ammasso di cellule, poi so cazzi tua) e se non te la puoi permettere, cioè pagare, allora muori. Ne ho parlato qui se volete approfondire.

I soldi sono quindi ciò su cui si basa il sistema. Ora, detto che tutt@ i/le lavoratori/trici sono degli/lle sfruttati/e, perché ci si applica a condannare le donne che usano il proprio corpo per guadagnare? Perché si pensa che solo lavori come la spogliarellista, la prostituta, la ballerina ed ect prevedano l’uso del corpo? L’operaia non usa il corpo? La signora che mi vende la frutta al mercato non usa il corpo? L’infermiera non usa il corpo? E l’insegnante? La segretaria? La cameriera? La signora che lava i palazzi? Ed ect… Quei lavori si fanno con l’uso del pensiero?

Ora, se tutti i lavori prevedono una percentuale di uso del corpo e della mente, che differenza fa se uso più una che l’altra? La mia alienazione peggiora? E perché? Secondo quale logica o concetto?

Ecco che esce dal cilindro dei concetti che significano tutto e niente, la parola dignità. Se mostri le cosce sei poco dignitosa, se ti metti a 90 gradi per strizzare la pezza per lavare il cesso di un bar no, hai tanta di quella dignità che quasi ti santificano. La dignità, per chi la usa collegata al lavoro, sarebbe quel concetto che ti porta a scegliere un lavoro di merda, in cui vieni pagata una miseria, rispetto ad un altro lavoro di merda, dove però lo stipendio è più alto. Quindi, alle mie compagne che fanno le hostess ai convegni devo dire che sono delle svergognate e che non dovrebbero prestarsi a tali ruoli, che la dignità, LA DIGNITA’, pretende da loro che si spezzino schiena e braccia, che si sfianchino in lavori peggio pagati invece di stare lì a fare le “belle statuine”. A fine mese ci arriveranno comunque, facendo anche due lavori, di quelli dignitosi, a discapito di quell’unico che ti permetteva anche di avere tempo per lo studio e la lotta… vorrà dire che studieranno di notte e lotteranno con il pensiero. Questo ed altro per la dignità!

E l’autodeterminazione? Che si fa? La menzioniamo quando ce pare e poi, quando ci girano, diciamo che quelle che scelgono di usare il corpo per guadagnare di più non sono autonome? Allora sono minorate? Avevano ragione i maschilisti? E se non sono minorate, come non lo sono, perché le negate la possibilità di scelta?

In questo sistema di merda, dove siamo tutt@ degli/lle schiav@, possiamo solo decidere quale forma dare alla sostanza,  che resta schiavitù (detta lavoro),  senza però avere la presunzione di credere che una scelta ci rendi migliori o più liber@ che un’altra. Nessuna lo è se è all’interno del sistema lavoro-capitale. Quindi smettiamola con la retorica della libera scelta perché nessun@ di noi ne ha.

Detto questo, si può mai condannare chi decide di minimizzare lo sforzo e massimizzare il guadagno, non sfruttando nessun’altr@, ma solo se stess@ e il suo corpo?

Mi sono sentita dire che il problema è anche questo, che si guadagna di più a mostrare tette e culi. Ma sarà mica colpa loro? Non è colpa del sistema che ha deciso così? Da quando i/le lavoratori/trici decidono il loro stipendio? Pensate sia troppo? Chi lavora con il proprio corpo avvolte dice che è poco, e perchè non credergli? Non è che essendo le loro paghe più alte di quelle “normali” sono automaticamente giuste. Non è che loro non siano sfruttate, quindi prendersela con loro per me è allucinante.

