I perchè di uno stupro

Una carissima amica mi ha appena parlato dei tanti commenti sessisti rivolti alla ragazza stuprata da un militare qualche giorno fa. Le ho risposto che trovo allucinante il modo in cui vengono trattate le donne stuprate e che continuo a chiedermi come non possa esserci una rivolta. Poi mi sono fermata e ho capito che conosco ogni singolo perché di questo silenzio. Ed è da questi perché che credo bisognerebbe ripartire, da tutti quei perché che ci sembravano risolti, decostruiti, superati, passati e che invece ci stritolano la vita.

In un fiume in piena di emotività, stato in cui mi trovo in questo istante, vi vomiterò addosso tutti i perché che mi vengono in mente chiedendo a ciascuna di voi di proseguirli se e quando ne avrete voglia.

Le donne stuprate sono socialmente condannate perché nella cultura maschilista dominante si pensa che:

– Una donna a mezzanotte non può camminare per strada da sola. Che tu abbia 15, 16, 20 o 40 anni non cambia nulla. Sei una donna e in quanto tale non puoi camminare da sola. Devi essere scortata, protetta, seguita da un uomo che verrà socialmente riconosciuto come tuo “possessore”. La vicinanza di un uomo ti assicura nel 99,9% dei casi l’intoccabilità non perché vieni riconosciuta come persona ma bensì come oggetto dell’unica persona percepita come pari dai terzi, ovvero l’uomo al tuo fianco.

– Una donna non può decidere di vestirsi come crede. A prescindere dall’indumento che indossa provocherà una reazione da parte di chi la guarda che, considerandola al pari di un manichino in una vetrina di un negozio, la giudicherà pezzo dopo pezzo. La gonna, i tacchi, i pantaloni, i vestitini, gli short, le ballerine, le scarpe da ginnastica, le tute, le gonnellone, le t-shirt, i top, le minigonne ed etc non eviteranno MAI e dico MAI ad una donna di subire i commenti e gli sguardi altrui.

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Affinchè l’ingiustizia non faccia il suo corso. Baruda sotto sfratto: storia di una truffa

Da ieri, da quando ho letto questa notizia, continuo a pensarci, ad interrogarmi sull’assurdità di quello che sta accadendo a Baruda e alla sua famiglia e al come, il tutto, sia considerato legale. Baruda è una donna che ho sempre stimato, che leggo da tanti anni e di cui ammiro la grande determinazione e forza d’animo e, sì, anche la grande coerenza. Lo dico a scanso di equivoci, non credo negli eroi ne nelle eroine, la mia è solo profonda stima per chi lotta con tenacia e non si arrende e no, io e Baruda non ci conosciamo, probabilmente non ha la minima idea di chi io sia, ma a me basta seguirla da anni per ribadire con certezza che è una delle persone che rispetto e che continua a ricordarmi che mai nulla è perduto. Ed è proprio per questo che, prima di lasciarvi alla lettura del suo post, dove ci racconta nei minimi dettagli la truffa che ha subito, vi ricordo che il giorno 3 giugno, alle ore 8 di mattina, ci sarà una colazione antisfratto a casa di Baruda affinchè l’ingiustizia non faccia il suo corso. Dove non arriva la giustizia può, deve, arrivare la solidarietà di chi crede che la casa sia un diritto per tutt@ e di chi considera la giustizia molto di più che una parola con cui riempirsi la bocca. Ora vi lascio al suo post che, se potete, vi prego di condividete. Tutta la mia solidarietà va a Baruda e alla sua famiglia. Buona lettura!

Baruda sotto sfratto: storia di una truffa

Provo a raccontarvi una storia ma non so nemmeno da dove partire tanto è surreale.

Di case e di doppi contratti
Dal 2010 viviamo in una casa di periferia nel quartiere del Trullo, dove paghiamo regolarmente 930 euro al mese di affitto (eravamo partiti da 870, ma poi sapete, con gli aggiornamenti Istat…) ad una signora che non abbiamo mai conosciuto né sentito al telefono, avendo a che fare da sempre con suo figlio.

A che fare poi è un modo di dire perché questo signore si è immediatamente comportato da farabutto, dal giorno dopo il nostro trasloco quando entrò in casa, dove mi trovavo sola con un neonato, pretendendo in contanti una caparra di due mesi e l’affitto del mese in corso. Rifiutava il mio assegno urlando che senza contanti non sarebbe uscito.

