Il libero sapere ha un prezzo

Ogni volta che parliamo di libero sapere, di preciso a cosa ci riferiamo? Quando lottiamo affinchè la cultura sia di tutt@, comprendiamo anche le classi meno abiette? Sono domande retoriche, lo ammetto, ma da stracciona/disoccupata quale mi ritrovo, non posso fare altro che pormele.

Sono incazzata, ve lo dico chiaro e tondo, così partite premunit@. Sono incazzata perché vorrei leggere l’impossibile ma, se non hai i soldi, non puoi farlo, devi frenare la tua voglia di conoscenza. Ma dato che di farlo non mi passa neanche per l’anticamera del cervello, preferisco affrontare il problema.

Il costo dei libri.

Perché non permettete di scaricarli? Questa domanda non è rivolta a tutt@ gli/le scrittori/trici (dato che il libero sapere non interessa tutt@), ma solo a quell@ libertari che prima parlano di un pensiero libero e accessibile a tutt@ e poi gli danno un prezzo? Io ci trovo molta incoerenza. Se non sbaglio, sui testi anarchici e libertari non c’è copyright, ma al massimo può esserci il copyleft che invita a citare la fonte e a non manipolare il contenuto. E su questo sono d’accordissimo. Ma il prezzo me lo spiegate?

Capiamoci, a me non interessa il prezzo in sé, che sia 50 centesimi o 50 euro, per me non cambia nulla. Il problema è il principio. Perché devo pagare per conoscere? Perché devo privarmi del piacere della lettura perché non posseggo dei soldi? Non è in base a questo concetto che si sono generate discriminazioni per secoli? Non è stato questo modo di pensare che ha impedito ad intere generazioni di accedere alla conoscenza perché le scuole erano solo per chi se le poteva permettere?

So bene che di questi libri si possono fare le fotocopie, ma io non sempre trovo compagn@ che li possiedono e avvolte scoccia chiedere “me lo puoi prestare”? Perché di prestito si tratta e questa parola ne richiama un’altra, la proprietà privata. Anche i libri possono diventarlo se per accedervi devi comprarli. Se compri un libro quella copia è TUA, cioè tua proprietà. E questo non è un concetto che dovremmo abbattere?

Personalmente non sono contraria alla possibilità di guadagnare sui propri libri, perché mi sembra una libertà lecita, ma perché porla come un’imposizione? Mi spiego. Io preferirei poter avere di fronte non un diktat, del tipo o compri o niente, ma una possibilità di scelta. Potreste permettere alle persone di scaricare il testo ed invitarli a lasciarvi un’offerta o comprare il libro per sostenere i vostri futuri lavori o solo perché si reputa giusto farlo. Ovviamente la mia è un’ipotesi buttata lì, senza tanto rifletterci, ma credo che davvero si possano trovare modi alternativi anche per chi, giustamente, vuole ricavare qualcosa da questi lavori.

So bene anche che le case editrici senza fondi non vanno avanti, quindi capisco che ci sono delle difficoltà, ma non riesco a non vedervi un’incoerenza di fondo, almeno per quelle libertarie. E’ da un paio di mesi che sbavo appresso ad un testo, il cui titolo non vi dirò perché non mi interessa catalizzare l’attenzione sul singolo, ma che non posso comprarmi anche se il suo prezzo non è elevato. Sto con le pezze al culo, non posso proprio farci nulla.

La cosa che mi rode è che non lo troverò né in libreria né in biblioteca, dove avvolte puoi rimediare dei testi che altrove sono spariti, ma non è questo il caso. Questo testo, che io reputo davvero bello, non è così accessibile e quindi, amen, devo per forza aspettare di poterlo comprare, non ho molte alternative. Eppure la lezione dell’anarchia non è che ci sono sempre alternative? Che non c’è una norma?

Non credo di avere le conoscenze appropriate per poter approfondire con cognizione di causa l’argomento, l’ho affrontato da lettrice e da anarchica e vorrei solo poter capirne il motivo. Intanto continuo a sfamare la mia fame di letture escogitando metodi altri dallo “sganciare i gettoni”.

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