Le botte non sono educative

Leggo la lettera di Christopher Chiesa e, volendo rispettare la sua giustissima scelta di non dare in pasto ai media la sua vita privata, anche se le circostanze lo hanno portato a darne una parte, mi limito ad invitarvi a leggerla e nel frattempo condivido con voi le riflessioni che le sue parole mi hanno stimolato.

La prima cosa che mi è venuta in mente sono state le mazzate che anch’io mi sono presa. Mazzate “come si deve”, quelle vere, con canne di bambù lunghe il giusto per colpiti anche quando sei seduto al lato opposto della tavola. In casa mia “l’educazione” dei figl@ si rifaceva a quello stupido e insensato pensiero che prevede l’uso della forza, leggeteci botte, per farsi rispettare. Io non me le ricordo tutte le botte che ho preso, sono troppe e anche se ogni volta lasciavano un segno, sfortunatamente devo ammettere che mi ci ero abituata.

Non fraintendetemi. Fa male essere picchiati, fa male essere umiliati, fa male vedere quelle mani che dovrebbero sostenerti prenderti a schiaffi fino a farti stordire. Ma se subisci questo per anni, ti sembra che sia normale, che sia un loro diritto e che tu, da figlia, puoi solo ribellarti, ma non troppo.

Ci sono voluti anni, più di venti, per capire che quella violenza, che entrambe i miei genitori compivano su di me e che a sua volta mia madre subiva da mio padre, era qualcosa di intollerabile e di sbagliato. C’è voluto troppo tempo per capire che non era amore, anche se mi ripetevano che era per il mio bene, che questo non era nulla rispetto a ciò che i loro genitori facevano a loro, ed ect. Ce ne ho messo per capire che questa non è educazione ma violenza.

Ho preso coscienza di tutto questo solo grazie al femminismo che mi ha aiutata a capire tante cose e a mettere me stessa in discussione. Infatti se i miei erano violenti, perché educati come tali, anch’io non ero immune dalla violenza seppure ne ero vittima. La violenza io non l’ho solo subita ma introiettata e riprodotta. Ricordo le parole che urlavo e che oltre ad essere un moto di ribellione avevano anche un intento di umiliazione. Giocavo con le loro stesse armi. Se loro mi ricattavano a livello emotivo io non ero da meno. E’ qualcosa che vi spiegherò bene un giorno, ma adesso preferisco andare avanti e ricordare il momento della svolta.

Una sera bloccai la mano di mio padre e così facendo sancii il mio diritto di difendermi, non solo a parole, ma anche con il corpo. Non ebbi solidarietà né da mia madre, che protessi da quello schiaffo, né da nessun altr@. Io ero quella che aveva osato alzare le mani contro mio padre. Nonostante la lettera scarlatta di femminista (che in casa mia è usato come insulto, associato spesso ad esaltata e pazza) e di violenta, da quel giorno mio padre ha capito che io avrei reagito e che non starei stata più ferma, come prima (la mia resistenza si limitava a stare ferma, subire le botte guardandolo però negli occhi, con l’intento di sfidarlo).

Anche se mio padre da quel giorno ha smesso di alzare le mani, non solo per quel singolo atto ma per le nostre continue discussioni, che alla fine lo hanno un po’ contaminato e adesso, anche se maschilista è e rimane, sa che è sbagliato alzare le mani. Ci ricade raramente e comunque io sono sempre lì, pronta a reagire. Sono contenta di sapere che a qualcosa è servito tutto questo dolore, anche se alla violenza psicologica, rispetto a quella fisica, è più difficile metter fine.

Lì non so se riuscirò ad avere mai un successo, è troppo difficile quando entrambe i tuoi genitori continuano non solo ad offendersi tra di loro ma, insieme, a non apprezzare ciò che sei, quello che fai, le scelte che prendi ed ect. E qui entra in ballo l’altro argomento, quello del riconoscimento.

Le parole di Christopher mi hanno fatto pensare anche al riconoscimento, quell’idea assurda che ci porta a credere che, solo attraverso il pensiero altrui, le nostre idee e noi stess@ possiamo trovare validità, dignità. Nella mia vita ho cercato il riconoscimento dei miei genitori fino ad annullarmi, e nonostante ciò non l’ho ottenuto. Ho cercato il riconoscimento attraverso certe realtà e neanche lì mi è andata bene, perché se sei femminista sei scomoda un po’ a tutt@. Poi sono arrivati tempi migliori, ho trovato compagne e compagni su cui contare, che mi hanno davvero fatto crescere e mi hanno anche fatto trovare la forza per mettermi in gioco e fare quelle scelte che da tanto tempo rimandavo.

Se prima soffrivo per il disconoscimento da parte dei miei familiari e da parte di alcun@ compagn@, oggi non è che mi facciano sorridere, ma ci convivo e soprattutto sento di non averne per forza bisogno. Io so che strada sto percorrendo, so che non è quella che la società vuole che io percorra, so che tutte le mie scelte saranno percepite come sbagliate, so che sarà difficile e che poche saranno le persone che mi comprenderanno, ma va bene comunque. Preferirei che queste modalità di umiliazione e isolamento finissero, e lotto per questo, ma per ora bisogna accettare le cose e nonostante ciò fare le proprie scelte. Come diceva un saggio “vivi come se il cambiamento fosse già avvenuto”. Ed io così intendo fare, alla faccia di chi pensa che il suo disconoscimento possa fermarmi.

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Una risposta a Le botte non sono educative

  1. versokadath ha detto:

    Mi rivedo molto nelle parole che hai scritto e condivido il tuo ragionamento, forse perchè condivido anche un percorso simile al tuo (soprattutto quando racconti di come hai “bloccato” tuo padre e nessuno ha solidarizzato con te e di come il femminismo ti ha aiutato a capire molte cose). Ciao!

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