Attenzione ad invocare la psichiatria

elettrochoc

E’ abbastanza comune, quando ci si arrabbia, usare frasi del tipo: “ma sei pazz@” oppure “hai bisogno di una visita psichiatrica” ed simili. Credo che il motivo per cui le si usa abbia più accheffare con l’automatismo che con un’effettiva volontà di prestare i fianchi alla psichiatria. Un po’ come per il vaffanculo, che molt@ (non tutt@) usano non per alimentare l’omofobia o il sessismo, ma perchè è un’espressione così diffusa che ci esce “spontanea”. Eppure di spontaneo non c’è proprio nulla e come ben sappiamo le parole hanno una storia ed un potere, come quello di offendere o veicolare messaggi che noi stess@ rinneghiamo.

In questo momento mi concentrerò di più sull’uso dell’espressioni che gravitano attorno alla psichiatria, ma un’analisi delle espressioni correnti prima o poi la farò. Come ho detto, non credo che chi usa queste espressioni, me in primis (non posso far finta di non cadere nell’uso di tali espressioni), abbia l’intenzione di assecondare la continua psichiatrizzazione del dissenso o di ciò che devia dal nostro pensiero, modo di vivere. Eppure non possiamo fingere di non conoscere la storia di queste parole e la bruttura, se non proprio merda, che si portano dietro.

Credo che il discorso sul linguaggio sia interessante per tutt@, e a maggior ragione per chi si occupa di antisessismo, dato che nella nostra lingua il sesso femminile è stato spesso cancellato. Ma l’italiano non è solo sessista ma può anche essere fascista, razzista e classista e chi più ne ha più ne metta. Le parole in sé non hanno il potere di fare alcunché, né di offendere né di fare apologia, per esempio, ma se noi le carichiamo di significati e quindi le rendiamo veicoli di messaggi, questo diventa possibile. Il messaggio che viene fuori da espressioni come quelle citate è che il dissenso o l’essere semplicemente altro dalla norma sia definibile come “folle” quindi privo di dignità.

La parola pazza non può non rievocarci tutte quelle volte che le donne, massacrate, stuprate, picchiate, umiliate, hanno trovato la forza di reagire e per questo sono state definite pazze. Questa sola parola bastava a screditare la loro testimonianza e a lasciarle sole e senza giustizia. Questa stupida parola ha condannato milioni di persone a violenze di ogni genere, e sfortunatamente continua a farlo. In nome di questa parola si è accentuato il confine tra ciò che è considerato “normale”, e quindi giusto, da ciò che è “deviato”, quindi sbagliato. Parole come folle/pazzo sono paragonabili a parole come puttana, come cattiva, come violenta ed ect. Queste espressioni prestato il fianco ad una cultura che ci impone un pensiero dicotomico, in cui o sei bianco o sei nero, o sei normale o sei pazzo, o sei santa o puttana, o sei violenta o non lo sei e via discorrendo, senza tenere conto delle sfumature che esistono e che, quelle sì, sono vere. I compartimenti stagni a cui ci hanno abituat@, per me, non sono reali. Sono costrutti culturali che servono solo per dividerci e renderci meno liber@.

Ma se lottiamo per il raggiungimento di un’effettiva libertà non possiamo più accettare certe espressioni, che possiamo decostruire o decidere di non usare più (io per esempio mi rivendico il termine puttana, ma decostruito), o tante altre cose, non sarò di certo io a presentarvi la ricetta. L’importante è non usarle nel modo in cui ce le hanno impiantate, e qualora lo si facesse ( e a me succede spesso, anche se cerco di starci attenta), basta fermarsi e capire che si è in errore e che quelle semplici parole possono nuocere a qualcun@, e che comunque lo hanno già fatto, e quindi perché continuare ad usarle? Queste parole sono espressioni e veicoli di violenze a cui dobbiamo porre fine lavorando anche sul linguaggio.

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