Quando l’unico reato è ciò che sei

Gli attacchi al movimento No Tav non si arrestano ed infatti è di oggi la notizia di un fermo alla frontiera francese di un pullman del movimento. Da ciò che si legge il fermo sarebbe avvenuto perchè “l’autista ed altri due no tav pare siano ritenuti persone non gradite dalla repubblica francese e così sono ora trattenuti dalla gendarmeria che dopo averli schedati con foto segnaletiche ed impronte digitali vuole respingerli con un foglio di allontanamento immediato”. Verso le ore 14 di stamattina arriva la notizia del rientro in Italia di tutt@ i/le No Tav che hanno indetto verso le 17 una conferenza stampa al presidio di Vaie per raccontare ciò che è accaduto al confine, di cui speriamo di avere presto il report.

Intanto, difronte a questi continui attacchi, che colpiscono anche chi si dichiara solidale al Movimento No Tav, come dimostrano le cariche avvenute a Livorno che avrebbero colpito gli studenti, precari e operai che stavano manifestando contro il teatrino di un partito, quello del PD, che si propone come antagonista ma poi supporta e appoggia il governo Monti. In questo clima di repressione, dicevo, trovo interessante la riflessione delle compagne del Laboratorio Sguardi sui generi, che riporterò per intero alla fine del post. Cosa dicono le compagne? Una verità che si palesa sempre di più: ad essere considerato reato non è più cosa si fa ma cosa si è. Se sei No Tav allora sei illegale, sei un terrorista, sei un soggetto pericoloso che bisogna schedare e allontanare. Se sei No Tav e frequenti anche un centro sociale sei sicuramente un anarcoinsurrezionalista che non aspetta altro che far esplodere bombe, dato che questo è uno dei tanti luoghi comuni che da anni bollano questi spazi liberati come templi del male, affollati di bombaroli e teste calde. Ma il reato dell’essere, che io, in un altro post, avevo definito dello “stato” inteso appunto come “cioè che si è”, lo riscontriamo anche per i/le migrant@. I Cie, quei lager “moderni”, sono o non sono luoghi dove le persone sono detenute per non aver commesso nessun reato ma per il semplice fatto di essere privi di un permesso di soggiorno? L’essere immigrat@ è o non è un essere, uno stato? E allora perché lo si rende reato? Dicono bene le compagne quando scrivono che “non c’è bisogno di scomodare Kafka per notare che il dispositivo giuridico funziona, per così dire, al contrario: non ci sono fatti che poi diventano reati, ma definizioni di reati che di volta in volta includono fatti.” Quindi, stando a ciò che sta accadendo, è diventato reato l’avere un pensiero critico, manifestare il proprio disagio, reagire alla violenza dello stato e soprattutto il riuscire a non dividersi nonostante i continui attacchi. Perché, diciamocelo chiaro e tondo, al potere gli rode er culo che sti No Tav, dopo che li hanno descritti/e come i peggiori esseri viventi, sono ancora lì, compatti a manifestare il loro dissenso e ad avere la solidarietà di tant@. A questa ovviamente si aggiunge e si rinnova sempre la mia. Eccovi dunque l’interessante riflessione delle compagne:

Postilla sugli arresti di ieri

Ieri, 29 Novembre, è andato in scena l’ennesimo attacco programmato al movimento notav. “Arresti a orologeria”, come in molti/e hanno sottolineato, in vista di importanti giornate di mobilitazione in arrivo. Ne abbiamo scritto ieri, ma vogliamo rifarlo oggi per due motivi.
Il primo è che una ragazza del Laboratorio si trova ai domiciliari e nessuna di noi, da ventiquattro ore, ha altro pensiero nella testa. Non possiamo chiamarla o andarla a trovare perché le sono state imposte tutte le restrizioni possibili. Ci chiediamo cosa fare per lei, come mandarle un segnale, e per questo ci ritroviamo a scrivere di nuovo. Il secondo motivo è che quanto accaduto ieri va interrogato forse con maggiore freddezza di quanta non sia stato possibile averne ieri.

Cominciamo da Francesca, oggi ai domiciliari. Non ne butteremo l’esistenza in pasto al web, non vi racconteremo di lei. Non crediamo che ci sia bisogno di sottrarla al discredito raccontandone la bellezza. Non vogliamo metterci sul piano dei diffamatori, degli accusatori e soprattutto non lo faremo battagliando sull’esistenza di una nostra compagna. Vorremo invece provare a ragionare su un dispositivo politico e mediatico di colpevolizzazione diffusa che ci sembra caratterizzare le modalità di gestione del conflitto no tav da parte dei poteri forti e degli interessi che essi rappresentano.
Un dispositivo, per come lo intendiamo qui, è uno schema di rappresentazione, un modo di raccontare funzionale a un obbiettivo. In questo caso l’obiettivo è produrre un alone di colpevolezza a priori, annacquare fatti e ragioni, spostando il baricentro della questione. Attraverso modalità di narrazione ben definite, infatti, si cerca di legittimare ciò che non sarebbe legittimo nella cultura giuridica democratica: un’imputazione dell’essere anziché del fare. Nel nostro ordinamento le norme dovrebbero regolare azioni e non modi di essere. Quello a cui invece assistiamo negli attacchi agli esponenti notav è un tentativo di rendere reato “l’essere notav” in quanto tale: punire l’essere e non il fare.