Tanto nervosismo era dovuto al fatto che nei giorni precedenti si era presentato con due contratti: uno con sopra indicato l’ammontare del canone reale e l’altro fittizio, con un canone pari alla metà di quello effettivo che il nostro bravo padrone di casa avrebbe dichiarato alla agenzia delle entrate. Insomma voleva evadere le tasse, per questo tanta insistenza sui pagamenti cash. Potevamo fregarlo subito, accettando quella losca proposta per poi attenerci al canone registrato. Un tipo così andrebbe “purgato” con i suoi stessi strumenti, ma non volevamo storie, litigi, appena entrati in un nuovo appartamento. Cercavamo tranquillità con Nilo appena nato e d’altronde non potevamo permettercelo, il mio compagno aveva da poco ottenuto la semilibertà ( che era già di per sé una guerriglia quotidiana), quel contratto sarebbe stato consegnato poco dopo al carcere di Rebibbia: tutto doveva essere più che regolare.

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Il progetto di Mina: dottorato in Ecuador

Non scrivo da un bel po’ e me ne dispiaccio ma la vita mi sta un attimo stritolando. Ho perso il lavoro e con esso l’autonomia che ne deriva. Sto provando diverse strade, davvero tante, ma i risultati sono decisamente scarsi. Ma di questo, quando avrò le forze, spero di parlarvene appena avrò una stregua. Oggi vorrei che spendeste 5 minuti del vostro tempo a leggere questo progetto di una carissima amica, Mina, che ha vinto un dottorato in Sociologia e Studi di Genere presso la FLACSO Ecuador ma che non ha i soldi per pagarsi l’aereo, il visto e matricola. Mancano 25 giorni alla fine del crowdfunding, abbiamo già raccimolato 600 euro ma ne mancano 900. Se credete nel diritto allo studio o meglio nel diritto per tutt@ di continuare gli studi, al di là delle proprie condizioni economiche, allora fate una donazione, anche di due euro, e condividete il progetto. Aiutiamo Mina a realizzare il suo sogno.

Vi lascio qui il link del progetto dove potete fare delle donazioni e qui sotto vi riporto le parole con cui Mina ci racconta il suo progetto. Buona lettura!

“Ciao a tutte/i!
Mi chiamo Guglielmina, ho 30 anni e sono di Cosenza, dove attualmente vivo.
Ho da poco saputo di essere stata ammessa al corso di dottorato in Sociologia e Studi di Genere presso la FLACSO Ecuador, un’università dedicata alle scienze sociali e presente in 17 Paesi di America Latina e Caribe.
È una grande opportunità, sia perché la FLACSO è un’ ottima scuola di scienze sociali e un bacino culturale in grande fermento, sia perché sono molto motivata a fare un dottorato e vorrei avere la possibilità di intraprendere il cammino della ricerca. È la mia grande ambizione, e vorrei almeno avere l’opportunità di mettermi alla prova.
Potete immaginare, quindi, la mia gioia nell’apprendere che avevo superato il concorso.
Gioia, però, da subito offuscata dall’ansia di non sapere come partire: non ho soldi!

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Il rispetto, l’autorità e il terrore: riflessioni sulla storia di Vincenzo

“Fammi pazziare vuol dire non mi escludere, fammi partecipare. Pazziare, come mi ricordava spesso una maestra di strada con cui ho condiviso un po’ del mio percorso di operatrice, si oppone in maniera radicale a paria’ ‘nguoll, a sfottere. Perché se pareo addosso a qualcuno lo escludo, lo rendo vittima, gli impedisco di partecipare al gioco. Si individua il più debole (più debole perché solo e isolato), il diverso, lo si emargina e lo si attacca in maniera brutale, in gruppo con violenza sia verbale che fisica. E’ così triste. Questa violenza non ha più margini. Può esplodere in modo incontrollato nelle periferie, ma anche nelle grandi città, in quei quartieri abbandonati da tutti, in primis dallo Stato che se c’è si manifesta solo attraverso la repressione.” (tratto da “La periferia e la violenza subita dai bambini, la storia di Vincenzo” delle Linguacciute)

La storia di Vincenzo mi porta a riflettere su molti argomenti che vorrei pian piano, con un certo ordine, affrontare con voi.