Volete davvero cambiare le cose? Rivolgetevi ai capi e non ai dipendent@, chiedetegli spiegazioni sul perché una tetta valga di più di un braccio, di un piede, e poi capirete che alla base c’è proprio quella cultura che ci vuole divise, tra sante e puttane. Se la mia tetta vale di più del mio piede è solo perché questo sistema ha sempre voluto la donna santa e quindi, quando vede una cosiddetta puttana*, si eccita e sgancia. Perché se fossimo tutte puttane questa cultura non avrebbe più senso, se ne smaschererebbe il meccanismo e verrebbe meno l’eccitazione che si basa sulla dicotomia tra per bene e per male. Se invece di porci limiti, li superassimo e quindi ,invece di rinnegare l’uso del corpo, per qualunque fine si voglia, ce ne riappropriassimo non solo faremmo un passo in avanti su un discorso che in Italia è fermo al medioevo, ma creeremmo un filo che ci unirebbe tutte e ci permetterebbe di lottare insieme non per la dignità, ma per un’effettiva libera scelta che non potrà esistere se non smantelliamo tutto ciò che ci lega, concetti inclusi, a questo sistema.

NOTE

* io sono e mi definisco una PUTTANA. Tale termine nasce per indicare. in modo dispregiativo  le donne che offrono servizi sessuali, ma il suo uso è molto più vasto. Puttana è la donna autonoma, che ha semplicemente una vita sessuale, che non ha paura di esprimersi, che pensa, che reagisce, che si autodetermina. Puttane sono le donne che non rispettano i ruoli e i limiti che gli sono stati affibbiati. Proprio oggi leggevo una riflessione su tale concetto, che approvo in pieno, e che vi segnalo qualora voleste saperne di più: Puttana si nasce o si diventa?

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7 risposte a Sul lavoro e la dignità

  1. unaltradonna ha detto:

    santa e puttana sono due categorie inventate, perlappunto, da chi divide le donne in questo modo (e fatte proprio purtroppo anche da molte donne). Per questo per me ci si dovrebbe rifiutare di usarle entrambe, cominciando dai nomi a rifiutare l’identificazione con questo pensiero che divide e contrappone per dominare meglio.

    • vaviriot ha detto:

      E se invece di rinnegarle o censurarle, le sovvertissimo?? Io sono per questa modalità =)

      • unaltradonna ha detto:

        a mio modesto avviso così non se ne esce, perché la sovversione mantiene lo schema costrittivo della contrapposizione binaria tra ruoli.
        E i ruoli sono da abbattere, da radere al suolo. Così come ogni barriera, immaginaria, o inventata per creare gerarchie, tra i tanti presunti o reali modi di essere donna. Io almeno la vedo così…

      • vaviriot ha detto:

        capisco, ma penso che la sovversione invece permetta proprio di uscire da quei ruoli che entrambe vogliamo eliminare. Non so se sia chiaro, ma quando mi dichiaro puttana non sto accettando l’uso che di quella parola si fa, e neanche la divisione da cui nasce, ma ne sto smascherando il moralismo e il sessismo, affermando così che l’essere puttane non significa niente come non lo è essere sante. Quando qualcun@ mi offende chiamandomi puttana io, dichiarandomi tale, gli rompo il meccanismo di offesa, e metto in luce il sessismo di quella parola. E’ un modo per disinnescarla e porre fine al binarismo, perchè se dimostriamo che esser puttane vuol dire solo libere (libere anche dalle dicotomie) non ci sarà più contrapposizione a neanche necessità di definirsi. Però mi hai dato degli imput su cui spero di scrivere una riflessione, perchè io mi definisco queer proprio perchè odio le definizioni e infatti questo termine è un modo per disinnescare tutte le altre categorie.

  2. emaMart ha detto:

    ma se tutti sono servi/serve/schiavi/schiave chi sono i padroni e le padrone?

    • vaviriot ha detto:

      Quando dico che il lavoro ci rende tutt@ schiav@ intendo che ci rende schiav@ del capitale. Poi, tra di noi, c’è chi sfrutta il lavoro altrui per arricchirsi, e quest@ sono i/le padroni, e chi lavora per altr@ per sopravvivere, cioè noi. Sfortunatamente la divione di classe non solo esiste ancora ma si sta accentuando ancor di più

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