La storia di ieri, infatti, è la storia di un abuso dello strumento giuridico, utilizzato per sanzionare modalità di essere e di pensare al di là e a priori di ogni valutazione relativa a fatti e azioni. Questo tipo di “eccezioni” non sono nuove e neppure aliene al sistema democratico e, molto spesso, il significato effettivo di posizioni politiche differenti si mostra proprio in questa terra di nessuno dell’eccezionalità. É in contesti simili che le parole – anche quelle belle, come democrazia e progresso – mostrano il loro referente storico e reale. É quanto meno sospetto che quando si arresta per fare un treno si possa parlare di progresso: vedere persone arrestate per aver retto uno striscione, distribuito un volantino, forse acceso un fumogeno fa guardare più indietro che avanti. E se quelle azioni vengono chiamate “violenza privata” la faccenda non cambia, restano quel che sono. La potenza performativa del linguaggio, infatti, è cosa nota – specialmente in ambito giuridico. Non c’è bisogno di scomodare Kafka per notare che il dispositivo giuridico funziona, per così dire, al contrario: non ci sono fatti che poi diventano reati, ma definizioni di reati che di volta in volta includono fatti. Se si osserva la realtà in prospettiva storica, ad esempio, si nota che lo stesso episodio può costituire un reato oppure no a seconda delle circostanze storiche in cui è inserito. Siamo donne e possiamo fare un esempio lampante che ci riguarda: abortire è un’azione che può essere legittimata sul piano legale oppure no. Lo spazio che intercorre tra la sua legittimazione e la sua delegittimazione è esattamente lo spazio della politica. Tutto questo giro per dire che l’alternativa legale/illegale non dice mai nulla di politico. Quando si vuole esprimere un’opinione politica su un’azione non si può dire: “era illegale, era vietato”. Dire di un’azione che è illegale quando viola un divieto è una tautologia che non significa nulla di più, né politicamente né eticamente.

Occupare temporaneamente la sede di un’azienda al quale si contesta di essere implicata in un circolo di corruzione riguardante la costruzione del Tav è un atto illegale. Questa è una proposizione che semplicemente descrive uno stato di cose – potrebbe scriverla anche una macchina. Le domande da porre sono successive. È sbagliato? Se lo è, per chi e per quale ragione? È ingiusto? Se lo è, per chi e per quale ragione? Può innescare un processo positivo e produttivo? A vantaggio di chi e di che cosa? Queste e simili sono le domande attraverso cui il rapporto tra diritto e politica va messo in tensione produttivamente e collettivamente. Questo è il piano su cui vogliamo rispondere agli arresti di ieri: è legittimo mettere in discussione collettivamente l’azione di un’azienda privata se ci sono buone e argomentate ragione per ritenere che quell’azienda sia parte attiva di un progetto dannoso per la collettività. Attenzione: negare questo significa negarlo anche in casi in cui un’azienda avveleni la popolazione circostante, faccia lavorare minorenni per pochi euro l’ora, produca oggetti tossici, etc… etc…

Il dispositivo su cui ragioniamo, dunque, ci racconta di una sorta di colpevolezza a priori: essere no tav. Affinché il meccanismo funzioni, tuttavia, sono necessari alcuni aggiustamenti, elementi di folklore delle narrazioni mediatiche che fanno leva sulla produzione di stereotipi soggettivi. Da questo nasce la figura ibrida del “no tav dei centri sociali”: due essenzializzazioni soggettive sovrapposte ed entrambe colpevolizzanti. “Essere no tav” e “essere dei centri sociali” come attributi fissi che si appiccicano di volta in volta su persone reali. Ovviamente né l’uno né l’altro significano nulla se assunti in forma isolata e – al contrario – diventano sensati se inseriti in una catena di attributi soggettivi che descrivono la varietà e la composizione di ogni movimento sociale. Essere madre, studentessa, lavoratore, disoccupata, padre, fratello, cugina, muratore, ingegnere, cittadino, montanara, no tav, ristoratore, sciatrice, pigro, bella, giovane, vecchia, estroversa, artista, militante, gay, simpatizzante, sposato, single, etc… etc… Per rendere imputabile una forma dell’essere in quanto tale bisogna spazzare via questa concretezza, mortificare la vita. Centri sociali, no tav, altre esperienze collettive sono certamente protagonisti delle lotte sociali ma solo se li si concepisce come significanti instabili, percorsi da soggettività differenti, mobili, mutevoli. Ogni ipostatizzazione nasconde una truffa, ma anche questo il movimento notav lo ha imparato da tempo mettendo insieme forze e energie radicate in storie personali diverse. Non è un caso che si cerchi continuamente di amputare questa ricchezza, di separare gli uni dalle altre, di tracciare confini, disfare e indebolire. Spiacenti, l’operazione non riuscirà neppure questa volta!

Francesca libera, liberi/e tutti/e!

Laboratorio Sguardi sui generis

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