Innanzitutto mi porta a pensare all’autorità, a quell’educazione al rispetto basata sulla paura. Diciamocelo chiaramente, le forze armate, le forze “dell’ordine” sono rispettate perchè semplicemente temute, perchè tutt@ siamo coscienti del potere che hanno e delle conseguenze che comporta il provare a contrapporvisi. Il concetto di rispetto è legato indissolubilmente a quello della ricompensa o pena: se sarai brav@, il che vuol dire che non opporrai resistenza al servilismo impostoti, sarai ricompensat@ in vari modi, se invece cercherai di sovvertire lo status quo pagherai l’affronto. L’autorità non perdona nessun atto che la metta a repentaglio, non può permetterselo dato che, la sua esistenza, dipende dalla paura che incute.

Questo meccanismo ci viene insegnato fin da piccol@, partendo dalla famiglia, quella tradizionale/patriarcale, basata su una scala gerarchica che prevede l’autorità, quindi potere, dei genitori sui/lle figl@. Il rispetto, in questo caso, sarebbe dettato dall’averti mess@ al mondo e dalla maggiore età, segno, in questa società, di maturità acquisita. Ai/alle bambin@, quindi, viene insegnato a rispettare la decisione dell’adulto perchè, altrimenti, ne pagherà le conseguenze con pene che spesso prevedono la limitazione di spazi o di oggetti. Il bambin@ teme i genitori perchè possono negargli il permesso di fare qualunque cosa, come teme la maestra perchè può sgridarl@ pubblicamente o metterl@ in castigo, umiliandol@ davanti ai/alle suo@ coetanei, e  l’istruttore di un qualunque sport perchè può metterl@ a disagio e farl@ sentire inadeguat@, teme, in fin dei conti, chiunque sa avere il potere di fargli/le qualcosa che è una violenza.

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Tanto erano povere e straniere, e sicuramente ladre

Leggo questo racconto di Odette, che ringrazio ancora per avermi dato il permesso di pubblicarlo, e tremo. So, come tant@ altr@, cosa si prova in quei momenti e quanta rabbia si può accumulare insieme al senso di frustrazione e di paura, perchè ne hai visti troppi di poliziotti scattare per un non nulla, chiederti documenti solo perchè respiri e se poi non riesci a mantenere la calma è la fine, ed io, di certo, non sono brava in questo. Ma oltre a ciò so anche che, se fossimo di più a ribellarci ad ogni soppruso, se invece di due o tre fossimo decine, questa gente non ci farebbe poi così paura, o forse sì, ma ci sentiremmo comunque più forti. Il problema sta proprio in questa educazione al rispetto dell’autorità che può fare tutto, che fa tutto e a cui nessun@ chiede il conto di nulla. L’autorità prima di tutto, come ci insegna la vicenda di Davide. Con tanta rabbia nel cuore vi lascio alla lettura di questo racconto.

“Largo di Torre Argentina. Non vogliamo osservare la scena come due curiosi qualsiasi, ma andarcene ci fa un po’ schifo: potremmo sembrare uguali a quelli che se ne fregano – e sono troppi, ormai, in questa città immensa.

Vediamo due donne straniere ferme davanti alla Feltrinelli tenute d’occhio a vista da due vigilanti dell’ATAC, di quelli anziani ripescati dalla solitudine della loro pensione. Quella che sembra rom tiene un bambino al collo, l’altra, dai tratti orientali, non ha figli che le evitino troppi strattoni da parte delle due guardie attempate. A turno cercano invano di darsela a gambe, allora uno dei due chiama col cellulare la polizia e dice che sì, tentano di scappare, ma se ci riprovano lui le sbatte al muro.

– Ma cosa volete, saranno due borseggiatrici! – ci dice una signora bassa spuntata dal nulla, guardando stupita i nostri sguardi preoccupati. Osserva la scena un po’ divertita mentre le due guardie alzano il tono di voce contro le due accusate.

Ci allontaniamo di un centinaio di metri, e dopo pochi minuti ritroviamo le due donne circondate da quello che prova ad essere un capannello di gente, ma che non riesce a mantenere la sua consistenza.

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La relatività del valore della vita

“bacia la mano che ruppe il tuo naso
perché le chiedevi un boccone”

De Andrè, Il testamento di Tito

Sono trascorse delle settimane dalla morte di Davide e, quello che ho letto e sentito nei media o tra le persone che conosco, mi ha fatto riflettere molto su quanto la vita, quello che a parole definiamo il valore più importante, sia un concetto del tutto relativo.

