Irma la dolce e la sopportazione

Fin da quando ero piccola in casa mi chiamavano “Irma la dolce”. L’espressione è presa in prestito dal titolo di un film che credo di aver visto solo una volta, da bambina. Non so se il titolo rispecchi realmente il personaggio o sia ironico, ma fatto sta che a me ricordavano sempre che “agli uomini piacciono le donne dolci”. Che cosa volesse davvero dire questa frase l’ho scoperto solo da grande, ma fintanto che ero bimba mi sembrava una gran cosa e mi sentivo onorata di esser definita “dolce” e per questo di piace alle persone.

Il tempo però passa e si fa presto a capire che dietro quella frase non vi era un complimento ma un ordine, un imperativo. Devi esser dolce, devi farlo per gli uomini che ti staranno accanto, per la loro felicità. Essere dolci era diventato esser accondiscendenti. Secondo mio padre dovevo assecondare l’uomo, sempre, perché solo in tal modo sarei stata amata e avrei vissuto una vita felice. Ma io, che già negli anni dell’adolescenza, subodoravo qualcosa di sbagliato in questi mantra, mi barcamenavo già tra ciò che volevo esser e ciò che dovevo essere. Credetemi se vi dico che non è stato facile liberarsi da tutte queste etichette, dato che alle mie prime rivolte, che erano in realtà richieste di libertà, i miei genitori non risposero bene, e provarono con tutti i ricatti e i metodi autoritari che gli erano “consentiti” (devi fare quello che diciamo noi, se fai così non ti faccio uscire, se rientri tardi ti chiudo fuori, con quelle persone non ci esci perché non le conosco ed ect) a farmi rientrare nei parametri da loro prestabiliti. Ma dato che sono sempre stata una capa tosta alla fine l’ho spuntata e oggi sanno che “Irma la dolce” è distante anni luce da me. Ciò però non vuol dire che si siano rassegnati, questo dalla mia famiglia non lo otterrò mai, ma almeno sanno che la lotta è ardua e lo sarà sempre di più.

Dunque, come dicevo, il vero significato di quel soprannome l’ho scoperto a poco a poco, mettendo insieme i pezzi delle mie, seppur poche, esperienze. Essere dolci voleva dire non arrabbiarsi mai, non alzare mai la voce, chiedere sempre tutto con gentilezza e per favore, anche quando non ci sarebbe neanche da chiederlo, e avere sempre un sorriso sulla labbra, anche quando ti girano e vorresti solo mandare tutti a quel paese. Ed io, donna istintiva e passionale, queste cose non riuscivo proprio a farle. Non ero una ragazza dolce e non volevo esserlo, ma potevo esser dolce con chi amavo, in determinati momenti, quando i miei sensi lo richiedevano. Scrivere queste cose potrà sembrare banale, ed in effetti sono verità ovvie, ma non banale è stato il percorso che mi ci ha portato. Personalmente ho trovato difficile, e ancora oggi lo è, il riuscire a distinguere ciò che voglio da ciò che la società vuole che io sia. E’ una battaglia continua e dolorosa, perché avvolte vorresti rinnegare tutti quegli stereotipi e ruoli, ma poi ti fermi e ti chiedi se questo non è comunque stare al gioco delle dicotomie imposteci (la scelta è davvero tra santa o puttana? Dolce o acida? Non dovremmo poter essere tutto e il contrario di tutto se è questo quello che desideriamo?). Alla fine di questa ricerca ho capito che ciò che davvero contava era quello che volevo essere, ma per essere sicura che fosse davvero questo e non quello, ho dovuto compiere su di me una dura analisi critica, che non permettesse ai tanti “ma” e “se” di interferire. Analisi non facile dato che i dubbi continuano ad assalirmi, ma almeno ora so per certo che sotto tutti quei DEVI c’è quello che realmente voglio e che devo, questo sì, solo far riaffiorare.

Vi scrivo queste cose perché giorni fa ho letto una notizia che parla di una ricerca sulla violenza di genere a Napoli. Quello che ha sconvolto è l’atteggiamento dei parroci che, invece di aiutare le donne ad uscire da situazioni di violenza, le suggeriscono di sopportare. Avete letto bene, sopportare, ovvero accettare le violenze e rassegnarsi. Ma come si può consigliare una cosa del genere? E soprattutto, come puoi farla passare come un’azione fatta in buona fede? Per quanto mi riguarda non ci vedo buona fede ma un preciso modus operandi che si ritrova anche su altri fronti, vedi aborto e maternità, e che ha come obiettivo quello di incastrare la donna nei ruoli che la società, insieme alla chiesa, ha scelto per lei ma su cui lei non ha mai avuto parola. Dire ad una donna che deve sopportare le violenze vuol dire dirle che quello è il suo destino, che è stato un Dio che le ha chiesto di sopportare in cambio di chissà quali premi dopo la morte, perché è nostro compito assecondare (e qui rientra Irma e la sua fottuta dolcezza) e giustificare, fino alla rassegnazione che è oblio, dolore e sempre più spesso morte. E’ importante ribadire sempre che il femminicidio non è prodotto da raptus o da deliri momentanei, anche se i media continuano a dircelo, ma bensì la conclusione di un percorso violento che si alimenta, giorno dopo giorno, di piccole violenze, proprio quelle che ci chiedono di sopportare. Che sopportassero loro, i parroci, quotidiane umiliazioni e botte e poi ce lo venissero a ribadire che l’unica cosa è la rassegnazione. L’unica cosa saggia che potete fare in caso di violenza è scappare, mettervi in salvo insieme ai vostri figl@ e per farlo contattate un centroantiviolenza, qui trovate la lista di quelli italiani, oppure chiamate il numero verde 1522 . La violenza non si sopporta, la violenza si combatte.

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