Per quei/lle poch@ che ancora non lo sapessero, Davide è il ragazzo ucciso da un poliziotto perché non si è fermato ad un “ALT”. Davide è quel ragazzo insultato dai media, definito delinquente o amico dei latitanti, per poter dare una giustificazione, qualora potesse esserci, al poliziotto che gli ha sparato. Davide è il ragazzo del quartiere Traiano, figlio della Napoli “non bene”, uno di noi, di quell@ che non hanno il diritto di esistere se non in funzione dello sfruttamento di massa. Davide è quel ragazzo che, secondo la polizia, non merita neanche una cappella, perché la sua vita non è degna di essere ricordata e con essa il modo brutale in cui è finita. Eppure la morte di Davide svela più di quanto si possa immaginare.

In queste settimane ho provato a mantenere la calma e a capire come si potesse arrivare a pronunciare frasi come “io sono un napoletano ma le regole le rispetto” oppure “è morto perché ha sbagliato, doveva fermarsi allo stop” e simili. Frasi disumane che mostrano come la cultura dell’ordine, delle regole, del rispetto per l’autorità che diventa servilismo e prostrazione, si sia insinuata nelle nostre coscienze. Questa, non vi è dubbio, è cultura fascista.
Mentre leggo i vari commenti non posso che chiedermi dove sia finita l’umanità. Se alla notizia della morte di un ragazzo il vostro primo pensiero è quello di ribadire che le regole vanno rispettate e/o che è importante ribadire che non tutt@ i/le napoletan@ infrangono il codice stradale, mi sa che c’è qualcosa che non va. Perché vi preoccupate di difendere l’essere napoletan@ e non di ribadire che la vita non può essere stroncata così? Perché, invece di perdere tempo a elencare ma e se, non riflettete su ciò che è accaduto e su quanto nessun se o ma può giustificarlo? Perché il sangue non vi ribolle nelle vene per la vita che si è spenta come per il razzismo che queste situazioni alimentano? Che valore data alla vita?

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Un@ bambin@ non è un capriccio e non deve esserlo per nessun@

“Un@ bambin@ non è un capriccio” è una frase che condivido in pieno. Infatti un@ bambin@ non è un giocattolo, qualcosa che puoi volere solo perché lo “hanno tutt@”, provarlo per un po’ e poi restituirlo.

“Un@ bambin@ non è un capriccio” ma bensì una responsabilità che ti assumi per sempre.

“Un@ bambin@ non è un capriccio” e quindi non puoi farl@ nascere solo perché “una donna per completarsi/realizzarsi deve diventare madre”.

“Un@ bambin@ non è un capriccio” e alcuni uomini dovrebbero smettere di desiderarl@ solo perché “bisogna generare qualcun@ che erediterà/porterà avanti il tuo cognome, il tuo dna e i tuoi averi”.

“Un@ bambin@ non è un capriccio” e non puoi volerl@ solo perché “una famiglia senza figl@ che famiglia è?”.

“Un@ bambin@ non è un capriccio” e non può essere usato come “salva famiglia”.

“Un@ bambin@ non è un capriccio” e decidere di averlo dovrebbe essere una scelta straponderata. La genitorialità non è qualcosa di innato ma una scelta consapevole.

“Un@ bambin@ non è un capriccio” e neanche una proprietà. E’ una persona e come tale dovrebbe esser trattata. Se l@ generi pensando di potergli/le controllare la vita, organizzandola fin nei minimi dettagli allora datti ad un hobby.

“Un@ bambin@ non è un capriccio” e non è una tua estensione. E’ una persona che farà le sue scelte, che ti piacciano o meno.

“Un@ bambin@ non è un capriccio” e mai si dovrebbe forzare una donna a partorire quando lei stessa aveva deciso di non farlo. Ecco perché odio i ricatti psicologici e economici agiti da certi comuni insieme ai movimenti “per la vita”.

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Sull’uso dei corpi a sostegno del genocidio palestinese

Non ho mai creduto nella stupida idea che, l’avere una fica, facesse differenza: non cambia un bel niente. E’ la cultura, il modo in cui cresci, le idee che decidi di seguire che ti rendono una persona o un@ stronz@. Il mutismo, che si è generato attorno a questa vicenda, fatte le dovute eccezioni, rafforza l’idea che, secondo alcune “femministe”, l’importante è salvaguardare le possedenti della fica aldilà delle scelte e delle ideologie che supportano. Sinceramente non riesco proprio a capire come, dopo i milioni di esempi che ne dimostrano la fallacia, un’idea così vacua possa continuare ad esser portata avanti.

Si tratta di un femminismo giunto ad un binario morto, arenato su idee vecchie e superate da un pezzo, un femminismo che, non solo, diventa nocivo per quei femminismi che sono riusciti a metterlo in discussione, perché sfortunatamente continua ad essere l’unico ad avere visibilità, proprio per il suo inesistente lato rivoluzionario, ma diventa anche un’arma a doppio taglio dato che, per i suoi presupposti, fiancheggia anche donne che supportano ideologie fasciste, razziste e sessiste in nome di un “hanno la fica quindi non possiamo criticarle” riservando la critica solo a chi mostra o vende il proprio corpo. Mai come ora posso parlare di rigurgiti dannatamente moralistici.

Mi sembra strano ribadirlo ma anche necessario: la questione palestinese riguarda i femminismi, riguarda le donne come la questione dell’aborto, della maternità, della precarietà e dell’uso dei corpi. Non ci sono argomenti femministi e argomenti non femministi, esiste il concetto di intersezione che ci dice che tutto ci riguarda perché tutto è collegato e che, approfondire con maggior frequenza certi temi, non vuol dire non occuparsi anche del resto.

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“Aborto libero e gratuito per tutte” non è solo uno slogan

“Aborto libero e gratuito per tutte” non è solo uno slogan.

Questa frase parla di tutte le donne che lottarono e lottano per ribadire un concetto fondamentale: il corpo delle donne non è uno spazio pubblico su cui Stato, Chiesta e Istituzioni possono rivendicare alcun diritto di veto.

Parla delle donne e del timore di esser incinte quando non si vuole avere un figli@ per i più svariati motivi.

Parla di stanze attrezzate alla meno peggio, di scarsa igiene, della speranza di risvegliarsi al termine di quella che era l’unica soluzione: abortire clandestinamente.

Parla della ricerca di soldi per poter permettersi un aborto, di viaggi in treno verso mete lontane, della paura di mettere la propria vita in mano a persone che sembravano più macellai che medici.

Parla delle storie di donne che ho incontrato, letto, sentito: centinaia di sopravvissute che portano dentro cicatrici indelebili.

Parla dell’abbraccio di una donna che aveva avuto tre aborti clandestini e che era felice per il nostro flash mob in difesa della 194 pur sapendo che andrebbe modificata.

Parla delle centinaia di donne vittima di aborti clandestini, uccise da una cultura misogina e cattofascista che ci riduce a utero e ci condanna quando rifiutiamo questo ruolo.

Parla degli scontri, delle resistenze, degli incontri, workshop, assemblee fatte su questo tema perché continuiamo ad essere ostaggi di istituzioni autoritarie.

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Diverso e sbagliato

Con grande piacere condivido questo post/manifesto di un caro amico con la speranza che ispiri tanti altri pensieri a-normali. Buona lettura!

Diverso e sbagliato

“Diverso” e “Sbagliato” sono due aggettivi i cui significati sono spesso associati. Nella nostra mente, almeno nella mia, sono stati legati a lungo.
Si può vivere una vita vedendosi diversi, accorgendosi della propria diversità, come dato di fatto, e sentendosi sbagliati, come scelta personale, imposta da noi stessi e da altri come necessità.
Ci si può rifugiare, dalla paura della propria diversità, nella convinzione di essere sbagliati. No, non è un bel pensiero, ma può essere in qualche modo rassicurante: “diverso” può essere tutto, “sbagliato” ha un senso molto preciso.

Il concetto “diverso” è per sua natura subordinato ad una entità separata dal concetto stesso. Se si è diversi si deve necessariamente essere diversi da qualcuno che è, per opposizione, “uguale”. Uguale a chi? Ad altri “uguali” uguali tra loro. E tutti questi uguali, quando per ragioni storiche diventano una maggioranza, partoriscono un nuovo concetto espresso da un termine della nostra lingua: “normale”.

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